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Della eccellenza e dignità delle donne

by Galeazzo Flavio Capra

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Title: Della Eccelenza et Dignità Delle Donne
Author: Galeazzo Capra (1487–1537)
Date of publication: 1525
Edition transcribed: ([Stampato in Roma Nellanno], [1525])
Source of edition: Beinecke Rare Book & Manuscript Library, Yale University. http://tinyurl.galegroup.com/tinyurl/3vimm2
Transcribed by: Martina Orlandi, McGill University
Transcription conventions: Page numbers have been supplied by transcriber
Status: Completed, Not yet proofread, version 0, 2016

Produced as part of Equality and superiority in Renaissance and Early Modern pro-woman treatises, a project funded by the Social Sciences and Humanities Research Council of Canada.

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Galeazzo Flavio Capella alli lettori.

Non son de sì rozzo ingegno che assai chiaramente non comprendessi quanto meglio mi fora stato cercare commendazione di avere tenuto nascosto (come meritava) questo mio libretto, che publicandolo sperarne lode; e certamente tale era il giudicio che già ne aveva fatto, istimando quello che non puoti onestamente negare ad chi aveva ragione di commandarmi deversi almeno tenere celato ad altri, per non manifestare la mia ignoranza e rudezza a chi era ignota, se la nemica fortuna non avesse voluto che esso libretto già qualche tempo eziandio men corretto contra mia voglia fusse in man d’altri pervenuto. Per il che ragionevolmente dubitandomi che come primieramente mi cascò da le mani, e forse anco peggio iscritto, non andasse in luce, per emendare quello errore incorro in questo altro, sperando solamente che la sua brevità mi sarà più agevole ad impetrare perdono da chi legendolo averà le dotte orecchie offese. Valete

 

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Proemio

Suole alli erranti esser grandissima iscusazione e oltra ciò non picciolo conforto, qualora veggiono molti, e massimamente i stimati più savi, nei medesimi errori inviluppati. Per la qual cosa adiviene che pochi, anzi niuno che con sano occhio riguarda, ha ardimento di biasmare gli inamorati, conciosia che tanti e tali sono quelli che si sono lasciati e di continuo si lasciano ad amar transcorrere, che par sciocca fatica voler riprendere un sì universale errore. Per questo eziandio procede che agli amanti non sta bene il troppo attristarsi de la sorte loro, imperò che il recusare di sofferire quel che uomini di noi più degni hanno sofferto, non par si convenga.

Ma perché molti in queste amorose panie invischiati, non avendo ad ciò riguardo si sono già doluti d’Amore e hannolo vituperato, chiamando veramente sciocchi coloro che in un fanciullo ignudo e ceco hanno le sue speranze fondate, altri più di sdegno accesi che consigliati, temerariamente hanno del sesso femineo detto quel che solo a pensarne è cosa abominevole. Perciò lasciando ora da canto il respondere a coloro che Amore vituperano, perché è cosa in molti lochi scritta e da noi forse si reserva in tempo migliore, emmi parso convenevole, non solo confutar la malvagità d’alcuni che, per voler con li crudeli morsi de la detrazione altri a torto lacerare, sperano essere forse da più essi istimati, ma dimostrare a ognuno, anzi fare toccar con mano, quanto sia la nobiltà de le donne e quanto di gran lunga siano degli uomini più degne.

Opera forse già da altri tentata, ma in sì rozzo stile scritta che per aventura, se non è dal suo autore, non sarà da alcuno altro tocca mai, conciosia che non mi pare ragionevole sì favorevole materia a l’amorose donne scrivere in parlar latino e massimamente in quello latino, anzi rozezza, in cui si hanno eletto scrivere

 

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questi baccalari de’ frati i suoi sofismi per meglio chiarirne de l’inezie loro.

Ma de queste cose in altro tempo. Ora i’ dico che considerando quanta trascuragine sia scrivere cosa che non possa con qualche diletto i lettori intertenere, ho voluto questo mio picciolo libretto in prosa volgare scrivere, acciò meglio da ognuno fusse inteso e se non per altro, almen per la novità de la materia non fusse disgradevole, volendo che questa mia fatica sia sodisfacimento degli inamorati che, intendendo quanto da la natura e dai cieli siano le donne privilegiate, gli sarà più piacere il servirle e molto men noia il correre in ogni periglio e patire ogni tormento e danno per acquistare il loro amore. Solo una grazia voglio da le donne di questa mia fatica, che conoscendo per me di quanta eccellenza sono dotate, non insuperbiscano, imperò che la umanitate è de le prime e più grate virtù vi siano, da la quale eziandio intendo commendarle, se prima brevemente raccontarò quello che alcuni temerari hanno ardimento oltra ogni dovere ne le femine biasimare.

De la cagione che ha mosso molti a dir male de le donne.

 

Quello che abbi mosso il più de le genti a dir male de le donne, credo che a niuno quasi sia occulto, imperò chi non sa che per esser talvolta negato loro quello che più in amore si desidera molti e molti, parendogli già dover gli ultimi termini de’ suoi disii aver guadagnati e trovandosi niente aver fatto, rivolto l’amore in odio, ogni ingegno posero per trovare modo e via de vituperarle. E così dove laude e onore ne gli doveva seguire, che agli stimoli e continue insidie de’ petulanti giovani immobili permanessero, essi si sforzarono vergogna e danno recarnegli.

 

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Tale Fileno (come recita il Boccaccio nostro) persuadendosi aver l’amore di Biancifiore guadagnato e poi riconosciuto il proprio errore, acerbamente ne le femine inveisce. Non altrimente il medesimo autore, reputandosi da l’amata vedova schernito, sdegnato il Labirinto d’amore detto Corbaccio compose, nel quale con sì gran fervore tante e tali cose scrisse in vituperio de le donne, che a chi lo ha veduto è malagevole pensar poter alcuna cosa bona da loro procedere.

Altri per morte o per altro caso avendo la cosa amata perduta, pensarono, forse biasimando quel che avere non potevano, al dolore soccorrere. In questi fu già Orfeo che, morta l’amata sua Euridice, in istrema desperazione messo (come disse quel Fiorentino) mai amar più donna non volse. La qual cosa non era forse molto vituperosa ad uomo già attempato e d’anni pieno, se non avesse ad più abominevole vizio fatto la via. Le quali vestigia seguendo alcuni infin al dì d’oggi, con poco riguardo dicono le femine da manco esser che la più vile carogna del mondo.

Ad questi non responderò io perciò che se non istimano far sì fatto oltraggio alla natura, manco istimaranno le ragioni ch’io le opporrò. Sono eziandio alcuni che, ne li studi de le lettere occupati più per investigare la natura de le cose che per odio o altro, dicono trovar per tutti li respetti l’uomo esser di la femina più degno e nobile. A’ quali per far conoscere che non hanno col giudicio saldo penetrato al profondo intelletto de’ filosofanti, né saputo il vero dal falso discernere, a parte a parte risponderemo, discorrendo per le virtù le quali universalmente più ne le donne risplendono e confutando li frali argomenti che a questo affermare gli avevano indotti.

 

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Adduce le ragioni perché la femina sia da manco che l’uomo.

 

Dicono adunque questi tali primieramente la femina non altrimenti desiderare l’uomo che ne le cose naturali la materia desideri la forma de la quale non può stare priva mai, come vedemo dil legno, quale tosto che per la virtù dil foco ha perduta la sua prima forma, prende quella di l’acceso carbone. Se adunque la femina similmente desidera l’uomo, a chi è dubbio che l’uomo in nobiltà non avanzi? E da qui procede che l’uomo naturalmente ha in odio quella a cui prima si congiunse, sì come colei alla quale copulandosi perse molto de la sua perfezione. In contrario la femina ama l’uomo col quale conobbe quanto dolci e soavi siano li venerei congiungimenti e donde eziandio divenne più perfetta che prima.

Dicono la femina ancora quanto al luoco esser men degna, perciò che ella è sottoposta e l’uomo sta sopra, se forse alcuna per essere di picciola statura non montasse a cavallo secondo il precetto d’Ovidio, quale afferma questo di Andromache col suo marito Ettore. La donna ultra questo patisce, l’uomo è solo agente, per il che procede che l’uomo in dignità ed eccellenza superi la femina.

Quello ancora chiaramente dimostra quanto li uomini siano più nobili, che alle femine sono li offici e civili e divini interdetti e le leggi proibiscano non siano procuratrici, testamentarie e molte altre cose, quali tutte agli uomini solamente si riserbano, imperò che della sufficienza delle donne molto se diffidano.

Oltra ciò l’uomo fu creato alla similitudine de Dio, ad effetto che le sedie dil

 

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cielo se riempiessero per la superbia de Lucifero e dei suoi seguaci erano restate vote, e di tanta transcuragine anzi temerità fu la donna che non temette divorare il vietato pomo; pel cui peccato ne seguì la dannazione universale de tutte le genti, tal che fu bisogno che il figliuolo d’Iddio, ricomperandoci col proprio sangue, alla morte se offeresse e per farci conoscere la differenza di l’uno sesso a l’altro, volse nascere uomo e non femina.

Ma se tu vuoi ancora più dirittamente riguardare non solo quanto in nobiltà l’uomo superi la donna, ma quanto ella sia brutto animale e fedo, considera nel parlare latino la denominazione de l’uno e l’altro e vederai che l’uomo è detto da la virtù, la femina da la fedità e brutteza.

Né lasciaremo da canto l’autorità de’ poeti e de tutti gli altri autori che dicono in mille luochi la femina esser cosa varia e mutabile e finalmente tutti li mali che al mondo sono accaduti trovano da le donne aver avuta origine.

Ma pur quando queste cose, che gravissime sono, niente fussero, li menstrui e le altre brutteze e immundizie che da’ loro corpi escono, sono tante e tali che ogni gran bontà, ogni eccellenza che in loro fusse, avrebbeno forza di guastare.

Queste cose adunque in mille lochi scritte e da più raccontate, e quasi da ciascuna persona conosciute e viste, hanno sì universalmente a tutti persuaso le femine esser men degne degli uomini

e, quello che più, al paragon vilissime, che paia non solo cosa nova e non udita più ora volere il contrario affermare, ma quasi eziandio impossibile.

Non per tanto avendo le ragioni chiarissime de dimonstrarlo, cercarò di istirpare sì falsa e sciocca oppenione da le umane menti, sperando di questo aver grazia, e dalle donne che per me conosceranno la nobiltà loro, e dagli uomini che, intendendo la eccellenza dil femineo sesso, si reputaranno a gloria esser uniti da

 

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sì nobili vincitrici, persuadendomi ancora trovare iscusazione appo ambidua, se con quella eleganza e altezza di stile che desiderarìa la dottrina e ingegno de alcuni, così uomini como femine, non scriverò questo mio libretto, imperò ch’io spero giudicaranno questa materia non comportare quella sonorità de le clausule e quelle sentenze egregie che forse vorrebono. Ma se compensaranno la novità de la cosa con la bassezza del stile, non dubito che o in tutto o almeno in gran parte non restino sodisfatti.

