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Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini. Discorso di Lucretia Marinella, In due parti diviso (1601) Part 4

by Lucrezia Marinella

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Title: Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini. Discorso di Lucretia Marinella, In due parti diviso
Author: Lucrezia, Marinella (1571–1653)
Date of publication: 1600
Edition transcribed: (Venice: Giovanni Battista Ciotti, 1601)
Source of edition: Gale Centage Learning, Nineteenth Century Collections Online
Transcribed by: Marco Piana, Martina Orlandi, Lara Harwood-Ventura, Tanya Ludovico, and Cassandra Marsillo, McGill University, 2016.
Transcription conventions: “Intervocalic v” transcribed as “u”, as per the original. We decided, however, to normalize all initial “v” as “v”, since they were sometimes v, sometimes u, no real logic or coherence in the original.
Status: Completed/ not yet proofread, version 0, December 2016.

  1. 230

 

     E dando al ricco suocero il ueleno,

                 Toglie alla fida moglie il caro padre:

                 Vn’altro, la cui figlia il uentre ha pieno,

                 Con le sue mani insidiose. e ladre.

                 Dando al genero ricco occulta morte

                 Fa piangere à la figlia il suo consorte.

 

De gli houmini uili, paurosi, & di poco animo.

Cap. XVII.

 

Paura che cosa sia.[1]

 

LA paura, è come dice Speusippo; Coucussio animi in expectatione mali. Ouero è un sospetto di un male eminente, come si legge nel li. 3. dell’Etica, il quale con la sua fredda presenza agghiaccia il sangue fino nelle più interne part del cuore, & però i Latini le aggiungono spesso epiteto di freddo, dicendo: Gelidus timor: percioche rende gli huomini freddi, essangui, tremanti, & pallidi, & l’Ariosto mostrò tutti questi effetti del timore, & prima dell’agghiacciare, nel Canto 30. mentre combatteua Mandricardo con Ruggieri, dicendo.

 

L’aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,

            Per dubbio di Ruggieri a i circonstanti.

 

Il altro luogo, come rende l’huomo essangue, & tremante, dicendo.

 

Tremò nel cuore, e si smarì nel uiso.

 

Nel Canto ultimo lo mostrò accompagnato dalla pallidezza in questo modo.

 

Donne, e donzelle con pallida faccia,

            Timide à guisa di colombe stanno.

 

E grandissimo difetto il timore; percioche colui, che teme la morte poco stima, & pregia la buona fama, ò l’honore; & però si legge nell’Etica, che il timore spinge, & l’huomo à commettere cose uergognose. Timidus enim magis mortem fugit, quam dedecus. Et quel che è peggio, tanto alle uolte può questo timorre, che il timido non fa alcuna resistenza à colui, che li uuol leua la uita: laqual cosa osseruò Aristotile nel secondo dell’Etica, dicedo [sic];

 

  1. 231

 

Cuncta fugit, & nulli resistit: Così fece Gradasso dopo la morte del Re Agramante, come scriue l’Ariosto in quei uersi;

 

A l’arriuar del Caualier d’Anglante

            Presago del suo mal parue conquiso;

            Per scherno suo partito alcun non prese

            Quando il colpo mortal sopra gli scese.

 

Fù adunque il timore cagione, ch’egli non fece alcuna resistenza ad Orlando, ancorche i poeti fingano, che i Fati molte uolte sieno di ciò cagione, sic enim fata uolunt, dicono essi, ma appresso di me sono leggierissime scuse. ma ueniamo à gli essempi: racconta Orosio, che Eracliano gouernatore in Africa era timido, & di animo di coniglio; perche essendo uenuto à Battaglia con Honorio, & hauendo menato seco uno grandissimo essercito, credea di spauentare il mondo col numero di tanti soldati: ma come uide l’essercito di Honorio tanto si empi di paura, che pallido, tremante, & quasi agghiacciato nel cuore fuggì al mare senza aspettar, che’l nemico più si auicinasse, & fuggi in Africa ma non pote fuggir la morte, perche fù ucciso per la sua timidità. Marco Antonio, come scriue Plutarco, hauendo attaccata la Battaglia con Bruto, si nascose in una certa palude per timore, & ui stette fino à tanto, che intese, che i suoi soldati erano uincitori: ma haurebbe fatto meglio à nascondersi sotto il letto, luogo più sicuro. L’Imperator Honorio anchor egli fu timido, & di poco animo. Cesare Augusto fuggì per timore da i suoi alloggiamenti sotto la bandiera di Antonio, mentre erano nelli campi Filippici. Nerone anchor egli era di uile, & timido animo; perche quando si uide abbandonato dalle guardie, uoleua pigliare il ueleno: ma per timor della morte non sapeua come fare, all’ultimo pigliò due pugnali, & hor con l’uno, & hor con l’altro si accennaua di amazzare, ma era la uiltà cosi grande, che non si arischiaua di farlo, & perche haueua due compagni fedeli, pregaua hor questo, hor quello, che li facesse la strada, ma quando uno de’suoi sentirono gli strepiti de caualli, che mandaua il Senato per pigliarlo, l’uccise. Turno figliuolo di Dauno fù timido, & di poco cuore, come mostra Virgilio nel lib. 12. che quando vide, che contra Enea più non poteua, supplicando li domandò la uita con queste parole.

 

  1. 232

 

Ille humilis suplexque oculos, dextramque precanté

            Protendens, equidem merui, nec deprecor inquit:

            Vtere sorte tue. miseri te si qua parentis

            Tangere cura potest, oro; fuit & iibi talis

            Anchises genitor; Dauni miserere senectæ;

            Et me, seu corpus spoliatum lumine mauis,

            Redde meis. uicisti, & uictum tendere palmas

            Ausonij uidere, tua est Lauinia coniux.

            Vlterius ne tende odijs.

 

I quali uersi tradotti in uolgare da Annibale Caro tali sono:

 

Gli occhi, & la destra,

            Alzando in atto humilmente admesso,

            E supplicante, io (disse) ho meritato

            Questa fortuna, e tu segui la tua,

            Che ne uita, ne uenia ti dimando:

            Ma se pietà de’padri il cor ti tange,

            (Ch’ancor tu padre hauesti, & padre sei)

            Del mio uecchio parente hor ti souengna;

            Et se morto mi uuoi; morto ch’io sia,

            Rendi il mio corpo a’miei: tu uincitore,

            Et io son uinto, e già li Ausonij tutti

            Mi ti ueggono à i piè, che supplicando,

            Mercè ti chieggio, & gia Lauinia è tua.

            A che più contra un morto, odio, e tenzone?

 

Par che non cerchi la uita, & pur la dimanda il timido. Doue rimane Hettore? che sprezzando i preghi del Padre, e della madre fatti accioche non andasse contra Achille, ui uolle andare: ma come uide il ferro nemico, preso dal freddo del timore fuggì, come dice Homero nel lib. xxi. dell’Iliade in cotal modo.

 

  • hic etiam ipsum propè uenit Achilles;

            Similis Marti galeato bellatori

            Vibrans Peliam astam in dexstro humero

            Grauem circum auté es splendebat simile splendori

 

  1. 233

 

Vel ignis ardentis, uel solis ascendentis.

            Hectora pstqua cognouit cepit timor, neq; tolerauit

            Illic manere: retroauté portas liquit: iuit auté timés.

 

Cpsi fuggi il brauazzo: non era cosa nuoua; perche altre uolte fece il simile, et ancho più uergognose fughe usò Ormondo, ancorche facesse l’animoso, io non credo che ualesse un bagatino, & lo mostrò quando uoleua à tradimento uccidere Goffredo, come mostra il Tasso perche essendo ferito mortalmente da Goffredo, fu assalito da subita paura, & non fece difesa alcuna; onde cosi dice ragionando di lui.

 

Mortalmente piagollo, e qual fellone

            Non fere, non fa schermo, non s’aretra;

            Ma, come innanzi à gli occhi habbia il Gorgone,

            (E fu cotanto audace) gorgela, e impetra.

 

Et il uil Martano uedendo il Signor di Seleuca, che uccise Ombruno, hebbe tanto timore, che non sapeua, che fare; però di lui dice l’Ariosto nel Canto 17.

 

Veduto ciò Martano, hebbe paura,

            Che parimente à se non auueuisse [sic]:

            E ritornando ne la sua natura,

            A pensar cominciò, come fuggisse,

            Grifon, che gli era appresso, e n’hauea cura,

            Lo spinse, pur, poi che assai fece, e disse

            Contra un gentil guerrier, che s’era mosso,

            Come si spinge il cane al lpuo [sic] adosso.

 

E ne i quattro ultimi uersi della stanza, che segue:

 

Quiui oue erano i principi presenti,

            E tanta gente nobile, e gagliarda,

            Fuggì l’incontro il timido Martano,

            E torse il freno, e’l capo à destra mano.

            Pur la colpa potea darsi al cauallo,

            Chi di scusarlo hauesse tolto il peso,

 

  1. 234

 

Ma con la spada poi fe sì gran fallo;

            Che non l’hauria Demostene difeso.

            Di carta armato par, non di metallo,

            Si teme d’ogni colpo essere offeso,

            Fuggesi al sine, e gli ordini disturba,

            Ridendo intorno a lui tutta la turba.

 

Afferma Plutarco, che Cicerone era timidissimo dicendo. Era Cicerone non solamente pauroso fra l’armi, ma anchora quando andaua ad orare non potea fare, che non tremasse tutto; & quando hebbe à difendere Milone, vedendo Pompeo con molti armati, à cui il Senato hauea dato il carico di difendere la Città, temendo di qualche seditione, tremaua, come fosse stato di mezzo uerno alla neue, & à fatica poteua trarre la uoce della gola. Scriue l’Acominato, che i soldati di Manuelo Camize erano paurosi, & uili, perche temendo, che i nemici co quali non anchor combatteuano, li seguitassero, si misero à fuggire uerso gli alloggiamenti, come hauessero hauuto dietro uno essercito armato. timido oltre ogni credenza fù Alessio Comneno; perche essendo intrauenute alcune cosette di poco momento stette chiuso tre giorni in palazzo sempre tremando. Aristofane, & Lucano ridono di un certo nomato Pluto intorno alquale uolando una mosca tremante & sbigottito si celaua in diuersi luoghi: ma per tutto uedendone il miserello uiueua disperato, non trouando luoco sicuro in cui potesse fuggire si feroce Animale. si legge nelle Historie di Appiano Alessandrino, che Ptolomeo, come intese, che Catone ueniua uerso lui per priuarlo dell’Isola di Cipri, per grande paura che hebbe, raccolse ogni suo tesoro, & si gettò in mare, desiderando morire ricco se non coraggioso. Scriuono alcuni Historici, che Claudio Imperatore fù timido, & pauroso oltre ogni fede, percioche hauendo trouato una spada nel tempio, subito diuene pallido, & freddo, come li fosse uennta [sic] una gran febre quartana, poi fece ragunare il Senato, & con molte lagrime, & lamenti si rammaricò della sua suentura, dicendo che non trouaua alcun luoco sicuro, & però non sapea doue celarsi, et poi se ne stette chiuso in case molti giorni non lasciandosi uedere à persona ueruna. Trogo dice questo di Xerse. Era Xerse l’ultimo ad entrare in battaglia, & il primo à fuggire, timido & pauroso ne pericoli, gonfio & superbo, oue non era pericolo. ma

 

  1. 235

 

come andò in Grecia, & uide le nemiche spade, tremando di paura fece un dishonorato ritorno. Scacciarono i Lacedemoni da i lor confini Archiloco poeta; perche essendo più d’ogni altro colmo di continuo timore scrisse, che meglio era gittar la scudo, che morire, contra il comandamentode Lacedemoni, che ordinaua ò che uenissero salui con lo scudo, ò soura lo scudo. Se alcuno dice à questi timidi, i quali fuggono ogni cosa, che ponga spauento, Tu ne cede malis sed contra audentior ito. Subito, & senza alcun timore rispondendo alla grossolana dicono. Rumores fuge; perche è cosa assai più sicura, io non uoglio raccontare di tanti, & tanti, che portano la spada alla cintola, per parer Catabrighe, & brauazzi, che uenendo à parole sono fuggiti: onde le pouere spade si consumano solamente per la ruggine. Non uoglio, che resti nella obliuione sommersa la felice memoria di un conte Milanese chiamato Alberto Chiaro, il quale per nobiltà di stirpe, & per le opere honorate de suoi antecessori di gran riputatione era, ma era tanto timido, che quasi oscurò per questo mancamento tutto quel lume, che glu aui acquistarono à tal famiglia. costui uenne un giorno à discordia per alcune ciance con un Caualiere nobilissimo & essendo molto importuno, & linguacciuto spinse il Caualiere à tanta ira, che mise mano alla spada. Alberto ueduto questo tremando malediceua frase le parole, che rano cagioni di tal discordia. il Caualiere gridaua poni mano alla spada, se non ti uccido: onde al fine la trasse, ma quando fù per affrontarsi col nemico, hebbe tanto timore, che il ferro li cadde di mano, & fuggi. il caualiere li si mise à correr dietro, ma da molti gentilhuomini fù ritenuto. come fù la seguente mattina andò alla casa di Alberto, & lo sfidò à combattere seco, se non che andarebbe ad ucciderlo in casa, il timido, & uile col cuore di Ghiaccio piangendo si raccomandaua alle moglie, & la pregaua, che cercasse luoco sicuro per lio: accioche il Caualiere irato non l’uccidesse. la moglie, che sapeua maneggiar l’armi quanto alcun’huomo, uergognandosi di un tanto uituperio diede molte pugna al pauroso marito, & si mise à uestirsi l’armi sue, intanto il nimico di fuori Bestemmiando, & gridando lo disprezzaua, & diceua, che si uergognaua essere uenuto all’armi con si timido coniglio. in quesio la ualorosa moglie d’Alberto hauendosi uestite le sue armi, & i suoi uestimenti assomigliaua al marito; perche era cosi grande e grossa di corpo, quanto esso, solo il uolto l’accusaua, non hauendo

 

  1. 236

 

barba, come Alberto ma à questo l’accorta Donna trouò rimedio riuolgendosi un tabarro intorno al collo, & al uiso. il colore non la faceua conscere per Donna, perche era brunaccia, & simile al marito, armata che fù, saltò fuori della porta arditamente con la spada in mano. il Caualiere credendoli Alberto subito mise mano alle armi, & cominciarono à combattere & combatteron bene un buon paio d’hore senza alcuna defferenza: onde il Caualiere, che al fine di qualche strano incontro temeua, disse, remettiamo le offese, perche non credeua, che tu fossi Caualiere si prode, come sei. la donna accettò la proferta, & facondoli cenno col capo, entrò in casa. cosi saluò chiaro, & illustre l’honore della famiglia, & del marito. Donna ueramente degna di lungha Historia, et non di queste quattro parole strucciate.

 

De gli bestemmiatori, & sprezzatori di Dio.

Cap. XVIII.

 

CHE più graue errore può essere commesso dall’huomo, che dir parole, con le quali egli cerchi, se possibil fosse, di offendere la diuina prouidenza? certo niuno, se noi non diciamo quello essere maggiore, come ueramente credo che sia, chi lo disprezza, e bessa, come cosa imagiria, ò che punto non operi in questo mondo in feriore; percioche è cosa credibile, che coloro, che con parole cercano di uituperare ò la potenza, ò la naturu [sic] diuina, credano, che ella non si ritroui; ma col orom che lo sprezzano, ò non lo admettono, ò se l’admettono, otioso, & impotente lo reputano. scelerati, & iniqui sono. dalle Donne sono lontane le bestemmie, & il disprezzo di Dio, & de’Santi, come quelle, che sono religiosissime, & deuotissime: cosa che non ha bisogno di proua; ma il buon maschio, poco timoroso della diuina giustitia, & della sua potenza prorompe spesso, in bestiemmie horrende, & inique, ingegnandosi imbestialito; di ritrouarne alcuna non più detta, & colui uien fra gli huomini riputato gentilhuomo, & huomo, di conto, che meglio bestemmia; però veniua trattato per un’huomo di poco conto un gentilhuomo, di

 

  1. 237

 

Bologna sauio, e discreto, ilquale essendo andato alla corte di vn Principe, & pratticando con gli altri cortigiani, quando bisognaua, che affermasse alcuna cosa con giuramento, diceua al corpo della gallina, per la qual cosa da gli altri corte ueniua reputato un buffone, & un’huomo assai leggiero, & bisognò alla fine, che ancor egli cominciasse à trouar Christo, & i Santi, per non essere tenuto un’huomo da niente. Selucio, come narra Battista Ful. disprezzaua ogni culto diuino: onde mandò à spogliar il tempio in Gierusalem, ne conosceua altro Dio, che se stesso. Cambise amazzò il sacro Bue, credendo di far uiolenza à Dio. Giuliano Imperatore disprezzò tanto la diuina bontà, che essendo ferito si empì una mano di sangue, & gittollo uerso il Cielo, dicendo, satiati, & deponi la ira. Nicolò falso Eremita, & molti altri compagni suoi erano grandissimi bestemmiatori & cosi Niceforo Imperatore, & questo scelerato uoleua, che i primi della militia si seruissero de Vescoui, come de serui, & cosi de gli altri Sacerdoti di minor dignità, & delle loro entrate con ogni autorità; biasimaua quelli, che faceuano i calici d’oro, & d’argento, & perche erano sacri non uoleuano adoprarli nelle cose profane; ma egli non haueua questo rispetto.

Da questo si può comprendere, che non giouano ammonitioni à questi bestemmiatori, & sprezzatori di Dio. l’Ariosto pone Rodomonte per uno di questi tali, dicendo.

 

Doue nel caso disperato, e rio,

            Altrì fan voto, egli bestemmia Dio.

 

Et quando è sotto Parigi, ancor dice.

 

Ne uien sprezzando il Ciel, non che quel muro.

 

E nelle sue Satire, parlando di questi tali huomini giucatori.

 

Bestemmian Christo gli huomini ribaldi,

            Peggio di quei che lo chiauaro in Croce.

 

Et ancor il Tasso pone Argante per uno sprezzatore di Dio, dicendo.

 

p.238

 

D’ogni Dio sprezzatore, e che ripone

            Ne la spada sua legge, e sua ragione.

 

Si racconta ancora di un certo gentilhuomo buon compagno; ma gran bestemmiatore, ilquale si dilettaua del giuoco, & quando perdeua un soldo ritrouaua tutti i Santi, & le Sante del Paradiso; essendo costui ripreso, li rispondeua’ Calia buen ombre de Dios, quien bien reniega, bien creye; cioè, Taci buon huomo di Dio, che chi ben bestemmia, ben crede. Non uoglio che resti à dietro questo altro essempio, essendo di un’huomo scelerato, & bestemmiatore. Fu nella città di Mantoua uno di natione Sardo, chiamato Fuluio de Raspi, huomo assai commodo de beni della fortuna: ma ricchissimo più di ogni altro uitii, & fra gli altri era cosi ualente bestemmiatore, che non cedeua al più iniquo huomo, che natura prodotto hauesse. Costui non si degnaua di vituperar con la sordida bocca un sol santo alla uolta, ma tutti in un sol punto uoleua con empie, & dishoneste parole biasimare: dopo un certo tempo fù accusato al Duca, & preso, & condannato in prigione sei anni. Liberato ch’egli fu di prigione s’imaginò di ritrouare un nouo modo di bestemmiare, ponendo un nome à ciascun bottone, che hauea nel giubbone di Dio, de’Santi, & della Vergine, & quando li ueniua qualche leggierissima occasione, diceua ridendo, non uoglio già bestemmiare, sia maledetto il primo bottone, ò il secondo, & come più li pareua; Stupiuano le genti, che l’udiuano, come hauesse lasciato in tutto quel brutto uitio. Giocaua benissimo al pallone, & per questa, eccellenza era meno odiato dal Duca, di quello, che sarebbe stato; seguitò con questo modo di bestemmia alquanti mesi, nè mai per gran cosa, che contraria accaduta li fosse, diceua altro, che de’bottoni; Il Duca, che era sagace, & accorto Principe, pareua impossibile, che sotto questa coperta, egli non bestemmiasse: & però fece à se chiamare, li promise sotto la sua persona di non offenderlo in modo alcuno, & egli li dichiarò la uerità; restò il Duca molto merauigliato della pessima natura di costuim & riprendendolo li disse; che lasciasse questo modo, se non lo farebbe morire. Fuluio tolto licenza si partì, & uigilando la notte, pensaua fra se medesimo, come potesse ritrouar nuouo modo di bestemmia; ma il diauolo, che non manca di aiutar i suoi seguaci, li mise nell’animo di ritrouar una picciola carta, nella quale fosse stampato tutto il Paradiso, &

 

  1. 239

 

porla in un buco della strada, oue si giucaua al pallone bene occultata, in guisa, che non fosse possibile, che fosse ueduta, & cosi fece. Venuta occasione di giucare, quando li pareua tempo di sfogar la sua bestialità, percotea fortemente col bracciale sopra il buco, oue nascosto haueua la carta. Staua il Duca spesso à uedere giucare, & osseruando questo molte uolte, & specialmente in certe occurenze, lo fece chiamare, e dopo molte parole; percioche lo scelerato temeua, li confessò la uerità; il Duca tenutolo in prigione certi mesi, & fattoli tagliare una orecchia, lo lasciò libero, percioche cosi li hauea promesso con questa conditione, che giucasse, & se piu trouaua nuouo modo subito fosse squartato uiuo, & abbrusciato. Se ne stette il galanthuomo molti mesi fingendo di essere amalato senza comparere in luogo, oue fossero persone, parendoli impossibile seruar la promessa, al fine imaginossi un bellissimo modo, che non l’hauria trouato il Diauolo, che uoleua parere di laudare, & sotto questo bestemmiare. Adunque cominciò à giucare & quando era nel feruor della colera non diceua altro, se non, sia benedetto il primo dì d’Agosto, con tante risa delle genti, che nulla più, considerando, che era un de’più allegri giorni dell’anno. Seguitò con questo modo tre, ò quattro anni senza dare sospitione ad alcuno di bestemmiare. Finalmente la giustitia di Dio, che non lascia andare impuniti questi empi, & ribaldi huomini, fece che da un suo carissimo amico fu scoperto al Duca, come che Fuluio lodando bestemmiaua; à pena li diede fede il Duca, pur fattolo prendere, & dattoli uarii tormenti, confessò che lodaua il primo dì d’Agosto; percioche in tal giorno nacque Giuda, che tradì Christo. il Duca vdito questo ordinò, che fosse squartato, & abbrusciato questo horribile mostro dell’Inferno. Ma che diremo noi di quello scelerato Alamano? dopo la presa di Strigonia. ilquale diede col ferro ne gli occhi all’effigie del Redentore del mondo, non diueua egli essere un grande sprezzatore di Dio? Onde contra lui esclamando Sertorio Casoni dice.