E per potere più chiaramente questo dichiararvi, farò come sogliono i buoni geometre che innanzi vengano alla demostrazione de li angoli e figure loro, vogliono prima alcune cose chiarissime gli siano concesse, per le quali abbiano a provare le consequenti.

Non mi debbe adunque da veruna persona esser disdetto che la produzione d’uno più perfetto effetto non dimonstri perfezione maggiore, come in essempio: la purpura tinge il panno di colore rosso e parimente la laca, ma la purpura tinge in perfezione di otto e la laca solamente di quatro, la purpura adunque sarà più perfetta. Oltra ciò voglio che una cosa che per accidente proibisca alcuno bono effetto non toglia la perfezione de la cosa impedita, sì come diremo d’uno ferro ben temperato il quale, per esser rugginoso, non tagliarà sì a ponto quanto uno altro di men bontà ma polito e netto, non per tanto quello ferro pien di ruggine non perderà la sua perfezione. Non inconvenevole ancora è che la denominazione si faccia da le cose più degne, ma sopra il tutto che la dignità ed eccellenza in una cosa più che in un’altra sia, perché posseda più de beni o de l’animo o del corpo o de la fortuna o de tutti insieme.

E per puotere questo più chiaramente mostrare, devesi sapere che la vera nobiltà consiste nel possedere dei beni de l’animo, del corpo e de la fortuna, ma quanto è l’animo dil corpo e di la fortuna più degno, tanto più sono i beni che indi vengono.

Questi beni de l’animo, sì come dicono i filosofanti, parte consistono ne l’opre esteriori, parte ne l’intelletto. Ne l’opre sono prudenza, iustizia, fortezza e temperanza. Li beni de l’intelletto alcuni dividono in pratico e in speculativo; nel pratico mettono la magnanimità e dilezione o vero amore, imperò che il desiderio

 

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de far cose grandi e l’amare da pratica e consuetudine procede; nel speculativo dicono esservi la dottrina. Li teologi solamente tre virtù, cioè carità, speranza e fede. Ma conciosia cosa che niente importi quale di queste partizioni sia più vera, scrivendo a donne amorose specialmente, non a filosofanti questa materia, procederemo per tutte le annoverate virtù, perciò che ad alcun non è dubio che virtù non siano e concludendo in quelle le donne essere degli uomini più eccellenti, sarà la intenzione nostra fermata.

 

Della carità de la donna, speranza e fede.

 

Prima adunque nella carità, quale como dice l’apostolo è de l’altre virtù maggiore, la donna è vincitrice. E questo vedemo per isperienza senza altro essempio, imperò che le donne più frequentano le chiesie e li divini offici e hanno d’ognora più per le mane i paternostri e li officioli che li uomini. Né bisogna costoro n’adducano che visitano li tempî solamente per esser vaghegiate, perciò che anzi gli uomini ne fanno intendere quanta sia la loro malvagità, che sempre appigliano le cose al peggio, e certo non so quello si faranno de l’opre cative quando de le buone hanno ardimento condannarle; oltra che se in questo è peccato alcuno, solamente è degli uomini, quali vedemo ne le chiesie in circoli posti sì intentamente vaghegiar le donne come si fossero ne’ teatri a mirare qualche novo spettacolo e l’uno a l’altro insusurarsi all’orecchie dicendo: «Vedi mona tale», «Quella pare con quelle poppe che paiono dui mantici che gonfiano», e mille altre cose che sarìa soverchio e forse poco onore a scriverle, dove le donne tacite e vergognose con gli occhi bassi non ad altro attendono che a’ suoi paternostri. Ma per tornare alla carità, nui vedemo naturalmente le donne più pietose, più misericordiose verso poveri, più volentieri far la elemosina. Legge di Paula, di Marcella dil beato Ieronimo, legge di Melania quale recita il Petrarca nella Vita

 

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solitaria, che pare grandissima maraviglia una donna aver speso uno regno in lemosine. Che diremo di Elisabeth, figliola dil re d’Ungaria? Di Elena madre di Constantino, che edificò Terra Santa, ornò tante chiesie? Che diremo de molte altre, quali lascio per non esser fastidioso?

 

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E per non pretermettere de la speranza e de la fede, chiaramente si vede quanto in queste due virtù le femine vagliano, imperò che dove ne’ casi adversi gli uomini biastemiano Dio e santi e talora si dispongono presso che disperati a trapassar la vita sempre in sceleragine, le donne dicono – Sia Dio lodato – e alora più ricorrono alla devozione come a fontana di salute.

Che diremo de la fede? Conciosia che noi leggiamo che ne la morte di colui, il quale morendo ridusse tutta l’umana generazione dannata a perpetua morte ad immortale vita, li uomini eziandio che infiniti miracoli prima veduti avessero, aver perduta la fede e ne le donne solamente esser rimasa. E se pur questo non basta, piglia argomento da l’arte magica, e queste incantazioni, quali lasciamo andare che vere o false siano imperò che al presente non appartiene ciò investigare, tutte ne la fede consistono, credendosi certamente con sue parole trar la rotonda luna e le scintillanti stelle dil cielo e con sugo d’erbe e altre sue novelle gli uomini in bestie tramutare, e universalmente più sono femine che maschi incantatori ritrovati, come avemo di la tebana Manto, di Medea, di Circe e

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finalmente de tutte le donne de Tessaglia anticamente, e ne’ nostri tempi ancora nui vedemo queste incantatrici da nui chiamate streghe, con più constanza che li uomini perseverare ne la sua falsa credenza e non risparmiare d’esser nel foco abruggiate per vivere e morire ne la loro sciocca oppinione.

 

De la iustizia.

 

Detto de le tre teologiche virtù, seguita a dire de la iustizia, quale così tra le virtù tiene il primo luogo come faccia tra le minori stelle il risplendente Lucifero. Ma conciosia che la vera iustizia non si separa da la carità mai, la donna, che di gran lunga ne la carità avanza, consequentemente è ancora più iusta. E che questo sia vero, non dicemo noi che Dio è iustissimo perciò che de tutti i beni è donatore? E scrive Tullio che parte de la iustizia è la liberalità.

Ma perché alcuno qui se potrìa contrapormi e dir che più essempi de liberalità negli uomini si ritrovano e che tutte quante le liberalità che mai donne usassero non sarìano al parangone de le effusione e larghezze de uno Alessandro o de uno Cesare e molti altri, ad questo brevemente rispondendo dico ch’io non stimarò mai non L. Silla, non Iulio Cesare, non gli altri principi e tiranni, quando li beni de’ suoi contrari donavano a quei che le loro parti avevano seguiti, pel cui mezo s’aveano acquistata facultà di donar l’altrui ricchezze, esser stati liberali ma più

 

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tosto dannosi al mondo e robbatori, imperò che il liberale debbe il suo donare, non l’altrui.

E quantunque questa risposta sia non cattiva, ce n’è una altra ancora al mio giudicio migliore perché, parlando da cristiano, nui vedemo gli uomini le loro magnificenze usare più tosto per pompa e per acquistarsi nome de liberale che per zelo de iustizia, dove le donne più volentieri porgono a’ poveri la elemosina, più volentieri accrescono gli ornati de le chiesie, più sono misericordiose universalmente ne l’altrui bisogni, più hanno edificati spedali e altri luochi fatti a simili servigi, non per acquistarsi altra gloria al mondo che per una innata bontà ne le menti loro.

Se l’addutte ragioni ancora non sodisfano, vedi che coloro che fanno contra la iustizia li robbatori, ladri, masnadieri e amazzatori de genti, tutti quasi sono uomini e non femine; e questo aviene perché la speranza che il peccato per la loro fortezza debbia esser impunito, gli presta animo ad mal fare.

Questo considerando il filosofo disse che tra tutti gli animanti l’uomo è ottimo, ma, se fassi da le leggi alieno, è il pessimo. Vedi che il filosofo parlò cautamente, perché uomo nel parlar latino e greco importa maschio e femina. Ne la bontà adunque la femina incluse, dicendo tra tutti gli animanti l’uomo è ottimo, ne la cattività la escluse, ma se alieno fassi da le leggi, e non disse aliena.

Che la iustizia ancora sia ne le femine più che ne’ maschi, quello apertamente il dimostra che la iustizia si pinge donna e non uomo. Ed essendo questo fatto per universale consentimento di tutta gente, devesi credere non esser fatto senza ragione. Da la iustizia procedono molte altre virtù ne le quali parimente le donne trapassano, cioè innocenza, religione, pietade, amicizia, affezione, umanitade.

 

De la fortezza.

 

Non altrimenti la candida stella di Lucifero non si allontana mai dal fiammegiante

 

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carro di Febo che faccia la fortezza da la detta virtù, che già partendosi da la terra per fugire la sceleragine degli uomini, ultimamente rimase tra gli abitatori de le ville. Il che se così è, che esser altrimenti non puote, certissimo è che trapassando le donne ne la iustizia, parimente ne la fortezza sono superiori, perché quello mi pare singulare e meraviglioso effetto di fortezza vincere la cupidigia di mal fare.

E se tu vòi di questo essempi, quanti ne trovarai di fortezza d’animo più ne le donne che negli uomini? Non avemo noi di quella che immeritamente condannata da Filippo di Macedonia, con forte animo essendo menata al supplicio disse: «De sì iniusta sentenza non me appellarìa da altro che da Filippo, ma sobrio». Vedi de Cleopatra che per non esser nel triumfo condotta, sostenne voluntariamente li crudi morsi de li venenosi aspidi.

Né lasciarò di Evadne che fortemente volse, ancora viva, le sue fiamme nel funereo rogo dil morto marito Capaneo mescolare. Che dirò di colei che avendo inteso la morte del marito, essendogli ogn’altra guisa di morte negata, non dubitò li ardenti carboni divorare? E di quella altra che a vendo sforzatamente la sua pudicizia perduta, con l’acuto coltello aprì ‘l suo casto e disdegnoso petto?