 

Ah perfido, che fai? qual cieco affetto

                 Ti guida à un tanto, e sì nefando errore?

                 Qual Megera crudel, qual empia Alletto,

            Qual peruerso furore,

                 Cosi gli occhi t’adombra che non miri,

 

  1. 240

 

Che contra il sommo tuo fattor t’adiri?

            O uil Barbara mano;

                 Crudel ministra di pensier profano,

                 O pensier mostruoso infame, e rio;

                 Per allegrezza incrudelire in Dio?

 

Et piu sotto dice;

 

E se de i lumi priui

                 L’effigie di quel Dio, per cui tu uiui,

                 Degno è, che la tua uita o gn’hor si stia

                 Ne la sua pazza cecità natia,

 

Leone Imperatore fu crudelissimo, & sprezzatore di Dio. costui abbrucciò tutte le imagini de Santi, ch’erano in Oriente, & mandò à dire al Papa, ch’ei facesse il simile in Roma; ma il Papa in se stupefatto molto si merauigliò di un’huomo tanto scelerato, & empio.

 

Ne uoglio che resti sotto silentio Giorgio Franispergo, del quale dice il Giouio nel lib. 24. queste parole. Giorgio Franispergo per la sua rabbia, & bestialità minacciaua con la lingua ebbra il sommo Pontefice un capestro d’oro, che sempre per far questo portaua in seno, & à Cardinale uno di seta uermiglia, perche li uoleua tutti ad uno ad uno impiccare con le sue mani: ma per diuina uolontà cadde appopletico: onde rimase priuo del moto di tutte le membra, racconta il medesimo, che l’essercito di Borbone quando entrò in Roma, tagliò à pezzi una infinità d’huomini poco atti alla guerra, iquali gittate l’armi domandauano la uita, ne ui fu alcuno, che si potesse saluare; percioche nelle chiese, nelle sagrestie dinanzi à gli altari uanno i miseri Cittadini tagliati à pezzi, & pur di far questo nel tempo passato Totila Goto, & Genserico Vandalo huomeni crudelissimi uenuti dalle ultime barbarie s’astennero, & hebbero riuerenza à sacrati tempi. ma questi mostri di nouella crudeltà, senza alcuno timore tutti gli altari haueuano machinati di sangue humano. Mostra l’istesso Giouio la poca riuerenza, che haueuano uerso le sacre statue, & chiese i Tedeschi. dicendo attendeuano à rubare & à tracannare, & riuoltarono il lor bestial furore contra i sacri tempi con le imagini, che rappresentauano

 

  1. 241

 

Christo, & i Santi suoi fedeli, & le Sante con molto disprezzo, faceuansi besse de Papi, & delle sacrosante leggi di Dio. Che ui pare di questi huomini da bene? Ma doue resta Costantino maggior Impadi Costantinopoli, di cui, la natura non si ricordaua hauer prodotto giamai il piggiore: egli era bugiardo, crudele, ignorante, bestiale, ingannatore, & misteale: ma era più di tutte queste cose grande, & ostinato sprezzator di Dio. dice di lui questo l’Acominato. Egli alcuna riuerenza non portaua ne à Christo, ne à Santi. fece questo Sacrilego leuar da tutte le chiese le Croci, ne uolle, che si celebrassero i diuini uffici, fece gran danno à Uescoui, à monachi, & a’prelati suoi sudditi. spegnendo in ogni luogo il nome, & l’intercessione della Vergine Maria, & de Santi, come cose inutili, & indegne da essere scritte; fece gittar uia le reliquie de’Santi, come cose odiose. & se intendeua, che alcuno riuerisse od hauesse riuerito, od inuocato la Madre di Christo, od alcuno de Santi lo condannaua à morte con molti tormenti. ò lo mondaua in lontano essilio. Tolse le relinquie di Santa Eufemia, che d’ogni intorno spirauano gratissimo odore di Santità, & le gittò in mare, lequali per diuino miracolo furono prese nell’Isola di Lemno. questo peruerso, & perfido huomo atterrò i monasteri delle uergini uelate, & i monasteri de monaci. fece poi, che le monache, & i monaci si riducessero in un gran prato, & raccolti che furono, ordinò, che vestissero una veste bianca, & si congiungessero in matrimonio minacciando à colui, od à colei che ubbidito non hauesse, asprissimi tormenti. Che potrebbe dire l’innumerabili stracciamenti, che furono fatti allhora à coloro, che non uollero ubbidire al sacrilego Imperatore? certo niuno, perche pochi, o nessuno fece conto del comandamento imperiale. Fù etiandio Leone Imperatire Sacrilego, & peruerso huomo; perche sforzaua i Christiani à rinegar la fede di Christo, abbandonare, i quali erano trouati honorare Christo, ò la Uergine, od alcun de’Santi. molti hebbero la corona del martirio. faceua gli huomini mal grado loro Patriarchi. Conoscete dalle parole di Paolo Orosio la poca riuerenza, che haueua uerso i Feneri Crasso. Crassus inexplebilis cupiditatis: audita in Hierosolymis templisopulentia: quam Pompeius intactam reliquerat: in Palestinam diuertit: Hierosolymam adit: templú inuadit; opes diripit. Ma non ui pare cosa ragioneuole, che io faccia qualche

 

  1. 242

 

mentione di coloro, lequali anchorche adoprassero i bugiardi Dei, non lasciauano però, di sprezzarli, de’quali sprezzatori l’un fù Crasso. Narra Tito Liuio, che un gran Sacrilego fù Quinto Fuluio Flaco nel secondo libro della quinta deca. Costui haueua due figliuoli, che militauano nell’Illiria, onde gli uenne nouella, che lu’no era morto, e l’altro da pericolosa infermitade oppresso. Ond’egli uinto dal dolore di ciò s’impiccò, & ogn’uno diceua, che questo gli era auenuto; perche haueua spogliato il tempio di Giunone Licinia, & haueua sprezzato la sua Deità. Racconta il medesimo Autore, che Claudio Censore fù priuato del lume de gli occhi, e tutti coloro, ch’erano da dodici famiglie de Potitii morirono, & questo accaddè, perche Claudio Censore, & i Potitii haueuano dato la cura dell’altare, e de’sacrificii di Ercole à serui, che prima da loro medesimi era essercitato. Calipo oue rimane? ilquale come dice Plutarco fù affatto affatto irreuerente uerso gli Dei, perche essendo egli dalle Donne di Dione spauentato; percioche haueuano inteso, che il pessimo huomo ordiua un gran tradimento contra la uita del misero Dione, egli andò à ritrouarle piangendo, & negò loro la uerità con giuramenti offerendosi à dar loro ogni fede. le Donne dissero, che uoleuano, ch’egli facesse un giuramento, ilquale si faceua in questo modo. Colui, che uoleua giurare andaua nel tempio di Cerere, e di Proserpina, & faceua alcuni sacrificii, e dopo si uestiua la porpora della Dea, e pigliaua in mano una facella accesa, e giuraua. Il che Calippo compiutamente fece per confirmare il dubbioso animo delle nobili Donne; ma poi schernì gli Dei in modo tale, che fece ogni un merauigliare; percioche aspettò il giorno della Dea Proserpina nel cui nome giurato haueua, & fece allhora l’homicidio di Dione, con tradimento, sprezzando la festiuità della Dea, et se in altro tempo era Capitano scannaua miseramente sopra gli altari il Sacerdote de i sacrificii d’essa. Sprezzator di Dio fù Dionigi Tiranno di Siracusa, che spogliò il tempo di Proserpina, e dopo hauendo buona nauigatione con parole losenggieuoli diceua quanta boanccia danno i Dei à chi lor toglie gli ornamenti. Haueua Nerone ornata la staua di Gioue con un drappo d’oro, & egli gliele tolse dicendo, che era inutile ad ogni stagione; perche diuerno, ella era troppo fredda e di state troppo graue. poi commise un’altra sceleraggine non minore di questa. Formauano gli antichi le statue di Apollo di età giouinile, & quelle di Esculapio

 

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semili, & barbate. il buon Dionigi leuò la barba ad Esculapio, la quale era d’oro, dicendo, che non era cosa diceuole, che essendo il Padre senza barba il figliuolo si facesse barbutto, & tutto questo faceua ridendo delle sourane potenze. Mezentio fu crudo tiranno, esprezzatore de Dei, come dice Virgilio nell’Eneide.

 

Priamo init bellum Tirennis asper ab oris

            Contemptor Deum Mezentius agminaq; armat.

 

Et Giouan Giorgio Trissino. Scriue come Arnolso era un pessimo bestemmiatore dicendo di lui cosi.

 

Bestemmiatore scelerato, e ladro,

            E quasi infamia del paese Goto.

 

Sprezzator grande di Dio era Capaneo, come dice Statio nella sue Thebaide mentre combatteua con quel serpente, che poi uccise, lequali parole traportato in ottaua rima dal Ualuasone tali sono.

 

O’ se animal natio di queste selue,

            O’ se pur sei sotto tal forma un Dio,

            Et ò fosti pur Dio, ch’io farei fede,

            Se tanto puo alcun Dio, quant’hor si crede.

 

E parlando Ouidio di uno bestemmiatore, il quale era in fauo di fineo dice,

 

Et que ibi semianimis uerba execreantia lingua

            Edidit, & medios animare spireuit in ignes.

 

Erisitone fù sacrilego, & sprezzator de Dei come mostra Ouidio nel lib. 8. che mentre taglia la sacra Quercia dice.

 

Non dilecta Deæ solum sed ipsa licebit.

            Sit Dea tanget frondente cacumine terram.

 

Et perche uno gli haueua ritenuta la scure, accioche non commettesse

 

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cosi scelerato eccesso egli lo uccise, & ritornò à percuotere la Quercia, dalla quale usci una uoce, che diceua.

 

Nympha sub hoc ego sum Cereri gratissima ligno

            Quæ tibi factorum pænas instare tuorum

            Vaticinor moriens.

 

Ne perciò lo scelerato ritenne la destra, ma seguì di pessima opera incominciata.

 

Persequitur scelus illesuum.

 

Io credo che fosse etiandio un grande huomo da bene fasone, capo de Tessali; perche essendo uenuto le feste chiamate Pythie, fece intendere alle Città, che alleuassero buoi, pecore, capre, & porci per cagione del sacrifitio, e benche fosse stato comandato poco numero di Animali à ciascuna Città, nondimeno i buoi non erano meno di mille, & l’altro bestiame passaua il numero di diecimila, uoleua il galante huomo fingere di fare le feste in honor d’Appollo, & per se ritenere i doni. i danari del tempio furouo da lui tolti. onde l’huomo pessimo uolendo forsi bessare Dio, domandò all’Oracolo, che gli bisognaua fare; se hauesse preso i denari di Dio, li fù risposto, che tal pensiero toccaua allo stesso Dio: ma poco dopo per le opere sue inique fù ucciso. tutto questo scriue Senofonte nelle guerre di Grecia, che continuano la storia di Tucidide.

 

  1. 245

 

De gli huomini Incantatori, Magi, et Indovini.