 

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Innumerabili saranno li essempi, se vorrò de le donne todesche e de l’altre tutte che l’antiche e moderne istorie rivolgendo se ritrovano, racontare, quali consigliatamente ora pretermetto perciò che ne la magnanimità molte se ne riserbano, quale è per questa cagione da la fortezza in questo mio libretto divisa, imperò che la magnanimità consiste circa il tentare le cose grandi e malagevole, la fortezza in vincere la doglia, il timore e le passioni de l’animo. Ma quale è maggior doglia che la morte? Quale più timore che de’ figliuoli? Quale maggior passione che la cupidità? E pur si vede più donne con forte animo esser a la morte corse, più donne avere i figliuoli exortati a non fugire di volere onoratamente morire, anzi che con vergogna vivere. E non so se oltra Bruto e Torquato d’altrui si leggia che i figliuoli a morire giamai exortasse, dove de donne molti e quasi infiniti essempi si ritrovano. E non avendo tanto mai contra la iustizia le

 

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donne quanto li uomini operato, manifesta cosa è ancora che con più fortezza vincono le malvage cupidità che ne l’umane menti talor risorgono.

 

De la prudenza.

 

In compagnia con le già dette virtù se ne vene la prudenza, quale non mi si torrà che non sia de le donne o in tutto o in gran parte almanco, per ciò che ognuno sa, niuna cosa esser tanto alla prudenza contraria quanto li subiti avenimenti de l’ira, li quali dove una volta ne le donne, negli uomini mille accadono, non però per loro colpa ma per diffetto più tosto de la natura, che avendo gli uomini di più caldezza composti, per menor cagione talor si turbano ed escono per soverchia colera di se medesimi. E pel contrario le donne, essendo de più fredda complessione, manco sono soggiette a queste repentine turbazioni e tutte le azioni sue più quietamente e consigliatamente fanno.

Ma quindi nasce un non piccolo dubbio, che gli è universale opinione che quella prudenza, quella accortezza che ne le femine si ritrova, tutta sia in saper trovar consiglio in qualche subito avenimento, ma che poi pensatamente la sua cautezza nulla vaglia, e si dice che gli uomini sanno

meglio maturamente provedere alle loro cose e che le donne quello non fanno in uno instante non faranno mai più. Ma questo dico io esser contra il corso di la natura, quale di necessità è infallibile, imperò che la frigidità fa la persona men tumultuosa e più quieta. E tal precipitarsi in tutte le sue facende aviene per influsso de la sanguinolenta stella di Marte, alla quale le donne non sono in parte alcuna soggiette.

Ma fa ch’io ti conceda che le femine pensatamente poco o nulla vagliano, che cosa repugna che li consigli così alla sproveduta non siano buoni, anzi migliori di quei longamente pensati? Perciò che nel più de le cose non è tanto bisogno di consiglio quanto di celerità; mentre a Roma si consigliava di mandare ambasciatori a’ Cartaginesi, Annibale espugnava Sagunto; se le femine romane avessero consigliate più tosto si sarìano resciolte di ciò avevano a fare in quella bisogna, e la guerra che decesette anni tenne Italia in grandissima calamità, si sarìa in Ispagna terminata. Vedi quanto necessari siano li subiti consigli; diceva Iulio Cesare,

 

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quello animo eccelso e Dio ne le battaglie, che le cose grandi bisognava assaltare senza troppo deliberare e più spesse fiate con presteza meglio se ne veniva a capo. E Tucidide scrive che le cose subite dimostrano e fanno isperienza de l’ingegno.

Né voglio però che tu credi che le femine prendano li subiti consigli ne le loro bisogne così senza discorso, ma per la bontà de l’ingegno discorreno velocemente e sanno elegere il meglio. La qual cosa procede perché hanno li spiriti più sottili e più tosto penetranti alla virtù intellettiva, che giudica poi quale cosa sia da seguire e quale da rifiutare; e se pur è in loro alcuna frigidità che potesse ritardare il discorso che necessariamente si ha ad fare in tutte le cose, dico che tanta è la sottiglieza de l’ingegno loro, qual è cagione del sapper subito ne’ bisogni iudicare, che ne vene un temperamento sì ben condito che non è caso sì repentino a cui la donna non sappia quasi prender partito, come potrei per molti essempi dichiarare se i’ volesse ora scrivere novelle o storie e non cose naturali.

Ma per venire omai più alle particularità de la prudenza, non è comune consentimento di tutta gente che non sia meno virtù sapper conservare le cose acquistate che guadagnarle? Come egregiamente disse Augusto, maravigliandosi di Alessandro che dolevasi per non saper trovare ciò che avesse ad fare poi che soggiogato tenesse tutto l’universo, como che magior fatica non fusse il regerlo tranquillamente che averlo vinto. E pur la conservazione de le facultà e de le cose acquistate e il governo de la casa appartiene alle donne, e ogni giorno si vede che le case vanno male dove non siano donne al governo deputate. Facci l’uomo mercanzia, non tema di correre tutti i mari e con quelli ogni periglio per guadagnare e accumulare robba alla crescente prole, ogni fatica infine è vana se la discreta moglie non ha gran riguardo alle facultà e robbe guadagnate dal marito. Quante case sono de’ magnati e principi, ne’ quali, per non essergli governo di donne a cui la cura appartenga, si vive con tanto desordine che più commodamente se starìa al spedale magior de Milano, quello me ‘l dichi che ha vivuto e vive a corte, ch’io so chi non una volta l’ha provato. Quante si vedono andare

 

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ogni giorno di male in peggio e a l’estremo annichilarsi per la medesima cagione? Quante sono quelle pel contrario che sempre sono cresciute e crescono ogni giorno per esser il governo in mano di donna, che non dia danno ma utilità e profitto grandissimo? I’ so che sono molti uomini illustri e onorati, e ne la nostra città e altrove, che saviamente consigliati lasciano il governo de le cose familiari alle loro moglie. Né credo se ne pentano, imperò che vedemo le case loro sì nette, sì munde, sì ornate che gli è un diletto grande a vederle, e secondo le stagioni e qualità de’ tempi vivono splendidissimamente, avendo prima preparate a tempi suoi le cose bisognano a l’uso de la casa, dove le corti e palazzi solamente da uomini non governati ma dissipati paiono tanti porcili, sì sono affumicati e pieni d’ogni tempo de’ monti di letame.

Che dirò io de’ figlioli de questi tali, se per aventura ne hanno, che il più de le volte sono grandi di età di deciotto e venti anni, che non è nel vestire loro e quello de’ suoi fanti a pena differenza veruna, sì gli lasciano andare senza riguardo alcuno? Pensa quello sarà de’ costumi. E da qui procede che oggimai si trova tanta copia de certi giovanacci cresciuti inanzi al senno che paiono, ritrovandosi al conspetto talor de’ valenti uomini, tante biscie tratte a l’incanto. Ma la savia femina non solo ottimamente governa la casa sua, tenendo conto e de l’entrata e de l’uscita, ma veste eziandio convenevolmente i suoi figliuoletti, dilettandosi fargli reverenti e costumati e valenti uomini nei studi de le littere e altre cose lodevoli.

Né bisogna che qui alcuno m’impugni che sotto pretesto di questo governo se ingegnino d’occupare la signoria, non solamente sopra la facultà e fanti di casa, ma ancora sopra mariti loro, imperò che questo non è un torgli il sceptro e ‘l dominio de mane, ma un levargli i pensieri e le quotidiane fatiche; e stolto veramente è colui che non desidri de avere o matre o moglie o sorella od altra che fidelmente amministrando il regimento di casa, gli presti occasione di vivere quietamente e con tranquillità d’animo; e ultra ciò qual maggior consolazione, qual maggior felicità può avere l’uomo che una discreta moglie? Con la quale, quando ritorna la sera a casa, communicando le sollicitudini e le cure che lo premono, gli pare di via maggiore peso che dire non si puote allegerirsi, avendo chi de le sue calamità con seco equalmente si doglia e de le felicità chi se goda ancora

 

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più di lui. E se per aventura si ritrovano alcuni che dicono essergli aviso, quando la sera tornano da le loro moglie, tornare como Sisifo al sasso infernale, questo più tosto ne denota la malvagità loro che de le femine, imperò perché bacciano l’altrui, la loro moglie è forza gli puti, como di questo parlaremo più amplamente ne la temperanza.

Ora per mostrare quanto dolce cosa e soave sia la moglie ben costumata, dico non per altra via meglio e più onestamente fuggirse la solitudine, quale è madre d’ogni tristezza e malinconia, e se n’accade o infirmità od altra cosa che ci molesti, niuna persona è di cui si possiamo né debbiamo fidare più, quantunque questa fidanza non per altro si pone in alcuno, se non perché lo stimamo così prudente che non se lassi in errore transcorrere e così iusto che inganno in lui non ci abbi luogo.

Meritamente adunque devesi ne la donna aver fede, conciosia che e di prudenza e di iustizia (como è detto sopra) l’uomo trapassi. La quale cosa assai apertamente ci dimostrano le leggi, quali la donna in manco età absolveno da la tutela che non fanno gli uomini, perché più tosto per loro prudenza sanno regolare le cose sue; e questo parmi sì gran testimonio de la eccellenza del femineo sesso, essendo iscritto per tanti imperadori e consuli romani e altri uomini illustri che già le leggi fecero, che estimo esser una rustica pertinacia più oltra desiderarne. Ne la prudenza si serrano accorteza, desio, agevolezza de imparare, intelletto, ragione e discrezione o vero circunspezione.

 

De la temperanza.

 

L’ordine richiede a dovere de la temperanza dire, la quale como a l’uno e l’altro sesso par sì convenga, de le donne maximamente è propria e principalissima lode, imperò che da la temperanza ne seguono vergogna, modestia, abstinenza,

 

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onestà, sobrietà e pudicizia, cose tutte che, se pur una senza più de queste ne la donna manchi, ogn’altra loro virtù è machiata e guasta, in guisa che tutta l’acqua d’Arno non la laverebbe.

Ma che di questa virtù e de le conseguenti più di l’uomo dotata ne sia la femina, assai agevolmente si prova, presupponendo quello che da tutti è concesso, cioè la donna sia più lasciva e più cupida naturalmente de li venerei congiungimenti, nondimeno la donna con maggior constanza vince li carnali desideri, e quasi infinite donne se ritrovano che, contente de uno uomo, senza più sono pervenute agli ultimi anni, dove gli uomini sono rarissimi, anzi forse è niuno che accadendogli l’opportunità, voluntieri non experimenti se siano più dolci e saporiti i basci de l’altrui che de le loro moglie; e tanto è cresciuta la perfidia de li mariti, che se alcuno forse si ritrova più continente che tale occasione non ricerchi, è dagli altri stimato uno scioccone.

Per questo Aristotele, non ignorando la loro mala consuetudine, advisagli che debbiansi guardare da le strane femine. La quale cosa non fa de le donne, quantunque i poeti abbaiano che niuna è che neghi purché commodità ci sia. Ma lasciamoli abbaiare quanto vogliano che, perché alcune state siano che la loro sfrenata cupidità non abbiano voluto vincere, non mi si torà però che innumerabili non siano quelle che maravegliosi effetti di continenza abbiano dimostrato, e quindi si conosce la virtù, la quale consiste ne le cose ardue e malagevole.