Cap. XIX

 

Che i primi inventori dell’arte Magica, et delle tacite invocationi de’ Demoni, ò con la sordida bocca espresse, sieno stati gli huomini, è cosa appresso ad ogn’uno notissima, ne già si ritrova (leggansi tutte le storie) che le Donne simili arti inventassero: ma furno etiandio pochissime, che dopo, che furno da’ maschi ritrovate à quelle attendessero. Fù inventor dell’arte Magica Zoroastro, come si legge in tutti gli ottimi Istorici, la qual cosa havendo notato il Petrarca ottimo Istorico disse.

 

e dove Zoroastro

               Che fu dell’arte Magica inventore.

 

Et l’Ariosto parlando del ritrovatore dell’Arte Maga.

 

Ne quanta esperienza d’arte Maga,

               Fece mai l’inventor suo Zoroastro.

 

Scrive Giustino nel principio del suo Epitome, che Zoroastro fù Re de’ Battriani nella Persia, et inventor dell’arte Magica: arte, come racconta Plinio nel libro trentesimo, apportatrice d’ogni maniera d’inganno: et però malvagia, et pessima. Scrisse primo fra gli altri, come si legge nel detto Plinio Hostane. Cercorono vari paesi per impararla Pitagora, Democrito, Empedocle, et Platone; ma Democrito illustrandola, divenne apo le genti di chiaro nome. L’augumentò etiandio Simon Mago nella Città di Roma, la quale li eresse una statua in segno di honore; et tanto fù stimato da quelle sciocche genti per le sue meravigliose operationi, che fu detto di lui. Hec est virtus Dei, quae vocatur magna. Operò cose meravigliose Apollonio Tianeo, come racconta Filostrato nella vita del detto. et nel lib. 3. dice che Apollonio vide nell’India due vasi, overo amphore, una servata per gene-

 

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-rar le pioggie, l’altra per eccitar, et generar i venti; Onde se accadea, che l’India havesse bisogno di humore per troppo secco dell’aere, aprivano la bocca à quella destinata alle pioggie, et subito salite le nubi piovevano: et quando le pioggie troppo copiose erano, la chiudevano. Similmente se il Sole col suo ardore troppo riscaldava i corpi, aperto il secondo vaso, et uscendo i venti raffredavano lo aere dell’India. Fù tanto il valore di Apollonia nell’arte Magica, che il malvagio Herode lo comaprò à Christo, et Alessandro Imperator de’Romani riveriva la sua effigie: fù desideroso d’imparar questa arte Nerone, non tralasciando veruna spesa, nè fatica, facendo venire à se Tiridate Re di Armenia, che condusse seco molti essercitati in questa scelerata professione. Aron Greco, come scrive Niceta Acominato, diede opera all’arte Magica, ilquale essendo preso per dargli il castigo, che meritava, fu portato in giudicio un simulacro di Gallana, nella quale era la imagine di un’huomo, che haveva ambidui li piedi ne’ ceppi, et trapassato il petto con un chiodo. Fù ancora ritrovato studiare la clavicula di Salamone, et leggendo faceva venir Diavoli in gran compagnia; comandava loro quello, che li piaceva. Furono cavati gli occhi à Sclero Setho; perche era uno scelerato mago, et fece queste. Amava costui una castissima donzella; ma non era da lei riamato; l’empio strigone fece mille incantesmi in un pomo persico, et poi lo fece portare alla fanciulla: essa non sapendo chi gliel mandasse, se lo pose in seno, subito cominciò à correre, et à smaniare pazza affatto cosi oprano in danno altrui questi pessimi huomini. Ma che dirò io di Michele Sidicite? Che non con alcuni incantesmi toglieva, che non si potevano vedere le cose, che pur si potevano vedere le cose, che pur si potevano vedere: haveva tanta amicitia co’ Diavoli, che nulla più si può havere nel mondo con amico carissimo. Essendo una volta in un palazzo, passava una navicella piena di olle, et di altre cose di terra, come piatti, et scudelle, et havendo dimandato à certi gentilhuomini, che intorno li erano, quanto volevano darli, se faceva, che quegli huomini lasciassero di remigare, et spezzassero tutti que’vasi, li risposero, tutto quello, che sapeva chiedere: allhora si levarono i marinari, et co’ remi ruppero tutta la lor mercatantia, nè si fermarono, che il tutto fu ridotto in polvere: dopo i miseri marinari si tirorono per le barbe et li ruppero, perche pareva loro, che serpenti in numerabili andassero serpendo sopra i vasi; ma come furono rotti, spa-

 

  1. 247

 

-rirono. Questo è uno incanto sollazzevole ne faceva con l’aiuto del suo Diavolo di altra guisa che davano grandissimo danno alle persone: però li fur cavati gli occhi però dopo comepose un libro pieno di mille sceleraggini. Niceforo ancora si diede à questa opera diabolica, facendo fare mille cose non giuste: oltre le altre cose, che faceva, fece legare ad un palo di ferro un bue per le corna, et mentre che muggiando si raggirava, lo fece uccidere, et poi macinar la sua pelle sotto la mola al contrarlo, per valersene ne gli incantesmi tutte queste cose racconta Niceta. Mi sovviene di Michel Scotto, che fu cosi gran Mago, che senza preparatione di cosa alcuna, convitava molte persone à mangiar seco, et quando era l’hora del desinare constringeva i demoni, de’ quali era tutto suo, à condurli cibi di diverse parti onde di lui ragionando, dice Dante:

 

Quell’altro, che ne’fianchi è cosi poeo,

               Michele Scotto fu, che veramente,

               De le magiche frodi seppe il gioco.

 

Ismeno, per quello che dico Torquato Tasso, era un gran mago udite i versi.

 

Mentre il tiranno si apparecchia à l’armi,

               Soletto Ismeno un dì se li appresenta,

               Ismen, che trar di sotto à i chiusi marmi

               Può corpo estinto, e far, che spiri, e senta.

               Ismen, ch’al suon di mormoranti carmi

               Fin ne la reggia sua Pluton spaventa;

               E i suoi demon ne gli empi uffici impiega,

               Pur come servi, e li discioglie, e lega.

 

Et più sotto volendo mostrare la perversa natura di quegli maghi, che non hanno fede in Dio vero, nè anco in Macone interamente, dice nel canto secondo.

 

Questi Macone adora, e fu Christiano,

               Ma i primi riti anco lasciar non puote,

               Anzi sovente in uso empio, e profano,

               Confonde le due leggi à se mal note.

 

Et piu sotto mostrando come sono empi, e scelerati, dopo che Is-

 

  1. 248

 

-meno fece rapire ad Aladino nella Chiesa de’ Christiani il sacro simulacro, dice.

 

E portollo à quel Tempio, ove sovente

               S’irrita il Ciel co’l folle culto, e rio,

               Nel profan loco, e su la sacra imago,

               Susurrò poi le sue bestemmie il mago.

 

Merlino fù si gran mago, et incantatore, che predicea fin’ dopo morte le cose, che havevano à venire, essendo con l’anima, et co’l corpo nella sepoltura, come dice l’Ariosto.

 

E la condusse à quella sepoltura,

               Che chiudea di Merlin l’anima, e l’ossa.

 

Et poco innanzi dice ragionando di lui,

 

Che le passate, e le future cose,

               A chi li domandò sempre rispose.

 

Atlante era grandissimo Mago, Negromante, et Incantatore; benche non prevedesse, che Bradamante lo dovesse prendere, et farlo fare, come fece, cio è disfare il suo proprio palazzo, come si legge nel quarto Canto.

 

Di su la solia Atlante un sasso tolle,

               Di caratteri, e strani segni sculto,

               Sotto vasi vi son, che chiaman’ olle,

               Che fuman sempre, e dentro han foco occulto.

 

Havete udito quante cose fanno questi huomini perversi per ingannar le genti, danno l’anima, et il corpo al Diavolo per potersi servire di lui ne i loro piaceri etiandio Malagigi era Negromante per quel che dice l’Arisoto.

 

Malagigi, che fa d’ogni malia,

               Quanto che sappia alcun mago eccellente.

 

Et Procopio per quanto mostra il Trismo era eccellentissimo

 

  1. 249

 

in queste arti dicendo nel primo lib. della sua Italia liberata,

 

Procopio era uno Astrogolo eccellente,

               Cui per gratia del Cielo eran palesi

               L’incogniti viaggi de le stelle.

               E le sagaci note de gli angelli.

               Onde sapea predir di tempo in tempo

               Tutte le cose, che dovean venire.

Numera Hidraotte fra magi Torquato Tasso dicendo nel 4. libro.

 

Reggea Damasco, e le citta vicine

               Hidraotte famoso, e nobil mago,

               Che fin da i suoi primi anni à l’indovine.

               Arti si diede, e ne fù ogn’hor piu vago:

               Ma che giovar se non potè del fine

               Di quella incerta guerra asser presago.

               Ne aspetto di stelle eranti, e fisse,

               Ne risposta d’inferno il ver predisse.

 

Che valente stregone era costui non predicendo la verità di alcuna cosa. Ne à costui cede Alfeo, che come dice l’Ariosto era pien d’Astologia, et etiando mago.

 

Medico mago, e pien d’Astrologia,

               Ma poco à questa volta li sovenne.

               Anzi egli disse in tutto la bugia,

               Predetto egli s’havea, che d’anni pieno,

               Dovea morire à la sua moglie in seno.

 

E più sotto.

 

E pur li ha messo il cauto Saracino

               La punta de la spada ne la gola.

 

Anco Ombrone era buono incantantore strigone Sacerdote, et Capitano andò costui in favor di Turno nella guerra contra Enea Come dice Virg. nel lib. 7. dell’Eneide.

 

  1. 250

 

Quin, e Marrubia venit de gente Sacerdos

               Fronde super Galeam, et felici comptus oliva,

               Archippi regis missu, fortissimus Umbro

               Vipreo generi, et graviter spirantibus hydris

               Spargere qui sonnos cantuquae; manuquae; solebat,

               Mulcebatquae; iras, et morsus arte levabat.

               Sed non Dardaniae medicari cuspidis ictum.

               Evaluit.

 

Giacobo Sanazaro introduce nella sua Arcadia à parlar Serrano de certi maghi, ò stregoni, poiche li fù involato da loro parte del gregge, dicendo.

 

Del furto si vantò, poi c’hebbe havutolo,

               Che sputando tre volte fù invisibile

               A gli occhi nostri, ond’io saggio reputolo.

               Che se’l vedea di, certo era, impossibille

               Uscir vivo da can irati, e calidi,

               Ove non val, che l’huomo richiami, ò sibile.

               Herbe, e pietre mostrose, e succhi palidi,

               Ossa di morti, e di sepolchri polvere,

               Magici versi assai possenti, e validi

               portava in dosso, che’l facean risolvere

               In vento, in acqua, in picciol rubo, ò felice,

               Tanto si può con arte il mondo involnere.

 

Narra Giovanni Botero, che gli huomini di Biarmia, et i Laponi vivono d’un medesimo modo, et che questi popoli attendono alla Magia, et co’loro incantesmi offuscano l’aere, eccitano tempeste, rendono gli huomini immobili, vendono il vento à nocchieri, et si servono de Demoni à prezzo; dicono cose avenute in lontani paesi. Dio buono, quanta invidia devono portare à costoro certi stregoni delle nostre parti, che non vagliono un Bagattino. Tiresia Thebano fù indovino, come dice Ovidio ragionando di lui nel libro 3. delle Metamor.

 

Ille per Aonias fama celeberrimus urbes

               Irrepraehensa dabat populo responsa petenti:

 

  1. 251

 

Euripilo fù etiandio Augure nel campo de’Greci Calcante ancor egli fù in dovino, come dice Virgilio nel lib. 2.

 

Hic Ithacus vatem magno Calchanta tumultu

               Protrahit in medios.

 

Racconta il Tarcagnota, che Giuliano, dopo che hebbe comprato Imperio Romano, et che non haveva sodisfatto i soldati di quanto à loro promesso haveva, rimase da quelli abbandonato, et in un medesimo tempo si haveva acquistato l’odio del popolo. Egli perciò non molto contento stava fiso, et rivolto a mille maghiche pazzie. Si reputava un valenthuomo, et credeva col lor potere amicarsi i soldati, spegnere l’ira, et l’odio, che il popolo contra lui concetto havea, et raffrenare l’armi nimiche da diverse parti del mondo, che sopra li venivano. Mentre in questa buona speranza stava li sopravennero i soldati mandati dal senato, i quali con molte ferite l’uccisero. Da questo si può conoscere, se nell’arti diaboliche nelle quali egli credeva di essere si perito era un bel civetone si legge nel lib. 3. delle Relationi universali di Giovanni Botero, che sono nel Brasil molti huomini malefici, et ciurmatori. Costoro hanno il lor pontefice, bevono un certo succo di una herba, che i Brasili chiamano Petima di smisurata calidità: subito che hanno bevuto questo succo cadano tramortiti, torciono la bocca, et cacciano fuori la lingua, si rivoltano in terra con tremore di tutta la persona, parlano tra denti, et danno segni tali, che mostrano chiaramente che sono veri ministri del Diavolo. Finito che hanno que’ movimenti, si lavano con acque, et si stimano santificati dicono, che i lor maggiori deono ritornare in una nave al Brasil, et rimetterli in liberta, et che all’hora i portughesi saranno consumati: et se alcuno ne resterà si convertirà in porco, ò in pesce, od in altri animali vili. Costoro havevano un Papa, il quale si havea con le sue incantagioni acquistata tanta autorita, che le genti sepellivano seco vivi i figliuoli per seguitarlo. Scrive l’Acominato che Costanzo Imperatore di Costantinopoli fù grande invocatore di Dimoni, et a loro faceva sacrifitii devotamente essendo quelli a lui suoi grandissimi, et honoratissimi non solamente Numi, ma ancho amici, perche ragionavano familiarmente insieme. Ma dove rimane Xerse, ilquale era tanto amico de gli incantatori, che andando alla

 

  1. 252

 

guerra ne menava fino settecento con esso seco; accio che andassero prevedendo se doveva vincere, ò perdere et i pessimi maghi sepellivano vivi nove fanciulli, et nove fanciulle per sapere alcune lor pazzie. Ma Xerse non fù però mago; perche mai per grande studio, che facesse non potè imparar l’arte tanto da lui amata, non havendo troppo buono ingegno. Dove rimane Grifolino d’Arezzo? Costui fù negromante, et diceva al figliuolo del Vescovo di Siena, che lo voleva con l’arte sua far volare, come Icaro; il figliuolo del Vescovo, che materiale, et di grossa pasta era, credeva alle parole dell’ingannatore negromante, et non considerava che se saputo havesse far volare, che prima egli forsi in suo danna havria volato; onde cavò molti denari dalle mani al sempliciotto, ne mai veniva il giorno, che quasi novello Icaro spiegasse per l’aria le penne intanto Grifolino fù accusato al Vescovo per nogrmante, et non potendo salvarsi con le sue incantagioni fu abbruciato. Raconta l’Acominato nella vita di Costantino di alcuni maghi dicendo. Alcuni Persiani de’ Maurofori grandi incantatori essendo ingannati dal Diavolo venderono i lor beni, poi nudi montarono sopra la mura della Città, et pensando di volare al Cielo aprivano le braccia, et si lasciavano andare; Onde giunti a terra rimanevano i pessimi stregoni infranti, tra quali morirno sedeci de principali. Etiandio Melampo fù grande indovino. Et Amphiarao, come scrive Statio nella sua Thebaide. Come mostra Lucano Aronte era Augure della Citta di Lucca, non meno famoso di quanti altri prima di lui havevano fatto professione di questa arte. Asdente Parmegiano calzolaio huomo grosso, et idiota si diede all’arte dell’indovinare et però Dante lo pone nell’inferno et dice.

 

-io vidi Asdente

               C’haver ateso al cuoio, et a lo spago

               Hora vorrebbe, ma tardi si pente,

 

Leone Imperatore, come scrive Niceta Acominato, infino dalla sua prima fanciullezza godeva, et si dilettava oltra moda delle incovationi de Dimoni, et attese in tutta la sua vita à Magiche incantationi, facendo sanguinosi sacrifitii, et mille altre scelerate cose per far incantesmi. Dove lascio io Philodemo incantatore famoso come dimostra il Trisino di lui ragionando?

 

  1. 253

 

Prima si chiuse in un secreto loco,

               E poscia fece in cerchio su’l terreno

               E v’entrò dentro co’l libretto in mano;

               Poi messavi una pentola nel mezzo,

               Con certe ossa di morto, e certi segni

               Di sangue humano, e di Civette, e Gusi,

               E mentre che leggea sopra il quaderno,

               L’apparve un spiritel lungo una spanna

               Su l’orlo de la pentola à federe,

               Poi crebbe in forma spaventosa, e fiera.

 

Horsu no che questi bastino; Percioche infiniti sono stati gli Stregoni, i Negromanti, et coloro, che hanno dato fede ad ogni sorte de augurii, come si può leggere in tutte l’historie, et in particolare attesero à tutte queste arti i Persiani; ma più i superstitiosi Greci, et ancor più de Greci i Romani, i quali non mangiavano una cipolla, ò non bevevano, se non domandavano prima il consiglio all’Oracolo, ò se non ponevan mente al volo de gli uccelli, ò al lor garrire, credo, che à nostri tempi nella Magia, et Negromantia sia un grande huomo il Passi; percioche dottissimamente ne suoi scritti ne ragiona.

 

 

  1. 254

 

De gli huomini bugiardi, et mendaci.

Cap. XX.

 

Poco mi affaticarò intorno a’ bugia et a’ mendaci; percioche costoro per lo più sono nella compagnia de perfidi, di gli sperguiri, de fraudolenti, et degli ingrati, iquali tutti sono veri alberghi delle bugie, dirò solamente, che il valore far credere ad altrui una falsità per una verità sia cosa da huomo scelerato, iniquo, et poco buono, per se enim men dacium pravum, et vituperatione dignum, et mentientes vituperio afficiendi sunt. Cosi insegna Aristotile nel 4. dell’Ethica al cap. 7. et perche la bugia è detta da alcuno solamente per diletto, overo per desiderio di guadagno, ò di gloria, come nel medesimo luogo si legge, tanto il bugiardo, et mendace sarà stimato più cattivo, quanto iil fina sarà ad altrui più dannoso veniamo à gli essempi, et non di una persona sola: ma di infinite insieme. Africa tutta è bugiarda, et vana, et però l’Ariosto, ragionando di Rodomonte, che più tosto che dire una verità sarebbe morto, dice.

 

Et nel mancar di fede

               Tutta à lui la bugiarda Africa cede.

 

I mercanti quasi mai, non dicono una parola vera. De i sartori non accade dire, perche. Mercurio diede à loro à bevere tutto il vaso pieno di bugie. I marinari poi sono, come dice il Boccaccio tutti bugiardi. Argrilupo, come narra il Trissino nella sua Italia liberata, era un gran bugiardo.

 

Simulator, bugiardo, e fraudolente

               Persecutor del padre, et de Fratelli.

 

Dice Givvenale volendo mostrare, che tutti i Greci sono bu-

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-giardi, est esortando che non si debba prestar fede alle storie loro.

 

Et quidquid Grecia mendax

               Audet in Historia.

 

Et Catone nel libro II. delle origini dice, che i Liguri sono falaci con tai parole cio Ligures sunt falaces, et ancho Virgilio nell’Enedie conferma dicendo Vane liguri gli Alessandrini, come affermano molti scrittori, non cedono ad alcuno nell’essere perfetti bugiardi. Raconta Paolo Giovio nell’undecimo libro di Vertio soldato svizzero della fattion francese, che era un perfetto bugiardo, et falso, perche essendo egli con coloro, che combattevano in favore di Masimiliano sforza fuggì, mentre si guerreggiava fuori dell’ordinanza, et andò ad olegio, et questa mortal bugia, cioè che i Svizzeri erano stati rotti, Massimiliano preso, et per loro perduta la giornata, in questo havendo passato il Tesino Altosasso huomo bellicoso in favore di Masimiliano udendo la falaci, et bugiarde parole, di Verito li diede fede et pensando che vano fosse ogni aiuto, restò in quel luogo, ma dopo alquanti giorni essendo accusato Altosasso di tardità, et di pigritia egli presentandosi à Massimiliano si difese conl’indico di Vertio, il quale perfidamente li havea recata la falsa novella onde secondo l’usanza de gli antichi il buon bugiardo fu squartato. Che diremo noi di quei buoni bugiardi di Galli, il quali havendo ricevuto molto oro da Toscani; accioche andassero à guerreggiar con loro contra Romani ma chiamati, che furono cominciarono a negare, et dicevano che à loro fù dato quell’oro, accioche non guastassero il paese; onde essendo stati licentiati portarono una gran soma di denari, che senza pericolo et fatica acquistata havevano per vostra fe, che pare à voi di questi bugiardi, et traditori huomini negando la verità con coloro stessi, che sapevano quanto mentivano. Si legge nel libro 20 al discorso. VI. di Scipione Ammirato che Salmas Viser fù bugiardo et mendace perche mentre Mehmet Re di Persia era travagliato dall’armi di Amorat Imperator de’ Turchi lo persuase à prender l’armi contra un suo figliuolo dicendo (ma bugiardamente) che si havea intitolato Re di Persia si mosse il Re, per andare contra il figliuolo et con tutto l’essercito andò in

 

  1. 256

 

Eri Città, in cui era il figliuolo, et la stringeva gagliardamente egli che non sapeva per qual cagione il padre adirato affliggesse la città, stava sopeso, ma intesa la cagione si discolpò delle false colpe, che egli erno state opposte; onde il Re conoscendo la falsità di Salmas accarezzò il figliuolo, et al bugiardo fece dare, come meritava, il debito castigo. Scrive il Tarcagnota, che Lisandro era bugiardo, et pergiuro confirmando le bugie col giuramento, et diceva che i fanciulli col giuoco, et gli huomeni col giuramento si devono ingannare.

 

De gli huomini gelosi,

Cap. XXI.

 

E la gelosia una interna passione di animo nata per sospitione, che alcun’altro non goda la persona amata, descritta da Cicerone nel lib. 4. delle Tusculane con queste parole. Obtre etatio est ea, quam intelligi zelotypiam volo, aegritudo ex eo, quod alter quoque potiatur eo, quod ille ipse concupiverit. La qual apporra tanta afflittione, et rammarico all’huomo, che lo rende bene spesso disperato, et di se stesso fuori: et percioche ella genera tante perturbationi d’animo, l’Ariosto la chiamò, con questi cinque nomi tutti denotanti passione, in quella stanza.

 

Qual dolce più, qual più giocondo stato.

 

Cioè Sopsetto, Timore, Martiro, Frenesia, et Rabbia, inducendo ella ne gli huomini tutti questi noievoli, et spiacevoli effetti: alle quali cose havendo riguardo Torquato Tasso la chiamò d’Amor ministra in dar tormento a’cuori, et da lei fa dir queste parole.