Ma se gli è vero quello diceva Eraclito che più faticoso sia resistere alla voluptà che alla iracondia, quante laudi fora convenevole dare a quelle donne che né le longhe peregrinazioni de’ mariti, né i mali portamenti de quelli, né i giusti sdegni hanno possuto svolgere a rumpere la data fede e violare il maritale consorzio? De le quali e ne le antiche e ne le moderne storie ne sono piene mille carte e de quali il nostro volgare poeta Francesco Petrarca ne ha trovato grandissimo numero da riporre nel Triumfo de la Pudicizia, dove quello degli uomini è

 

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pochissimo. Per la quale cosa volendo i Romani consecrare uno tempio alla pudicizia, elesseno una femina e non uomo che lo consecrasse, sì como quella che di continenza e onestà di vita trapassare iudicavano.

Il che parve Dio volesse farne intendere quando, doppo la creazione di Adam, disse: «Facciamo uno aiuto a l’uomo, cioè a la sua fragilità».

Questo eziandio ne dimostrano le leggi, le quali, vedendo rarissimo, anzi per dir meglio, niuno essere chi servi la fede al marital letto, non hanno con alcuna pena castigati gli adulteri, secondo quello volgarissimo detto: quello peccato in cui molti transcorreno passa impunito. Ma la rarità de le donne che attendeno a simile novelle fa che quando una per disaventura vi si incappa, tutto il mondo gli va dietro e grida: «Dalle, dalle, dalle».

E se tu vòi per conclusione un bello argumento de la donnesca onestà, considera la natura, che nulla cosa mai fa indarno, la quale per coprire quelle parti ne la donna che hanno aspetto men che onesto, ha fatto, como è visto per isperienza, che il femineo corpo, notando col ventre in giù, eziandio doppo la morte copre le parte vergognose, quantunque secondo il comune corso dovessero, come fanno gli uomini, con la schiena notare, essendo le parti da retro più gravi, e naturalmente le cose gravi dovendo tendere a l’in giù, se la natura amica de le donne non avesse a la onestà loro avuto riguardo.

Ma che bisogna cercar altro testimonio de la temperanza e pudicizia de le donne se non noi stessi, cioè gli uomini tutti, che credo niuno si ritrovi in cui sia qualche spirto e punto di gentilezza cui non aggia talor la vaghezza di qualche donna con alcuna scintilla d’amore scaldato il petto, e pare il più de le volte, con tutte nostre arte d’armeggiare, giostrare, ben parlare, andare ornati e mille altri studi per più piacergli, restiamo de’ nostri desideri scherniti.

Vedi la continenza di quelle eziandio che si possono dire ne’ mariti poco

 

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aventurate, perciò ch’io conosco molti che, non che sostenessero da alcuna esser pregati, ma per ogni minimo cenno fattogli da qualche succida, marcida, brozzolosa e stomacosa gaglioffa, lasciando le loro donne nobili, morbide e belle a casa, gli volaranno a dietro diece miglia como fa l’avoltoio a la carogna, non pertanto le valorose donne sosteneranno pazientemente li mali portamenti de’ mariti e vincendo con forte animo le iniurie a loro fatte, non solamente non faranno, como se dice, che quale asino dà calci in parete tale riceve, ma ancora con destro modo se levaranno da dosso le sollicitudini e stimoli datigli da loro amatori, quantunque infinita sia la schiera di coloro che, per parere più d’uomini, quando tra loro si ritrovano dicono le più gran buggie dil mondo, gloriandosi d’avere avuta or questa o quell’altra a’ suoi piaceri, cose tutte falsissime; e se per ogni volta che tali menzogne sono dette ne cascasse loro un dente di bocca, bisognarìa che la maggior parte alla lombarda mangiassero zuppe, perché io so certissimo le donne tutte, e tra l’altre le cortigiane (dico le nostre non quelle di Roma) non essere sì pieghevoli e inchinevoli come costoro estimano, avegna che molte, di nobiltà e de ingegno dotate quanto alla donnesca onestà si conviene, usino in parlare e ridere con gli uomini qualche piacevolezza, da la quale cosa non si dee fare argumento di catività, imperò che il male oprare vol silenzio e questa dimestichezza che in molti luoghi usasi, como che a tutte le donne non stia bene, a coloro massimamente è disdetta che per loro basso grado e tenue facultà gli è mistieri procacciarsi donde mantenere la famiglia sua.

Ma per non andare più longe vagando, dico conciosia che la donna (como è detto di sopra) è più prudente, necessario è ancora che sia più temperata e imperò ogni volta che qualche stimolo o qualche desiderio men che onesto si sveglia, la vergogna e il timore de l’infamia se gli para avanti dicendo: «Dove, stolta, vuo’ tu per un poco di piacere tutto l’onore già acquistato, quale più di la vita ti deve essere caro, arrischiar e in un punto perdere? Non fora men male, qualora tal

 

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cosa di te si sapesse, che fusti morta in fascie o vero così viva sotterrata? Ma como poi tu pensar che non si sappia mai? Certo se altri no ‘l dichi, colui con cui di te farai il suo piacere, nol potrà tacere». Queste cose adunque considerando e in sé raccoltesi mettono il freno a l’appetito, ma l’uomo in tanti luoghi e quante volte la opportunità gli accade o che la lanza si drizi per potere correr uno aringo, non risparmia mai di far che messer Mazza entri in la valle oscura.

 

De la magnanimità.

 

Dirò ora de la magnanimità, la quale ne le femine tanta si ritrova che quantunche sia in loro, come ho già detto, naturalmente più desiderio de’ carnali congiungimenti, non per tanto non s’è udito ancora mai che alcuna per atutare la voglia sua richiedesse l’uomo de sì fatta bataglia, anzi sempre con animo eccelso e troppo generoso sostengono de esser non una volta ma mille e mille pregate, e Dio volesse ancora che non indarno, perché leve parerìa la fatica de porgere tanti preghi se una volta almanco fossero exauditi, né solamente circa li notturni combattimenti consiste la loro magnanimità; ma noi leggemo ancora di Cleopatra che in gettare le immense richezze non volse cedere a quei ricchissimi imperatori romani.

E ne le sanguinolente guerre sì grande è il numero de le donne che hanno fatto cose maravigliose e quasi incredibili, che non solo non cedano agli uomini, ma ancora gli adeguano e oso dire gli vincono. Se volemo comparare il fatto de la vedova ebrea quando dal padiglione de’ nemici portò il capo d’Oloferne, la memorabil vendetta de Tomiri contra colui che gli aveva il figliuolo ucciso, li

 

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vari eventi ne le lunghe battaglie di Zenobia, l’animo invitto de le donne aquileiane quali, essendo la loro città da Maximino imperatore assediata, quasi a l’estremo redotte, si tagliorno i capelli e diedergli a’ loro mariti e fratelli per far le corde agli archi acciò potessero fin a l’ultimo defendersi.

Il somigliante fecero le Cartaginesi contra il minor Africano e il romano essercito. Fecerlo eziandio le Romane quando pel francesco furore furono assediati in Campidoglio avante che il buon Camillo, dimenticata la ingiuria fattagli da l’ingrata patria, a tempo la sovenesse, per il che fu poi consecrato un tempio a la calva Venere.

Né lasciaremo de le donne di Persia che una volta vedendo li loro mariti,

 

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parenti e fratelli ne la battaglia fugire, fatteglisi arditamente a l’incontro, poiché con parole non poterono la loro fuga castigare, levatesi in alto i panni gli mostrarono quelle parti che la natura con ogni studio s’ingegnò di coprire, interrogandogli se forse volessero ivi entrare e ascondersi, e così li costrinsero ritornare a la battaglia.

Che diremo de le Spartane? Le quali a’ loro figliuoli andando a la battaglia, poscia che avevangli armati, gli acconciavano alla finestra il scuto dicendo: «O con questo o in questo», facendogli intendere che o morti o vivi a casa onoratamente ritornassero, né per pusillanimità e timore si rendessero a’ nemici pregioni. Per la qual cosa assai mi maraviglio, onde sia intrata a’ nostri tempi la consuetudine de non torre le arme da man di donne quando andiamo alla guerra o in altro viaggio. La quale usanza come scioccamente fu introdutta così devesi rompere, né d’altrui mani mi parrìa più convenevole prendere l’arme che da le donne amate, perché io porto ferma oppinione che più animosamente ciascun le adoprarebbe.

Lascio da canto innumerabili che si potriano racontare ne’ marziali conflitti a qual uomo si sia non inferiori, Antiope, Mirina, Orizia, Ippolite, Menalippe e Pentesilea, che prima trovò la scure, Marpesia e Lampedo figliuole di Marte,

 

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Camilla regina de’ Volsci e Bundvica de Britannia quale, udita la crudelità di Paulino Nerone che prendeva le donne e per i capelli le sospendeva, passato il mare con validissimo essercito venne in Francia e uccise tutte le genti de Paulino, facendo a lui patire la medesima pena che egli immeritatamente aveva fatto a le donne sostenere.

Lascio molte altre che sarìa troppo prolisso e soverchia fatica a raccontare e

 

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concludendo dico che affaticansi gli uomini quanto vogliono in fare cose grandi e malagevoli, le quali pare più a loro per gagliardezza del sesso suo appartengano, nondimeno non mi si torrà che infinite non siano state quelle donne che di magnanimità abbiano fatto prove sopra naturali, quali in loro sono tanto più mirabili e degne quanto per la loro imbecillità e aviso gli siano più disdette.

 

De la dilezione e amore

 

Resta a provare de la dilezione o amore, la quale tanto più è ne le donne quanto che di prudenza trapassano, imperò che, como scrive Aristotele, la natura ha dato al più prudente sesso la cura de’ figliuoli, la quale è opera de singulare amore, sì como noi leggemo di Cornelia matre de li Gracchi, che a quella matrona campana quale gloriavasi de tante sue richezze, gemme e vestimenti, mostrò i soi figliuoli dicendogli: «Questi sono li ornamenti miei».

E lasciando andare de l’amore a’ figliuoli portato, perché pare quasi impossibile che altramente sia, avendoli pur nove mesi con tanta cura e solicitudine nel proprio ventre portati e nutriti, che diremo de l’amore verso e mariti? Il quale avegna che ogni amore sia quasi una cosa infinita ad volere considerarlo, nondimeno questo tutti li altri trapassa, per il che Valerio prudentemente ne scrisse ne’ suoi Gesti memorabili un capitolo e pel contrario non pose quello de’ mariti verso la loro moglie, perché molto averìa penato a trovarne alcuni essempi, dove molti de femine valorose si ritrovano che hanno mille pericoli corsi e sonosi mille volte alla morte esposte o per la salute di quelli o per non vivere doppo il loro

 

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fine e giorno estremo, come fece Alceste, Ipsicratea, Artemisia, Laodomia, Evadne, Valeria, Porzia, Deidamia, Argia, Fila figliola de Demetrio,

 

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Stratonica di Deiotaro, Livia di Augusto, como si scrive etiam de le donne de India le quali, secondo la loro consuetudine abbruggiando i corpi de’ mariti, vive ne la fiamma del funereo rogo dentro si gettano, estimando convenevole al maritale amore con quelli insieme vivere e morire.