 

Questa c’ho ne la destra è di pungenti,

               Spine, onde sferzo de gli amanti il seno,

               Ben ho la sferza ancor d’empi serpenti

               Fatta, e infetta di gelido veneno;

 

  1. 257

 

Ma su le disleali alme nocenti

               L’adopro, quai fur già Teseo, e Bireno.

               L’invidia la mia diè compagna fera

               Mia, non d’amor, la diede à lei Megera.

 

               Di pianto ancor mi cibo, e di pensiero,

               E per dubbio m’avanzo, e per disdegno,

               E mi noia egualmente il falso, e’l vero,

               E quel ch’apprendo in sen, fiso ritegno:

               Ne sì, ne nò nel cor mi sona intiero,

               E varie larve à me stessa disegno;

               Disegnate le guasto, e le riformo,

               E’n tal lavor mai non riposo, ò dormo.

 

Et segue.

 

Sempre erro, e ovunque vado i dubbi sono.

 

La descrisse etiandio Bernardino Tomitano in questo Sonetto.

 

O maligna, ò crudele, ò di dolore,

               E di tristi pensieri antico albergo,

               O duro spron, che mi percuoti à tergo,

               Per far l’empio mio stratio ogn’hor maggiore;

               O sferza di martir, nido d’errore,

               Ove quanto io più mi rilevo, et ergo

               In più profonda parte mi sommergo

               Stimulo avezzo à tormentarmi il core.

               O Gelosia crudele, ò mortal piaga.

               Cui quanto procacciar salute io penso,

               In più nobile parte allhor t’interni.

               Maligna Circe, e dolorosa Maga,

               Che privi altrui del suo più chiaro senso,

               Perche si crudelmente hor mi governi.

 

Et ancora Luigi Tansillo in questo modo parlò di lei.

 

O d’invidia, e d’amor figlia si ria.

 

  1. 258

 

               Che le gioie del padre volgi in pene,

               Cauto Argo al male, e cieca Talpa al bene,

               Ministra di tormento Gelosia.

               Tesifone infernal, fetida Arpia,

               Che l’altrui dolce rapi, et avelene,

               Austro crudel, per cui languir conviene

               Il più bel fior della speranza mia.

               Fiera da te medesima disamata,

               Augel di duol, non d’altro mai presago,

               Tema, ch’entri nel cor per mille porte.

               Se si potesse à te chiuder l’entrata,

               Tanto il regno d’amor saria più vago,

               Quanto il mondo senza odio, e senza morte.

 

Sicuramente, et à ragione sono tormenti più gli huomini da questi furia infernale, che non sono le donne; percioche elleno son vie più belle de gli huomini: adunque et più amabili, et più care, et se più care, et amabili sono, senza dubbio saranno sempre con timore possedute, et guardate: accioche della medesima beltà non ne venisse alcun’altro amante, et vagheggiatore, et di qui avviene, che non si ritrova huomo, che non sia geloso: ma chi più e chi meno conoscendo che la nobiltà, et l’eccellenza della donna: et però schivano, et fuggono spesso di parlare, ò di scrivere della beltà della cosa amata, non dirò di lasciarla vedere, et dubitando di una tanta perdita, uno di costoro era Francesco Maria Molza, come egli stesso dice.

 

Io son del mio bel sol tanto geloso,

               Ch’io temo di chiunque fiso il mira,

               Però, ciò che di quello amor m’inspira

               Quanto più posso, vo tenendo ascoso,

               Nè di scoprirlo in Rime altrui son’oso,

               Che troppo di legger’in pianto, e in ira,

               Poria tornarmi, e dove ne sospira

               Sol meco l’alma, starsi altri pensoso.

               Cosi ne lacci posto da me stesso,

               Miser cadrei, e’n perigliosa guerra,

               Che incontra à me medesmo havessi ordita.

 

  1. 259

 

Non è poco il tacer, che m’è concesso,

               Anzi la gioia, che’l mio petto serra,

               Quanto è celata più, tanto m’aita.

 

Questa scelerata rabbia fù cagione, che Giustina Nobilissima Romana fosse dal suo Consorte, pochi giorni dopo le nozze, uccisa, senza alcuna cagione; et udite ella sciogliendosi un calzare egli mirolle il collo, alquale non sò, se la neve, ò il latte fosse buon paragone, essendo ella più d’ogni altra bellissima, et solamente mirando quella candidezza, si lasciò ingrombare il petto da una crudelissima Gelosia, et senza pensar più oltre troncolle il capo. Onde si legge questo Epigrama sopra il suo sepolcro.

 

Immiti, ferro secuit mihi colla maritus,

               Dum propero nivei solvere vincla pedis,

 

Si può sentire la più siocca, e bestiale Gelosia di questa? Memmio Romano era tanto ingelosito di una Giovine in Terracina, che ritrovando uno suo rivale chiamato Largio, et non havendo armi assaltandolo co denti li morsicò un braccio. Onde nacque un proverbio. Lacerat Lacertum Largii mordax Memmius. Ò quante Donne sono uccise à torto, benche pudiche per cagione di questa infernale Arpia. Alessio Comneno, come racconta Niceta Acominato, era Geloso della Moglie Eufrosina, et havendo ne havuto sospetto la privò di tutti gli ornamenti, et titoli Imperiali, et la mandò in un Monastero di Monache. Al fine havendo ritrovata la verità la ritolse, et le diede i primi ornamenti e titoli di prima. Però l’huomo Geloso non fa bene à se medesimo, e meno à gli altri. Clodione, come scrive l’Ariosto era molto Geloso dicendo.

 

Ma Clodion, che molto amava, e molto,

               Era Geloso in somma si consiglia,

               Che forestiere, sia chi si voglia, mentre

               Ci stia la bella Donna qui non entre.

 

Et parlando di Rodomonte pur geloso, dice.

 

  1. 260

 

A questo annuntio entrò la gelosia,

               Fredda come Aspe, et abbracciò costui.

 

Eustatio, come dice Torquato Tasso, era geloso, et à pena dir si può, che havesse veduto Armida, che temeva la bellezza, et la virtù di Rinaldo, come si legge nel canto. 5. à stanza, 8.

 

No’l vorrebbe compagno, e al corl’inspira

               Cauti pensier l’astuta gelosia

 

Et nel canto stesso, dopo che furono usciti à sorte Artemidoro, Gerardo, et Vincilao dice de gli altri.

 

D’incerto cor, di gelosia dan segni,

               Gli altri, i cui nomi avien, che l’urna asconda,

               E da la bocca pen don di colui,

               Che spiega i brevi, e legge i nomi altrui.

 

Ma come fù uscito à sorte il numero eletto da partirsi con Armida, et che  gli altri restorono tanti bei Alocchi, si legge.

 

D’ira, di Gelosia, d’invidia ardenti,

               Chiaman agli altri fortuna ingiusta, e ria,

               E te accusano Amor, che le consenti,

               Che ne l’imperio suo giudice sia.

 

Et Propertio era tanto tormentato dalla Gelosia, che dice.

 

Rivalem possum non ego ferre lovem.

 

Et etiandio il Petrarca fù molto travagliato da questa cruda Gelosia come egli stesso dice.

 

Amor’e Gelosia m’hanno il cor tolto.

 

Et altrove.

 

Subito il allegrezza si conserve,

               La Gelosia.

 

  1. 261

 

Et à Zerbino, quando vide Isabella col Conte, entrò nel petto tanta Gelosia, che haveva più affanno à vederla d’altrui, che se fosse come credeva morta. Come dice l’Ariosto.

 

Che vederla d’altrui peggio sopporta,

               Che non fè, quando udì, ch’ella morta.

 

Havendo Dario, come scrive Giovanni Tarcagnota, inteso da un suo Eunuco la morte di Statira sua moglie, la quale era stata presa da Alessandro, et come il medesimo Alessandro havea pianto per lei, et la havea honorata, et sepellita con grandissima pompa, fù preso da uno affanno grande di Gelosia; et però menando l’Eunuco da parte lo cominciò à minacciare, che confessasse il vero: ma tanto l’Eunuco li giurò, et affermò, come Alessandro non havea mai veduta la Reina, se non il primo giorno che la prese, onde li die fede, et la pianse. Senapo Rè dell’Etiopia era gelosissimo della moglie, come dice il Tasso.

 

N’arde il marito, et de l’amore al foco,

               Ben de la gelosia s’agguaglia il gelo,

               E va in guisa avanzando, à poco, à poco,

               Nel tormentato petto il folle zelo,

               Che da ogn’huomo l’asconde in chiuso loco,

               Vorria celarla à tanti occhi del Cielo.

 

Fra tutti i gelosi credo, che tengano il principato gli huomini di Cattaro; percioche non lasciano le Donne andare à messa, se non innanzi giorno accioche non sieno vedute, ma il giorno di Natale à mezza notte. Quando si confessano, sono sempre presenti, però alquanto discosti dal Sacerdote, et vanno osservando i moti, et stanno attenti, et immobili provando se udir potessero le riprensioni. Cosa iniqua che se si confessano per qualche infermitade stanno nella medesima camera ritirati in qualche parte, ma non molto discosti. Alle feste le donne non danzano, ma gli huomini. Quando sono amalate, fanno gran cosa à chiamar medico, ma quando vedono la infirmità essere grave, lo chiamano, le Donne stanno in letto chiuse fra certe cortine, et porgono il braccio, et à pena lasciano à loro toccare il polso, ne meno interogarle de disordini, ò d’altro, per-

 

  1. 262

 

-che dicono à Medici. Horsu havete inteso il tutto, andiamo à finestre non si approssimano, anzi alcuni fanno certi spiragli volti verso il Cielo, da quali pigliano il Lume del Sole, per asciugare loro il capo. Se vanno ad alcuna ricreatione, ò nozze sempre sono lor dietro, ò avanti à far la discoperta, et molti non si partono di casa ne giorno, ne notte, ne anco della camera, ove è la moglie. I lor sonni sono pieni di spavento, et di timori, temendo che alcuno l’ami, però si svegliano con tremori, et palpatione di cuore. Pensate per vostra fè, che pazzia è quella di quei poverelli, et che patienza è quella della Donne: et se le havessero più belle di quelle, che hanno, impazzarebbono: ma la lor buona sorte conoscendo la sciochezza di questi huomeni, fà che assai brutte le possedono. Scrive Antonio da Salonichi, che un certo Francesco de Scolvi havendo letto la Metamorphosi d’Ovidio, non voleva che il Sole entrasse in Casa, temendo, che della moglie non s’inamorasse. Che vi pare? Ò che Gelosi perfetti sono questi, et di mente privi.

 

De gli huomini ornati, politi, bellettati, et biondati.

Cap. XXII

 

Che all’huomo nato politico, et civile stia bene l’andar fino ad un certo segno ornato, et polito è cosa ad ogn’un notissima, come dimostra il Casa, il Guazzo, il Sabba et il Cortigiano ne’suoi ragionamenti: et se all’huomo è ciò dicevole, maggiormente si dee credere, che alla donna si convenga; percioche risplende più la beltà fra le ricche, et le ponpose vesti, che, tra le povere, et rozze, come mostra il Tasso nel suo Torrismondo, facendo ragionar la Reina à Rosmonda, dicendo.

 

Perche non orni tue leggiadre membra

               Di pretiosa veste? E non accresci

               Con habito gentil quella bellezza,

               Che’l Ciel à te donò cortese, e largo?