Quanto eziandio a l’amore che per bellezza o laudevoli costumi o proprie virtù i giovenili cori invesca, credesi per molti autori le donne vincere, imperò che

 

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essendo ne le ombrose case nutrite ociose e quasi in solitudine, cose tutte aconcie a secondare li piaceri d’amore e toltigli mille altri studi agli uomini concessi di ucellare, cacciare, giostrare, armegiare, li cui piaceri hanno forza ogni fiamma amorosa estinguere, che gli resta altro se non con pensieri continui nudrire il foco che le consumma? Sì como l’amoroso poeta Ovidio introduce Ero scrivere a Leandro: voi ora cacciando, ora piscando, ora bevendo, ora in mille altre cose trovate ove spendere li ociosi tempi senza noia, a me non rimane altro che ognora più ferventemente amare.

Non per tanto a me pare più per isperienza che per altra ragione che questa disputazione sia molto difficile da diffinire, vedendo infinito il numero di quelli che indarno a dietro loro s’affaticano, e io l’ho già non una volta isperimentato, ma bene estimo coloro felicissimi a cui è licito godere dil loro amore, senza temer di cosa che gli perturbi, e quelle donne essere da più che vincendo ne l’altre virtù non consentano in amore esser vinte, nel quale cedere sopra ogn’altra è cosa turpissima.

 

De la dottrina.

 

De li beni dell’intelletto rimane a vedere de le virtù speculative o vero de la dottrina, la quale alcuni uomini invidiosi hanno cercato con scherni e risa volerla dissimulare, infingendosi nove cose de la sapienza feminile quasi como vogliano si creda tanto ogni femina essere più bestiale e pazza, quanto è più savia e ben parlante estimata, persuadendosi, perché le donne non vadano a Pavia a studiare leggi, che nulla sappiano e che da nulla sia il loro ingegno e consiglio.

Ma non cade la disputazione nostra in queste cose; conciosia che perché non si essercitano, non mi si tole (posto che spendessero il loro tempo nei studi, como fanno gli uomini) non facessero quello profitto e più che essi facciano. La quale cosa assai manifestamente si è veduta ne’ tempi antichi di colei cui la tarda venuta dil giovane Faone spinse a precipitarsi e fiaccarsi il collo da la rupe

 

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Leucadia, la quale così per li colti e limati suoi libri meritò il nome di optima dicitrice in versi e di poetessa, come già tra i poeti Omero. Legesi ancora di Corinna tebana che tratta in iudicio vinse Pindaro, quale incomparabile è da molti latini estimato, ed Erinne compose trecento versi al parangone de quelli de Omero.

Quante donne ancora si sono già ritrovate nei studi de le littere eccellenti? come già le romane Cornificia, Ortensia, Sulpizia, Paula e Marcella, de

 

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quali scrive il beato Ieronimo, Polla moglie di Lucano, Calpurnia di Plinio,

 

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Lelia socera di Lucio Crasso oratore, la quale per la eleganza de la lingua e prontezza d’ingegno esso più voluntieri udire soleva che non faceva Nevio o Plauto. Fu eziandio Proba, moglie di Adelfo proconsule romano, che de’ versi vergiliani con maraviglioso artificio scrisse il Testamento vecchio e novo e si può dire che fece Virgilio parlante di la fede e cristiano. Leggemo ancora di Temistoclea sorella di Pitagora, Areta figliuola de Aristippo, Cleobolina unigenita figliuola di Cleobulo uno de’ sette savi e molte altre savissime e nei più moderni tempi di Zenobia e di quella che essendo nata in Anglia, sconosciuta e vestita con panni virili venne in Roma e tanto fu il suo ingegno che, fatta prima

 

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cardinale, in breve tempo pervenne alla dignità de la quale più oltra non si può sperare. Quale uomo adunque devesi di ingegno e saviezza a questa donna aguagliare? Certo niuno.

Che diremo de la sibilla Amaltea che compose i libri ove si conteneva la cura de la romana republica? Certo io non so se non che quanto saviamente fecero mai i romani convenevole cosa fora che la maggior parte de la laude fosse attribuita a lei, per la cui dottrina aveano imparato quale consiglio in ogni loro bisogna dovessero prendere. Taceremo noi de Carmente che prima trovò le littere latine? Da la quale sono detti i carmi cioè i versi.

Avendo adunque li Romani e le littere e il governo de la republica avuto da femine, ne le quali cose specialmente consiste la sapienza, verisimile cosa è che non solamente le donne più savie de li uomini siano, ma che sempre fussero e saranno più savie. E quindi procede che l’antiquità imaginò e pinse le Muse, excitatrici degli elevati ingegni, femine e pinse ancora Minerva dea de la sapienza donna e non uomo, come già di sopra è detto de la iustizia. E questo consentimento di tutta gente in pingere queste sacre dive mi pare sì gran testimonio in favore de le donne, che io per me non ne so più oltre desiderare, avegna ci siano mille autorità de filosofanti che parlando de la natura degli animali, dicono generalmente le femine esser più disciplinabili e agevoli de imparare, non excettuando

 

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più la donna che altra specie.

Il medesmo ancora tra l’altre ragioni per questa si prova che le più volte la bontà de l’ingegno dimostrasi per la bellezza corporale, quale come diremo nei seguenti capitoli, specialmente regna ne le donne. E Omero scrive Aiace esser stato uno uomo grande, spacioso e vasto e per conseguente bestiale e pazzo e strabochevole in ogni cosa e di Ulisse dice che era raccolto e ben proporzionato e perciò savio e prudente e acorto ne le bisogne. Se adunque nel corpo più raccolto consiste più sapienza, manifesta cosa è che le donne sono naturalmente più piccole, meglio composte e proporzionate e pertanto più savie e di migliore ingegno dotate, il che ne dimostra la stella di Mercurio dominatrice sopra li ingeniosi, quale nel segno de Vergine è fortunatissima.

Né lasciaremo a dire de la mollicie e delicatezza de la carne, manifesto segnale (come vogliono tutti i filosofanti) de la sottigliezza de l’ingegno, la quale cosa esser vera si comprende per quella scienza e dottrina che negli uomini si ritrova, perciò che rade volte adviene che questi uomini, ruvidi e grossi e de la pelle e de li peli, siano atti ad imparare littere e in contrario quelli che sono più teneri e molli de carne sono de migliore ingegno dotati e conseguentemente le femine hanno l’ingegno più agevole ad imparare ciò che vogliono.

 

De li beni de la fortuna.

 

Gran parte de la nostra fatica credo sia passata, avendo per assai sufficienti ragioni dimostrato che quanto alli beni de l’intelletto, cioè alle virtù e a la dottrina, la donna non solamente non cede al virile sesso, ma eziandio di gran lunga lo trapassa. Sì che omai molto agevole estimo il rimanente provare, e massimamente de li beni strani, o vero de la fortuna, tra li quali la patria non ha l’ultimo

 

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luoco, la quale se consideriamo dal principio de’ nostri primi parenti, trovaremo che il nostro patre Adam fu in Siria nel campo Damasceno creato e oltra ciò fu creato di lotto e fango ed Eva nel paradiso terrestre, per la qual cagione credo sia la consuetudine introdotta di onorare le donne in qual luoco se siano, sì come quelle che per essere in sì degna parte create, meritano da ogni uomo essere riverite, avegna che altri adducono altra ragione de l’onor portatogli che è quella de la matre di Coriolano, la quale, più che tutto il romano populo e più che i sacerdoti, puote a rimovere l’adirato figliuolo dal fiero proponimento contra l’ingrata patria.

Per il che come a conservatrici de la cità romana fu sempre alle donne portato il devuto onore e crescendo con gli anni infin a’ nostri tempi è tale usanza pervenuta, come noi veggiamo, che e ne le vie se gli cede e alle tavole ne le nozze e altri conviti se gli danno i più onorati luochi e quantunque a donna di più bassa condizione parlando, li più onorevoli uomini portano rispetto, perché così la natura maestra de tutte le cose ce insegna, lasciandone per naturale instinto qual cosa abbiamo ad seguire e quale a schifare. Questo eziandio non solamente conoscono li uomini, ma tra le fiere lo unicorno ne fa chiarissima fede. Quale essendo e di maravigliosa gagliardezza e di grandissima crudeltà dotato, da niuno altro animale fuor che da la vergine donna soffre d’esser trattato e ammanito, conoscendo in lei tanta eccellenza che giudica la sua dolce sorte esser da così nobile cosa preso.

Ma di questo sì saldo e intiero giudicio molti fideli amanti sono che non consentono esserne concessa laude ad uno animale irrazionale, alli quali parrebbe incomparabile felicità spendere la vita in qualche atto egregio per piacere alle loro donne. E certo degni sono questi tali de la morte, ma de la piccola, dico, che dolcemente si può fare molte volte. E così ne adviso le donne valorose che le piaccia

 

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dargli cagione di lunga vita, a ciò per loro amore possano spesse fiate di simile morte morire ed esse lungo tempo esser da loro bene servite.

Ma per tornare alla dignità de la donna, noi dicemo, e così vedesi per isperienza, che il calore suo grandemente giova alla infermità de’ paraletici. E un maggiore argumento c’è ancora, che il mondo tutto, per esser opera sì maravigliosa di natura, nel quale si contengono tante altre belle cose, deve da qualche cosa eccellentissima esser denominato e torre il nome suo, e pur una terza parte di quello cioè l’Asia, la quale contene tante provincie, ha tolto il nome da la moglie di Iapeto matre di Prometeo, detta Asia. E una altra parte chiamata Africa o vero Libia fu detta da Libia figliuola di Epafo. L’altra terza parte Europa, così fu chiamata da la figliuola di Agenore rubbata dal sommo Giove, converso ne la fallace forma dil bianco giovenco. E tutta la terra insieme è detta matre universale.

 

De la bellezza.

 

Tra tutte le eccellenze che alle donne o la fortuna o la natura o la loro industria ha concesse, la bellezza corporale gli è più che dire non si potrebbe, agradevole. La quale con tanto maggiore cura si ingegnano mantenere e accrescere quanto veggiono (non so per che stelle maligne) le virtù meno in prezzo, avegna che a loro agevole cosa sia parere belle, essendo da la natura dotate di tutte quelle parti che possono piacere ed essendo dal volto loro rimossa quella asprezza de la barba che fa piutosto caduca la beltà de’ maschi, che forse ad alcuni inimici de la natura non piace, facendone ispidi nel volto, ruvidi e non dissomiglianti alle fiere.

 

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Per la qual cosa non possendo di beltà con le donne contrastare, avemosi imaginato due specie di bellezza, ne l’una de le quali sia una dignità e maiestà e quasi una riverenza e questa abbiamolasi a noi attribuita, ne l’altra sia una venustà, una attrazione piena di desiderio, piena d’amore e questa è propria e peculiare de le donne.

Né bisogna che maschio de quale se sia etade in questa se gli aguagli, perché se vogliamo discorrere per le parti dil corpo che possono avere giocondo e delettevole aspetto, in ogni cosa siamo inferiori comminciando dagli occhi, quale in molte si veggiono a guisa de doe fiammegianti stelle, anzi de dua vivi soli diffondere intorno a sé la sua luce e con la sua chiarezza vincere le tenebre di la notte e quando con maestrevole arte mossi, palesare a li ingeniosi amanti i secreti dil core e con la sua vaga bellezza fare de loro quello che di Medusa si legge, che con la vista sua convertiva

gli uomini in sassi, e che ciò sia più ne le donne che ne l’altro sesso lo dimostra il loro essere guatate universalmente per tutti i luochi dove vanno.

Che dirò io dil spacioso fronte? E de l’arguti cigli? Dil profilato naso? De la vermiglia bocca? De le candide perle ordinatamente rinchiuse entro il bel corallo? Dil bifido mento da niuno pelo attorniato? Del vivido colore sparso per tutto il volto? Che de la bianca gola? Che de le molli fila d’oro che e su pel bianco avorio sparse e in dolce nodo raccolte non possono se non sommamente a’ riguardanti agradare? Che dirò de’ rotondi pomi? Quali non so se somiglianti ne li Orti Esperidi ne guardasse mai il vigilante dracone, i quali da sottilissimo e lucido velo repressi, spignendo in fuori avrìano forza di muovere, non che ogni severissimo e duro uomo, ma le fere silvestre ancora e, se gli è lecito a dire, le insensate pietre. Pensa quello deve essere de le occulte parti, alle quali con tanto amore e desiderio la natura non ne spingerebbe se non fossero al tutto delettevoli e al loro obietto bellissime, perché l’amore non è altro che una cupidità di fruire la bellezza, come diffiniscono tutti i filosofi e massimamente l’amoroso Platone.

 

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E quelli che con loro ingegno hanno cercato de imitare il maraviglioso artificio di natura, volendo fare una statua che fosse norma e regola alle altre pitture e sculpture di bellezza, la fecero donna, come dice Plinio e molti altri, aggiongendo che tanto ogni opera fatta era stimata bella quanto era più prossima a quella di Policleto; e questa cosa ancora da li moderni pittori e scultori affermasi, quali ritrovare dicono molta più delicatezza, proporzione e, se si può dire, perfezione ne li feminili corpi. E quello antico lume e illustratore de la pittura Zeusi, volendo alli omini di Crotona fare un dono egregio e singulare, anzi lasciargli uno eterno testimonio de la sua virtù, trasse da cinque vergini donzelle tutte le più belle parti e de la imitazione de tutte cinque ne compose un feminile corpo bellissimo. Costui adunque, possendo fare per l’arte sua vero iudicio di beltade, diede per tale opera la sentenza in favore de le donne e al mio parere, anzi del più degli uomini, la diede verissima.

Perché qual sarà colui che non veda qualche donna tra l’altre voluntieri, veduta non l’ami, amata non la desidri fruire? La quale vista, il qual amore, il qual desiderio non si può muovere se non da un non so che piacere che agli occhi nostri corre ogni volta che si giudica alcuna cosa esser bella. Il che non accade, se non in pochi, nel vedere de’ maschi. Ma che bisogna più estendersi in aguagliarla a l’uomo di bellezza?

Certo credo che niuna cosa a questo si possa addure in contrario, se forse talora qualche ostinato e nemico de le donne non si persuadesse con un detto del

 

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filosofo poter confutarme, cioè che in un corpo grande può essere più gran bellezza che in uno picciolo. Conciosia adunque che l’uomo le più volte è di la donna maggiore, si conclude che ne l’uomo possa capere maggiore bellezza. A questo tale respondendo dico che la magnitudine o vero grandezza si considera in doi modi: l’uno quando una cosa secondo tutte le misure si estende più che l’altra, come a dire che uno elefante sia maggiore de una formica. L’altro modo se intende secondo la proporzione, come è dicendo questa formica è grande, quello elefante è picciolo; e secondo questo modo di parlare non possemo dire che la donna sia piccola (avegna sia più bassa di l’uomo) ogni volta che aggiunga alla sua natura la proporzione, quale forse da la natura gli è data minore per qualche rispetto, non importante ora a raccontarlo.

E quindi nota una altra ragione efficacissima a provare la bellezza de le donne, imperò che per isperienza vedesi quasi tutte le femine esser più proporzionate e di una misura che non sono gli uomini, anzi tra gli uomini si ritrovano più nani e molto piccioli e alcuni quasi pigmei e oltra ciò assiderati, stroppiati e simili a quelli de’ Baronci quando Domenedio imparava a farli.

La cagione è perché le donne sono di natura alquanto più umide e la umidità più agevolmente si estende infin al suo termine, e per questo non restano né i loro visi, né i corpi sì sovente magagnati e guasti, ancora perché la sua longhezza è minore e più tosto se adempie e finalmente perché il cielo gli è più favorevole e par tenga non picciola cura de la loro bellezza. Ma il più degli uomini, perché sono più macilenti e secchi, quello che di larghezza perdono, in longhezza acquistano; e posti uno uomo e una femina di longhezza pari, l’uomo così a prima veduta parrà più longo per sottigliezza, sì come vedemo di coloro advenire che sono alcun tempo stati amalati, li quali uscendo del

letto paiono molto maggiori che prima, non essendo però ne l’infermità fatti più longhi, ma per essergli tolto de la larghezza grossezza, la longhezza, quale è rimasa come prima, pare magiore.

 

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Segue de li beni de la fortuna.

 

Sì come credo, assai sufficientemente è stato da noi provato la bellezza de le donne essere magiore che de gli uomini; la quale con una parte solamente di una novella il Boccaccio nostro volse provare nel suo Decamerone, quando disse che al figliuolo di quello eremita fiorentino a la prima veduta erano le donne tanto piacciute, il che fece sì brevemente, estimando essere vana fatica volere con moltitudine de argomenti affermare quella cosa che niuno ha ardimento negare. De li altri beni e dil corpo e di la fortuna come de’ figliuoli, de l’amicizie, de le ricchezze, de la gloria, de la sanità, de le forze, in niuna di queste cose a l’uomo cedeno. Perché li figliuoli son communi e se l’uno di dua gli ha più de l’altro parte, la donna veramente è quella che gli ha nel suo ventre portati, dil proprio latte nudriti, con tanta fatica e solicitudine allevati.

De l’amicizie non dirò io, conciosia che si ama la beltà e le virtuti, e se ambedua queste sono più ne la donna che ne l’uomo, necessario è che la donna più amata sia, come vedemo ogni giorno per isperienza di tante risse, di tante questioni che ogni giorno fannosi tra gli uomini per guadagnare l’amicizia e la benivolenza de alcuna damigiella. E come si legge ne l’antiche e moderne storie e nei libri de’ poeti de tante città, di tante nazioni che, per contesa di possedere la grazia e l’amore di alcuna donna, sono state ruinate e guaste. Pensa quello avrebbono fatto questi che non hanno temuto mettere ‘l mondo sozzopra, per sì fatta cagione, ne le bisogne de le donne loro amiche. Pochi sono stati coloro che per l’amico suo non abbiano dubitato offerirsi alla morte e non so se più di sei o sette paia de amici tali se trovino iscritti. Ma infinito è bene il numero di coloro che per l’amate donne hanno mille pericoli de morte corsi e talora datalasi per troppo amore.

Le richezze (avegna siano state molte donne richissime e ne siano oggi più che mai ancora) non giudico di tanta stima che non sia via più potere comandare a quei che le possedono. Deve adunque alle donne bastare guadagnarsi l’amore degli uomini. La qual cosa gli è agevolissima e poscia sono dominatrici non che

 

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de le facultà ma de la vita e dil sangue loro.

La gloria e onore, quantunque da alcuni si connomeri tra li beni strani e de la fortuna, nondimeno è premio e mercede de li beni de l’animo e de la virtute, ne li quali, essendo le donne vincitrici, non gli può mancare né gloria né onore in qual loco e appo qual persona si sia.

Li altri beni dil corpo cioè la sanità e le forze non sono men ne le donne che negli uomini e posto ancora che fussero in esse minori, non sono di tanto momento che possano torgline una minima parte ancora de la loro eccellenza. Perché la sanità consiste in gran parte nel regolato vivere, il che è ne la nostra voluntà, e perché più modestamente e con migliore regola viveno le donne, più rade volte infermano, appresso li menstrui e le spesse purgazioni le reguardano da molte infermità in cui li uomini spesse fiate incappansi.

Quanto a le forze, noi leggiamo de le Amazone e de molte altre andare use in battaglia e che hanno già molti triomfi e innumerabili vittorie rapportate. La quale consuetudine se infin a questi tempi fusse perseverata, ne l’ora presente ancora veder si potrìa quante fossero le feminili forze. Ma perché tale usanza è interrotta, e le forze e li essercizi militari si conservano e aumentano essercitandoli, par che da nulla siano tenute le forze de le donne. La qual cosa ancora che così fusse, che ha bisogno colei (se volemo ragionevolmente considerare) de le forze corporali, che può adoperare in ogni avenimento le forze de l’intelletto? Certo le gran cose tutte si conducono al desiato fine più tosto con ingegno che con possanza corporale e le troppe forze fanno le più volte coloro in cui sono, temerari.

Milone crotoniata, confidandosi ne le sue braccia, volse la quasi fessa quercia aprire e uscendone li cugnoli e altri stormenti che la tenevano aperta, stancandosi a poco a poco la sua forza e chiudendosi da se stessa la rovere, inchiavossi

 

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dentro le mani e rimase pasto alle fiere. Capaneo, credendosi contra il volere de li dei poter prendere la città di Tebe, fu da Giove folminato. Li superbi figliuoli de la terra, troppo di sé per la smisurata grandezza presumendo, furono dai dei sotto quei monti detrusi, quai volseno l’uno sopra l’altro porre per ascendere alle celesti sedie. Teseo e Piritoo essendo mortali, fidatisi de le forze loro e de l’amico Ercole, ebbero ardire di volere per moglie prendere le figliole de li dei e perciò andaro all’inferno per rubbar Proserpina al fratello di Giove e ne trasseno il tricipite cane obstante al presumptuoso loro ardire, ma al fine ivi rimasi danno le pene dil comesso flagizio.