               Bellezza inculta, e chiusa in humil gonna,

 

  1. 263

 

E quasi rozza, e mal polita gemma,

               Che’n piombo vile ancor poco riluce.

 

Et essendo la bellezza proprio dono della donna datole dalla suprema mano, non deve ella con ogni diligenza cercar di custodirla? Et quando ne sia poco di tale eccellenza ornata, di augumentarla con ogni modo possibile: ma non già vituperevole? Io certo credo, che cosi sia: percioche se fosse proprio all’huomo, dirò per essempio, la fortezza del corpo, et il fare il gladiatore, ò il bravo, per ragionar secondo l’uso comune, non cercherebbe egli di conservarsi tale? Se nato fosse bravo; tenterebbe di augumentare quel suo natio ardire con l’arte dello schermire: ma se nato poco ardito di animo fosse, si essercitarebbe nell’arte del combattere, et si coprirebbe di piastra, et maglia, et cercherebbe di essere menato, ove si facessero duelli, et combattimenti; et tutte queste cose farebbe per dimostrarsi bravo, et non come veramente fosse timido et codardo. Io ho dato questo essempio; percioche non si ritrova huomo, che non facci il rompicollo, et il bravazzo, et se ci è alcuno, che non facci questa professione, lo chiamano d’animo feminile, e per questa ragione gli huomini sempre si vedono con l’armi alla cintola, co’vestimenti, che hanno del soldato, et con le barbe accommodate in guisa, che paiono, che minacciano, et caminano con certi passi, che credono di porgere altrui spavento, et con guanti di maglia, et spesso spesso fanno in modo, che il ferro lor risoni intorno; accioche le genti si accorgino, che attendono al ferro, cioè alle spade, alle battaglie, et habbiano di loro timore: che sono tutte queste cose, se non belletti, et orpellature? Et sotto queste coperte d’ardito, et di valoroso celano un vilissimo animo di coniglio, ò di fuggitava lepre. Et anco il medesimo accade nell’altre arti. Se adunque cosi è, perche non potranno le donne, che dalla natura sono generate men belle delle altre, coprir le sue poco belle parti, et augumentar la poca beltà loro, con qualche arte, ma non però stomache vole? Et che peccato sarebbe, se una donna nata per la beltà riguardevole, si lavasse il delicato viso con Succo di Limoni, et acqua di fuori di fava, et di ligustri, per levar via le macchie causate dal sole, et per tenersi la carne polita, et morbida? O se con un colombino, et con pane bianchissimo, con succo di Limoni, et perle facesse altro humore da tenersi terso, et morbido il volto? Piccio-

 

 

 

  1. 264

 

-lo à giudicio mio, et se nel candor de gigli del suo viso non fiammeggiassero le rose, non potrebbe ella con qualche arte renderlo al quanto simile à l’ostro? Certo si senza punto di riprensione, percio che si deve la beltà havuta conservare, et la manche sole render quanto possibile sia perfetta, levando ogni impedimento, che prohibisce lo splendore, et la gratia di quella: et se i capelli sono lodati da scrittori, et da Poeti cosi antichi, come moderni di color simile all’oro augumentando la beltà: perche non deve la donna civile, renderli biondi? Et per maggiore ornamento innanellati, et crespi? Diremo dunque in questo modo, che alle donne, come creature belle si conviene conservar la beltà, et la manchevole perfettionare in modo però, che non divengano mascheroni con l’impiastricciarsi il viso: perche è cosa indegna, et stomachevole lo havere quattro dita di bianco, et di rosso sù il viso. Non biasmorono in tutto i Santi Padri l’adornarsi, et il lisciarsi nelle donne: ma vituperorno l’eccesso di quello per altri rispetti cattivi. Come scrive il dotto Augustino nella Epistola 73. ad Poss. onde permettono alle donne maritate l’adornarsi, et il rendersi polite con proposito però di piacer solamente à lor consorti. Conviene adunque alle donne l’adornarsi, et è da Padri Dottori permesso per conservar la propria beltà, ò per parer più belle di quello, che sono, pur che non ci intravenga errore. Ma che diremo noi de gli huomini? À quali la belta non è propria, et pur continuamente si sforzano di parer belli, et leggiadri non solamente con varii vestimenti fregiati di seta, e d’oro, in guisa che molti si trovano, che spendono tutti loro havere intorno ad un vestimento, ma con collari à meraviglia lavorati. Che diremo de medaglioni che portano nelle berrette, de bottoni d’oro, et dei gioelli di perle? De Pennoni, et Pennini, che chiamano Argironi, ò Aeroni, et delle tante livree, con le quali mandano le case in ruina, vanno co i capelli inondati, lucidi, et profumati. Quanti ne sono? Che paiono havere una Botega di profumiere sopra di loro, ò quanti vanno alle barbarie ogni quattro giorni per mostrarsi rubicondi, tersi, et giovinetti anchor che vecchi? Quanti si tingono le barbe quando cominciano per l’horrido verno della vecchiezza à biancheggiare? Quanti con pettini di piombo si pettinano, per tingere le canitie? Quanti si cavano i peli canuti per parere anchora in età fiorita? Tralascio de pendenti all’orecchie, che portano i Francesi, et altri oltramon-

 

  1. 265

 

-tani, et de manili pur de Galli inventione, come si legge in Tito Livio. Ò quanti se ne stanno tre, et quattro hore ogni giorno à pettinarsi, et à lavarsi adoprando quante Balle di Sapone, che vendono i Ciarlatani in piazza? Del profumarsi, et del porsi le scarpe, non accade parlarne, che bestemmiano tutti i Santi; perche sono strette, et i piedi grandi, et vogliono, che i piedi grandi stieno nelle scarpe picciole, cosa ridiculosa. Ma bisogna, che io ne adduca alcuno essempio: accioche non paia, ch’io habbia detto la falsità. Ortensio Oratore famosissimo tutto il giorno stava à vagheggiarsi nello specchio, et à comodarsi le falde delle veste. Non merita silentio Demostene, gloria della greca eloquenza, ilquale quando doveva parlare in publico, si componeva la faccia allo specchio, cosa degna di biasmo, che in cambio di essere occupato nella gravità delle sentenze, gittasse il tempo in vanità sciocche. Ma dove resta Lisocrate, che spendeva tutto il giorno in biondeggiarsi per parere bello? Dove Aristagora? Che tanto si imbellettava, et lisciava, che fu chiamato Maddona Aristagora? Dove Mecenate? Che di odoriferi unguenti, di belletti, di Margherite, et di ogni sorte di ornamento avanzava la più lasciva famina, che al mondo fosse. Sardanapalo Re de gli Assiri dove rimane, ilquale mette una carestia ne belletti, et nell’altre vanità? Et i popoli Massiliensi si imbellettavano, et biondeggiavano et etiandio i Valentiani, iquali solamente vivono con delitie, lascivie, et piaceri, et però l’Ariosto paragonò Ruggieri ornato con mille vanità à costoro dicendo.

 

Tutto ne gesti era amoroso come,

               Fosse in Valenza è servir donne avezzo.

 

Come dice il Bottero gli Spagnuoli per natura si dilettano di vaghezza, di attilatura, et di apparenza, come poi stieno nelle altre cose non pensano Non merita d’essere lasciato à dietro Commando Imperatore, ilquale benche fosse crudo, et scelerato, era nondimeno vano, lascivo, et molle. Il suo maggiore studio era intorno al biondeggiarsi, et dispensava il tempo in bagni, et altri piaceri, et benche fosse malvagio non si vergognò però di prendere il nome di huomini inimicissimi de vitii, come fece pigliando il nome di Ercole, dove che invece di Commodo Antonio figliuolo di Marco

 

  1. 266

 

Aurelio Antonio, si faceva chiamare Ercole figliuolo di Giove et quello, che più faceva maravigliare, era, che intorno si mise una pelle di Leone, et prese una mazza in mano, et andava notte, et giorno dando fiere mazzate, volendo imitar Ercole. Alcuna volta si lasciava vedere tutto vestito alla usanza di una Amazzone; ma ornato di perle, e d’oro. Cosi questo valoroso Imperatore spendeva il tempo in queste sciocchezze: ma che diremo noi degli Agrigentini? I quali tanto si dilettavano di pompa, et di vestimenti fregiati, che spendevano quasi tutto il loro havere? Eliogabalo era più di ogni altro vano, scioccho, et lascivo, costui, come scrivono gli Historici, impoverì con le sue vanitadi, et sciochezze l’Imperio Romano, anchora che ricchissimo fosse portava i manili di perle, collane, et anella di grandissimo pretio, vestimenti di seta, e d’oro tempestati di perle, et di altre pretiose gemme fino sopra le scarpe haveva pietre di valuta immensa: ma lasciamo costui, percioche è tutto vanità, et ritroviamo Ercole, ilquale come dice Ovidio nella Epistola, che li manda Deianira, era vano, molle, et gran lisciatore, i versi del quale, recati in volgare da Remigio Fiorentino, tali sono.

 

Vidi i monili à quello Erculeo collo,

               A cui picciola già fù soma il Cielo;

               Non ti parve vergogna haver d’intorno,

               Le perle, e l’oro à le gagliarde braccia,

               Ardisti anchor d’ornar l’irsutte chiome,

               Di nastri, e frange.

 

Et veramente sono innumerabili gli huomini, che attendon alle vanità, et à rendersi con arte lucidi, et tersi. Non voglio gia, che il tempo involi la memoria di un leggiadro giovinetto di età più verso à gli ottanta, che à settanta anni, gentilhuomo di Lombardia Illustre, et nobile, et de beni di fortuna ricco. Costui s’inamorò di una gentildonna bellissima della sua propria Città; il Fanciullo, che di poca levatura era si diede à credere, che la gentildonna lo riamasse, et per lei faceva le maggiori pazzie, che mai si udissero: rare erano le notti, che il buon giovinetto col suo dolce liuto in braccio sonando, et cantando non facesse secondo quel tempo le serenate, et mattinate sotto la finestra della camera, dove la gentildonna dormiva, et cantava lungamente, reputandosi di canta-

 

  1. 267

 

-re ottimamente, e di havere una soavissima voce: ma faceva ridere le brigate, havendo una voce di ranocchio, et spesso, spesso mentre raccontava le sue amorose passioni faceva il tremulo, col quale il canto piu gratioso rendeva. Costui per celare le Chiome, che già per l’età erano venute d’argento, ogni mese le tingeva, la barba; non gia, percioche allhora non si usava, ma bene ogni due giorni ordinariamente si radeva. Certo, ch’egli era un gratioso spettacolo, vedere sotto quella zazzera di giovine lucida, et pettinata, et fatta à onde col ferro caldo, una fronte crespa, rugata, et negra, et die occhi scarpellati, et riversi, il naso gocciolante, le guancie ritirate in dentro, La bocca isdentata, le labbra livide, smorte, et tremanti, et per non andar più oltre pareva un viso di angelo da far fuggir il gran Diavolo dell’inferno. Quando era in casa, stava sempre allo specchio, et mirandosi andava nelle maggiori ire del mondo, et diceva, ch’egli era un traditore, et un bugiardo, che non mostrava la vera efigie, et che si mentiva per la gola, et pieno, di sdegno li faceva far la penitenza gittandolo in terra, et calpestavalo co piedi del vestire, che diro io? Percioche seco havrebbe perduto la fiera di Crema portava un berrettino rosato tutto tagliato con cordoni, et cordelle d’oro, et d’argento, i vestimenti tutti fregiati, et ricamati con le maggiori bizzarie, che veder si potessero, certo disconvenienti ad un buffone. Del ballare che diremo noi? La prima danza in tutte le feste della Città era la sua, anchor che à pena si reggesse in piedi era più ghiotto di giucare alla palla da vento, che l’Orso del mele, et dove ritrovava giovani giucatori, spogliavasi in farsetto, et alcuna volta in camiscia per mostrare meglio la bella disposition del corpo, in niuna parte contraria alla bellezza del volto: però non rimanea di seguitare ogn’hora l’amata Donna più pertinace che un cane in seguitar la fiera. Il Carnevale ogni giorno si travestiva mutando ogn’hora habiti, et foggie. Eungi da lui stavano i salterii, et l’orationi, sempre parlava di cose amorose, et liete. Questo Babione fù pazzo in vita, et dopo morte; percioche morendo fece questo testamento, cioè che sopra la sua sepoltura fusse incisa per man di famoso maestro l’Historia di Piramo, et di Tisbe, favola amorosa, et anchora un Cupido alato, ilquale con l’arco teso saettasse un cuore. Si può sentir meglio? Certo nò. A Fregi, che dice Numano nel libro 9. dell’Eneide di Virgilio, che si adornavano, et lisciavano?