Vedi di quanto male è cagione la troppo gagliardezza. Niuna cosa è che più offenda la iustizia che il troppo ardimento e la troppo corporale forza, imperciò che niuna cosa è che ci dia più animo al mal fare che il persuadersi di passarne impuniti. La quale cosa ne la nostra città si è veduta, ne la quale talora sono state sì potenti le arme de’ cativi che a’ buoni tutti conveneva o esser preda e olocausto de’ scelerati o lasciando l’amata patria elegersi voluntario essilio, perché dove non è iustizia, dove le leggi sono morte, non so perché ivi debbia ad alcuno uomo da bene la vita aggradare.

Ma lasciamo ora da canto queste calamità e ritornando al proposito nostro, concludiamo esser vero che un tempo le forze dil corpo e la gagliardezza furono utili al mondo, quando gli uomini valenti e pro’ de la persona defendevano le genti imbelli da le ingiurie, ancidevano i tiranni, domavano i mostri. Ma considerando la natura che quella età d’oro era per convertirse tosto non che in argento e

 

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rame, ma ancora in ferro, nel qual tempo le arme de’ forti non propulsarebbeno le ingiurie ma le farebbono, a ciò che tutti universalmente non fussimo di tanta catività machiati e diventassimo de noi stessi tutti micidiali, a l’una de dua parti tolse le arme quali al tempo de le Amazone gli aveva concesse, a ciò che per tal cagione qualche iustizia in terra si conservasse e non avesse una altra volta il mondo (como accaderìa rimanendone privo) a ritornare ne l’antico e primo caos.

 

Conclude per molte ragioni la eccellenza de le donne.

 

Avendo per molte cose sopradette dichiarato quanto sia stata benigna e favorevole a le donne la matre di tutte le cose mundane, natura, in donarle abondevolmente de tutti quei beni che le possono far per se stesse degne, agli altri care ed essendomi io posto nei lati campi de le loro laudi, farò ora como sogliono talora i prudenti capitani che, nel cedere de’ loro nemici, a mezo il corso rimangono, per non lasciarsi a dietro alcuna cosa che nocere e la vittoria impedire le possa. Così io, avendo con molte ragioni fortissime ottenuta la vittoria in favore de le donne, ora per stirpare ogni cosa che sì bello triomfo avesse forza turbargli, mi rimarrò di andare più avante e raccontare le eccellenze e le virtuti loro, volendo, perché più fede si dia a la vittoria, provare ancora la equalità. E dico che la femina è di necessità di natura, imperciò che la generazione umana senza esse non si potrìa conservare e ne le cose che altramente esser non ponno non c’è di alcuno merito né biasimo. La qual cosa molto bene espresse Crasso censore romano quando disse, ne la orazione qual fece contra Domizio suo compagno, ne le cose che la natura o la fortuna ci dava, agevolmente potere tollerare esser vinto, ne le cose che per se stessi gli uomini potevano acquistarsi, in queste a niuno patto poter patire essere da altri superato.

Che onore adunque né disonore è perché mona tale sia nasciuta femina e

 

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quello altro sia nasciuto uomo? Certo niuno. Per il che non si deve ne le cose che sono di necessità mettere differenza veruna, e consequentemente la natura non ha le donne fatte in parte alcun men degne degli uomini. La qual cosa considerando, i latori de le civili leggi reprendono con molte ragioni li detrattori del femineo sesso, sì come nemici de la natura che vogliano e abbiano ardire di vituperare quella cosa per donde ha procurato il mantenimento nostro. Lasciamo stare la impietà quale è grandissima a biasimare quelle per cui abbiamo l’essere, quelle che ne conservano e multiplicano la sumiglianza de nui stessi, quelle senza le quali il vivere nostro fora una solitudine, una perpetua tristezza, anzi una continua morte.

Né bisogna che alcuno mi dica non essere sì stolto che biasimando le donne biasimi la matre, moglie, parenti e quelle con le quali di continuo vive. Perciò che sì come un valente uomo, udendo dire male degli uomini de la sua patria, averà di ciò (per molti che vi siano cativi) grande e

convenevole dispiacere e vorrà defendere l’onor de’ suoi cittadini, così noi, perché vi siano de le donne triste e di mala vita, non dovemo patire che generalmente siano vituperate. Il che tra l’altre cagioni, che sono molte, massimamente si deve fare perché la vergogna loro ne ritorna le più volte a nui in disonore che le serviamo e chiamamosi sovente loro schiavi e pregioni, laonde manifestaressimo la nostra dapocagine consentendo servire a cosa vile.

Né solamente qui si tratta dil vituperio nostro, ma eziandio de li eterni dei che sono molte fiate discesi da le celesti sedie in terra per star loro presso e fruirle. E colui che con le fiamme del suo volto illumina l’ampia faccia de la terra, per guadagnare la grazia de una donzella sostenne molti e molti anni servire ne le pastorali case di Admeto, senza che Ercole, Achille e tanti altri baroni e semidei dominatori de’ principi e de’ mondani regni abbiano in collo portato giogo feminile.

Per queste adunque ragioni a me pare che non solamente agli uomini siano donne eguali, ma ancora più degne. Tra l’altre cose perché la generazione è da loro più desiata, la quale tra tutte l’altre nostre più s’assomiglia a l’operazioni

 

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divine imperciò che imita il maraviglioso artificio di natura, producendo quasi de niente o almen di minima cosa sì bello effetto com’è il parto umano, nel quale, avegna che tanto l’uomo come la femina intervenga, nondimeno con maggiore desiderio vi si muove la donna e più vi s’affatica e vi mette del suo, nutricando quello col proprio sangue mutato in forma de latte a ciò non dasse a le donne timorose cagione di spavento.

Ed è questa generazione in tanto accetta a Domenedio che (come dicono i sacri teologi) perdonò alle figliuole di Lot giaciutesi col patre loro embriaco, avendo tal cosa fatta non per libidine ma per generare figliuoli di uomo giusto e ubidiente a Dio, i quali non avesseno (come gli altri uomini di la città di Sodoma) a guastare e rompere le leggi naturali e divine. Deve essere superiore eziandio la donna quanto alla generazione, perciò che essa senza uomo può generare uno parto vivo che si chiama mola, la quale cosa a niuna altra specie è conceduta che la femina senza il maschio suo possa concipire e partorire; e quantunque tal parto non possa vivere lungamente, non per tanto in esso si lascia de considerare il privilegio datogli da la natura.

Riguardando adunque alle dette ragioni e a molte altre, che ci resta altro se non confessare la prestanza e la virtù de le donne essere tanta che non solamente gli uomini non le ponno aguagliare, ma gli sono prossimi di grandissimo intervallo? La qual cosa sia assai evidentemente manifesta, respondendo a quelli argomenti, con li quali i detrattori si sforzavano macchiare la nobiltà de le donne, e dichiarando che avegna ne li antichi e moderni sacrifici ancora sia consuetudine che le donne coprano la testa e gli uomini ne vadano col capo aperto e ignudo, questo non è perché elle siano immonde e brutte e meritino di star chiuse, questi siano più netti e politi e degni di stare scoperti ne li tempi de li dei, come è opinione di alcuni sciocchi, ma tal cosa fassi per altra cagione più convenevole

 

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e giusta, perché la bellezza loro, se fosse scoperta, non avesse forza di suscitare in alcuno qualche desiderio men che pudico.

E oltra ciò per esser le donne de più privilegi e virtù dotate, cose atte ad farle forse alquanto ambiziosette, in segno de umiltà quando adorano non è cosa inconvenevole che siano con la testa velata e coperta. E perché dicono ancora che la femina desidera l’uomo como fa la materia la forma per farsi più perfetta e perciò advenire che l’uomo naturalmente abbia in odio quella a cui prima si congiunse, sì come quella alla quale copulandosi perse molto de la sua perfezione; in contrario dicono la femina amare l’uomo col quale prima conobbe quali fossero li venerei congiungimenti, per quale divenne più perfetta.

Dico che male hanno questi tali in logica studiato e la sua consequenzia non vale: la donna desidera l’uomo come perfezione, adunque è imperfetta. Per ciò, posto che desideri l’uomo come perfezione, non però segue che sia imperfetta, ma può essere ed è perfetta in alcuno grado e copulandosi a l’uomo si fa perfetta in alcun grado più, nondimeno l’uomo sarà di men perfezione che la donna. Come possemo dire del nostro intelletto quale, essendo di non poca perfezione, desidera, per farsi più perfetto, conoscere alcune cose men perfette di lui, sì come è la natura di alcuno animale irrazionale e aggiungendo la perfezione che sta in tal conoscimento a quella era in lui prima, si fa migliore e più perfetto.

Né perché l’uomo abbia exosa la prima donna a lui congiunta, questo adviene perché perda la sua perfezione, imperò che se ciò fosse vero questo accaderìa

 

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ogni volta che con lei si congiungesse, la qual cosa non è così; anzi, fuora che la prima fiata, le più volte doppo tal congiungimento a l’uomo cresce l’amore; e se pur tu brami sapere la cagione perché nasca nel primo congiungimento tale odio, è più verisimile che questo advenga per la calda complessione di l’uomo, massimamente ne la più tenera etade e puerizia e perché pochi stano a experimentare tali giuochi infin a l’età matura, la caldezza che in quei tempi è maggiore è cagione di novi pensieri. Sì che ravolgendo i giovani ne la instabile mente la qualità de la cosa, agevolmente disamano e pentonsi di tal fatto, infin che la più salda etade e longa consuetudine gli fa conoscere gli artigli d’Amore. Ma la donna, per instinto di natura conoscendo quanta perfezione sia nel generare, ama colui, anzi gli è sempre tenuta, che gli insegnò como per la coda si piantano gli uomini.

Per ragion dil luoco dicevano ancora l’uomo essere più degno, perciò che la donna è sottoposta e l’uomo sta sopra in luoco più nobile. Ma chi con diritto occhio riguarda, conoscerà che la donna negli ultimi diletti d’amore sta in luoco più nobile giacendo supina e con gli occhi al cielo, a guisa che debbono far gli animali dotati di ragione e l’uomo stassi come fanno le bestie col volto e con gli occhi verso la terra e, quel ch’è più, perciò che l’uomo si conosce indegno di quello infinito piacere e gioia, non può fare, così insegnandogli la maestra de tutte le cose natura, che a prender gli ultimi termini d’amore e a quel sommo bene non vada con reverenza e con ingenocchiarsi.

Affermavano oltra questo la indignità di la donna per essere ella nei piaceri venerei paziente e l’uomo agente, la qual cosa più non gli tole de la sua dignità

 

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che faciano le varietà di colori agli occhi e le cose odorifere al naso e tutti li altri obietti a’ suoi sensi. Perciò che l’occhio è paziente e le cose colorate lo feriscono e operangli dentro, tuttavia l’occhio e la virtù visiva è più degna di quei colori che sono puri agenti. Il suono percuote il sentimento di l’udire nostro e l’orecchia patisce ed è però più degna di quello suono e strepito che induce tal patire. Il somigliante dicemo de la donna la qual, quantunque patisca l’uomo, non si può però per tal ragione affermare che di lui sia men degna.

Non lasciavano questi tali a dietro una ragione che pare loro fortissima, cioè che l’essere alle donne tolta la cura degli offici e civili e divini ed essere loro da le leggi vietato che siano procuratrici, che prestino testimonio in iudici, massimamente nei testamenti, sia un grande argomento anzi un iudicio e una salda sentenza de la loro poca sufficienza. Ma non vedeno con quanta trascuragine dicono la menzogna, perciò che anticamente li civili offici così da le donne come dagli uomini erano trattati e già le donne fecero molte leggi, come fu la sibilla Amaltea già sopradetta, Didone che edificata la città di Cartagine parimente diede a’ Cartaginesi le leggi del vivere e molte in molti altri luochi. Ma crescendo poi in processo di tempo la malvagità degli uomini e non astenendosi tra loro nei giudici (come adviene) al cospetto de le donne de dire parole ingiuriose e petulanti, a ciò che il muliebre sesso non udisse tali brutezze e spurcizie, fu dai iudici rimosso e da indi in qua gli offici de giudicare sono negli uomini rimasi, avegna che ancora la loro imbecillità gli abbia tolti molti altri privilegi.

Li offici divini sono indifferentemente sempre stati administrati da l’uno e l’altro sesso. Nei tempi antichi questo appare tra l’altre cose per le vergini Vestali, che conservavano con tante cerimonie e tanta cura quello eterno foco. Nei nostri si vede e per tanti monasteri di donne piene di religione e di santità e per mille altre cerimonie. E per avere confutata sì scoperta menzogna, potevano lasciare uno saldo fundamento contra la detta ragione da costoro degli offici, la quale ora, benché non sia necessaria, pur la dirò. Questi offici non sono di tanto momento che eziandio che fussero tutti negli uomini, le donne perdesserone una minima

 

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parte de la loro dignità ed eccellenza. Perché gli offici non si dano sempre a’ più degni, né ancora alli più amati, questo ne insegnò prima Dio, quale diede le chiavi dil cielo a Pietro e non a quella che meritando di portarlo nel suo ventre virginale nove mesi, è da noi meritevolmente chiamata matre de le grazie, donatrice de tutti i beni, sopra ogn’altra incomparabilmente eccellentissima. Questo vedemo ogni giorno che perciò che una reina sia senza officio alcuno, è però più degna de mille altri officiali che stanno ne la corte dil re.

Seguiva dietro a questo la varietà e mutabilità d’opinione e di mente, contra cui abbaiano i poeti in mille luochi, Vergilio: varia cosa e mutabile è sempre la femina, e ‘l Petrarca: femina è cosa

mobile per natura e molti in molt’altre parti dicono il somigliante; la qual cosa non però pare a’ savi sì colpevole che non sia da loro molte fiate commendata, perciò che se i cieli e i tempi, non che ogni giorno ma ogni momento si mutano, bisogna talora advenire che quella cosa che oggi ci sarà utile, dimane ci sarà nocevole, e perciò è forza assai volte mutar volere e consiglio, ad questo inducendone ragione e necessitate, non appetito. E voler in simili casi servare constanza viene più volte da pertinacia, e sono questi tali chiamati uomini di dura cervice, oltra che questa sua, che vogliono chiamare constanza, non men sovente la conservano negli errori che ne l’opere fatte dirittamente. E questo basti quanto a la varietà e incostanza.

Quanto a la fedità, alli menstrui e alli altri umori superflui, nui dicemo che tali cose non ci danno tanto argumento di bruttezza e immondizia quanto di nettezza e delicatura, imperò che essendo non men l’uomo che la femina di quattro elementi composto e da principio creato di fango, è di necessità che partecipi molto de queste terrene immondizie, le quali non avendo per donde mandarle fuori e purgarsene, se ne resta men netto e men polito. La quale cosa ne dimostra la carne di l’uomo, che per molto che lavata sia e ben strebbiata, refricandola sempre genera terra, il che non accade ne la donna, come quella che ogni mese abbia le sue consuete purgazioni, le quali non solamente conservano in loro più delicatezze, ma le riguardano ancora da molte infirmità, come dicono i medici, in cui gli

 

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uomini qualche volta incappano. E avegna che queste tali purgazioni abbiano aspetto men che onesto, non pertanto sono da essere sì acerbamente infestate e da sì poco, come vogliono alcuni, reputate perché non ogni cosa, né ancora agli uomini ha dato la natura che si possa fare palesemente senza vergogna, ma quelle parti che non hanno onorevole aspetto ce l’ha ascose, e i loro benefici sono da usare secretamente.

Che importa adunque che la femina abbia una purgazione necessaria più ogni mese che l’uomo, avendone non men l’uno che l’altro tante che bisogna usarle non una volta ogni giorno? Massimamente essendo ella in tante altre cose superiore e in questa preservata da tante infirmità e il remanente dil tempo più monda e netta; e quindi si vede ancora qual debbia essere la risposta di quello altro argomento quando dicono che la femina è detta da la fedità per rispetto ai mestrui e all’altre dette cose, imperciò che più tosto la femina è così chiamata pel contrario, come niente feda e purgata d’ogni ribaldaria e d’ogni altra cosa che la potesse macchiare per sì fatta via, la qual significazione consideramo in molti altri latini vocaboli. Il bosco si chiama luco come loco ove non sia luce, la guerra dicesi bello per essere cosa niente bella, così la femina niente feda. E oltra che in farle prive d’ogni fedità la natura gli è stata molto favorevole, mi pare che elle sì studiosamente si ingegnino essere polite e piene de delicatezze che de niuna cosa manco che di immundizia doveriano essere colpate.

Seguiva dietro a questo la maggiore e ultima vituperazione de le donne, cioè il fallo di Eva nel divorare il vietato pomo e lasciarsi ingannare dal nemico de l’umana generazione. Ma lasciando a considerare la sottigliezza di tal caso a’ teologi a cui appartiene, dico che al mio parere fu maggiore la vergogna di Adam che sì leggiermente credette alla donna, scordandosi il precepto de Dio, ed è verisimile che il diavolo con più arte e inganno desse a credere alla donna che mangiando tale pomo sarìa immortale, che ella non fece poi di Adam. Oltra che la donna alora non poteva ancora essere sì prudente come l’uomo, per essere di poco creata, e la prudenza si acquista per longa esperienza. Sì che rade volte questa virtù nei giovani si ritrova, ma è peculiare de’ vecchi e perciò né ‘l medico giovane né il militare capitano sono commendati, perché la cognizione dei loro offici s’acquista per longo uso e i loro errori male si possano emendare perciò che la pena subito segue l’errore.

 

 

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Officio era adunque dil prima creato, e più vecchio, antivedere a che fine spettasse il mangiare dil vietato pomo e considerare che non è utile prendere consiglio dal suo nemico. La qual cosa non avendola fatta, meritamente è più da biasmare la imprudenza di Adam e di Eva, quale pel suo peccato fu cagione che il figliuolo de la Vergine prendesse carne umana. Né quantunque ello nascesse uomo, fece però disfavore alla nobiltà ed eccellenza feminile, perché quanto alla specie umana non men è fatta la donna alla somiglianza de Dio che sia l’uomo. Ma ben diede il figliuolo di Dio nel suo nascere una sentenza verissima, benché da pochi intesa, in favore del mulièbre sesso, perché venendo ad exaltare la umiltà tolse il più umile sesso che fu il maschio. La qual cosa intese il Petrarca, quando disse de lui parlando nel quarto suo sonetto:

 

Di sé nascendo a Roma non fe’ grazia,

a Giudea sì, tanto sopr’ogni stato

umiltate exaltar sempre gli piacque.

 

Fecesi eziandio uomo e non donna perché, avendo ello più di lei fallito, fu scacciato del Paradiso e fatto più vile. Venendo adunque il figliuolo de Dio a restituirce la grazia, de la quale eravamo per diabolici inganni e per imprudenza stati privi, fu convenevole che sì come l’uomo ci aveva nel profundo degli abissi e in eterna dannazione ruinati, così ello nascesse uomo e fusse la pena de l’innocente sangue conveniente al delitto di Adam. Per la qual cosa chiaramente si vede maggiore esser stato il peccato de l’uomo che di la donna, conciosia che bisognò pel mezo di Cristo fatto uomo ricompensarlo.

Questi sono li argomenti, queste sono le ragioni sopra dette con le quali gli uomini si persuadeno vincere la schermaglia; e certo dubito, per esser le donne ne le corporali forze alquanto inferiori, non la perdessero, se le loro mercè non seguitassero degli amici che in ogni loro bisogna, in ogni periglio fossero apparechiati e pronti a prendere l’arme per loro difesa, non temendo li continui soffiamenti de la invidia, né li crudi morsi de li detrattori. Massimamente non essendo molto malagevoli da confutare per le singulari e immense grazie che con larga mano la natura alle donne ha concedute, ed essendo questo ancora non picciola

 

 

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laude di coloro che si lasciano ad amare trascorrere, tra li quali essendo io uno, non per disaventura ma per mia elezione, niuna cosa ho ritrovato che maggiore alleviamento possa dare alle continue passioni e alle quotidiane sollicitudini che la mente mi turbano e tengono notte e giorno l’animo mio sospeso, che pensare alla vaga bellezza, alli ornati e laudevoli costumi, alli ragionamenti soavi de la mia donna bastante sodisfacimento de mille altri sospiri, de mille anxietà che il soverchio amore nella mente compreso talora mi fa sentire.

Alle quali cose non penso mai ch’io non stimi assai bene aventurata la pena mia e non desideri, quantunque privo de ogni spene, di cui i più felici amanti si godeno, in tale stato trapassare tutta la vita.

Se l’età di Nestor mi fusse concessa e non accadendogli fare experienza della mia sincera affezione, né godendosi che la sua beltade per alcuno sia celebrata, parendogli desdicevole alla donnesca onestà che donna piaccia molto ad altri che al suo marito, ho eletto di scrivere questo mio libretto in laude de tutte le donne, quale ella leggendo abbia ad reconoscere non men le singolari virtù con industriosa fatica da se stessa acquistate che li rari privilegi de la natura ampiamente donatigli.