 

  1. 268

 

Voi con l’ostro, et co fregi, et co le giubbe,

               Immanicate, et coi siochetti in testa,

               A che valete? À gir cosi dipinti,

               Et cosi neghittosi? À far balletti.

 

Et il Tasso ragionando della gente Egittia dice nel Canto. 17.

 

La turba Egittia havea sol archi, e spade

               Nè sosteria d’elmo, ò corazza il pondo,

               D’habito è ricca: ond’altrui vien, che porte

               Desio di preda,  e non timor di morte.

 

Nerone era oltre à modo lascivo, pomposo, et ornato, et mai non si metteva vesti intorno, che non valessero gran quantità di oro, et stando allo specchio lodava le chiome: perche parevano d’oro, et etiandio gli occhi; perche li haveva lucidissimi. Non voglio che resti à dietro Alessio Comneno Imperatore, il quale, come racconta Niceta Acominato, sempre si mostrava con bellissimi vestimenti d’oro, con lavori di perle di grandissima importanza, come dice Plutarco, Aristotile si dilettava di star polito, et attilato oltre à modo; portando vestimenti bellissimi, et tutte le dita piene di anella. Non voglio, che’l tempo involi la memoria di un Cortigiano Ferrarese, ilquale havea quanti saponetti, profumi, acque odorifere, et vanità, che erano in Italia: costui spendeva tutta la mattina in pettinarsi, in pulirsi, et in iscopettarsi, et spesso bestimmiava, che non li pareva di essere giunto al segno, che desiderava. Non era ne in Spagna, ne in Italia, chi meglio di lui calzasse bolzacchini, et era tanto amatore della nettezza, che in venti anni mai fù visto mangiare insalata senza guanti, che vi pare? Credete che trovar si potesse il piu gentile di costui? Ma non cede à lui Galieno Imperatore, ilquale portava sempre vesti pretiosissime cariche tutte di gemme: Era tanto sciocco il miserello, che si spargeva limatura d’oro sopra i capelli: accioche rilucessero; si lavava il viso con varie acque per divenire bello, nè si lasciava vedere, se prima non era stato un’hora con lo specchio à consigliarsi; mangiava sopra mantili d’oro, et con tutti i vasi d’oro guarniti di grosissime perle: nella primavera si faceva fare le camere, et i letti di rose, nell’Autunno i Castelli di pomi. Ne à costui cede Domitiano, ilquale, come scrive

 

  1. 269

 

il Tarcagnota, piangeva et gittava ardendissimi sospiri, veggendosi nello specchio il capo Calvo, facendo stima della bellezza ne mancava di aiutarsi, ove era possibile per parere più bello. Ma che diremo noi di Theopompo? Che di delitie, et di malitie avanzò ogni lasciva meretrice come afferma Strabone Sidonio. Che d’un certo Philostrato? Che per i soverchi adornamenti fù chiamato Cinalopeca vocabulo di cane, percioche i cani, che si tengono nelle case per giuoco delle figliuole sono di simile vanità adorni questo, dice Aristophane, dicono alcuni Historici, che Agirrio era tanto molle, et lascivo, che non haveva altro di huomo eccetto che la barba. Ne merita, ch’io lasci fuori di questa schiera Mirace, ilquale fu oltre ogni credenza studioso de suoi capelli dorati, et portava intorno tanti unguenti odoriferi, che un miglio di lontano si sentivano. Onde Flaco lo chiamava Semivir, et diceva che menava la sua gioventù sterile, cioè priva d’honorate attioni. Bacco ove resta? Ilquale benche fosse adorato per Dio, quantunque non fosse che uno huomo vezzoso, et molle. Udite quello, che di lui dice Seneca. Non errubescit Baccus effusos tener sparsisse crines, nec manu molli levem vibrasse thirsum quum parum forti gradu auro decorum Sirma Barbariucm trahit. Torto si farebbe à Calistene, se lo lasciassimo fuori di questa vana compagnia, ilquale, come scrivono alcuni, si vestiva da Donna, si poliva et s’imbellettava in modo tale, che era un vituperio. Ma ditemi di gratia quanto tempo Achille quel glorioso Heroe filò vestito da Donna fra le figliuole di Licomede Rè? Io credo, che habbia filato molto, perche se il vero n’intesi, dicono alcuni, che molti anni vi stette in quel modo filando. Onde Ovidio nel lib. primo de Arte dice.

Turpe nisi hoc matri precibus tribuisset Archilles

               Vesta virum longa dissimulatus erat

 

Dice il Tarcagnota che al tempo di Adriano non si usava barba; nondimeno esso la portava per nascondere alcuni segni, che haveva fu volto et era in lui tanto grande il desiderio di parer bello, che non curava di contradire all’uso. Narra il medesimo autore, che Lucio Vero consumava la maggior parte del giorno al sole biondeggiandosi, et maledicendo la sua natura, che non li havea fatto il capo troppo sano, perche pativa dolore di testa et benche fos-

 

  1. 270

 

-se biondo, accioche la chioma più lampeggiasse, le gittava sopra molto oro minuto. Tiscrate ove rimane? Poi che per la sua molta lascivia passò in favola, l’età gli haveva gia fatto i capelli di finissimo argento, et egli per parer bello, et giovinetto gli tingeva di color d’oro del qual molto si ride appresso Martiale. Il misero conoscendo, che Amore è giovinetto, et che però si sdegnarebbe habitare nascoso fra le parti rugose, et pallide del suo invecchiato volto, che con mille impiastri coloriva et biancheggiava; facendo prova con questi inganni di fare, che Cupido vinto dalla sua bellezza non contradicesse di pigliare ricetto nel suo volto: ma il tutto fù vano; perche mentre s’ingegnava di farsi di giorno in giorno di nuove bellezze adorno, sovragiunse (abi fiera sorte) la morte, la quale aghiacciando il cuore, lo lasciò vermiglio in volto, colorita però del colore col quale dipinto egli stesso s’havea, cosa vituperevole certamente, che egli huomini benche vecchi curino tali cose à confirmatione di quanto ho detto udite ciò, che dice de gli huomini Seneca nel lib. II. delle quistioni naturali. Tutto quello, che ci è di buon costume, guastiamo noi con la leggiadria de corpi, avanzando ne gli ornamenti le infami meretrici, non che le donne honeste con molle, et con vezzosa andatura, teniamo sospeso il passo, tal che non caminiamo, anzi contegnosi passeggiamo, et in ogni dito delle mani habbiamo pretiose gemme? Che vi pare egli cio dice de gli huomeni, et non miga delle donne. Ne vo che lasciamole parole del Padre di Seneca, le quali si leggono nel lib. delle Liti. Ecco che gl’ingegni della pigra gioventù diventano stupidi, ne si vigila allo studio di alcuna cosa honesta; ma solamente gli studi de gli huomini sono l’incresparsi i capelli, et l’acconciarsi con monditie immondissime, dalle quali parole si può conoscere,che tutti sieno vani, lascivi, et molli; perche non ragionavano di uno, ò di due, ma di tutti in gennerale, ne vo che rimanga la sentenza à dietro di Mons. Sabba Castiglione Cavalier Gerosolimitano ne suoi ricordi, ove dice. Le vanità de gli huomini son oltre à mille altre maniere di vitii nel vestire, et massimamente nelle scarpe, et nelle calze, non dico de’ giovani, che meno biasimo sarebbe; ma de’ vecchi canuti, et barbuto, cose certo al parer mio dishoneste, et vituperevole non dico in vecchio nobile; ma in un Mimio, et buffone.

 

  1. 271

 

De gli Huomini Heretici, et inventori di nuove sette.

Cap.      XXIII.

 

Stupisco fra me stessa, come alcuni Scrittori ardiscono di affermare, che le donne habbino inventate nuove sette, et ritrovate nuove heresie; percioche se noi parliamo innanzi la venuta di Christo, non ritrovaremo donne, che fossero inventrici dell’Idolatrie, ne meno, che havessero in quelle false religioni opinione alcuna stravagante. Della Idolatria fù inventore Belo, et però il Petrarca dice:

 

Belo, dove riman colmo d’errore.

 

Et Nabucodonosoro, non fece una statua d’oro, et volle, che fosse adorata? Gli huomini di Babilonia non posero il giusto Daniele nel lago de’ leoni; perche haveva loro ucciso il drago, et destruto il loro Idolo Bel; et mille altri, ch’io tralascio, come coloro, che havevano fatto il vitello di giesso se delle heresie ritrovate dopo la venuta di Christo ragioniamo, gli inventori furono infiniti, et tutti huomini, et Santo Agostino nel libro delle heresie fa mentione di nontanta famosi inventori di quelle, i seguaci de quali servano il nome loro; come Simoniani da Simon Mago, Cerinthiani da Cerintho, Cerdoniani da Cerdone, Origeniani da Origene, Manichei da Manin Persiano, Arriani da Arrio, Florianiani da Florino, Tertullianisti da Tertulliano, Pellagiani da Pellagio Monaco, Nestoriani da Nestorio, et cosi da molti altri, che per brevità tralascio; ma quanti dopo Santo Agostino ne sono stati, et hora sono come Calvino, Ugo, Martin Luthero, et tanti altri, che hanno havuti per seguaci i Regi, i Prencipi, et poi le provincie intiere, et i regni, se si ritrovano donne, che sieno heretiche: non è, perche sieno state inventrici di heresie; ma perche da gli huomini hanno imparato, et anco sforzate furono, et sono da quelli à seguitarle contra la propria volonta.

 

  1. 272

 

De gli huomini lagrimosi, et teneri al pianto.

Cap. XXIIII.

 

Il pianto, io credo, che non sia vituperevole, quando è fatto per la morte de’ carissimi genitori, ò per altra causa honesta, et degna, ma poco laudabile egli è, quando è sparso per lievi, et sciocche cagioni; vituperevole, et biasimevole: ancora egli è, quando per ingannare altrui si sparge, come fanno tutti gli huomini amanti, i quali l’Ariosto volendo mostrare, che sono lagrimosi ingannatori, dice.

 

Siate à i preghi, et à i pianti, che vi fanno,

               Per questo essempio à credere piu scarse.

 

Sono molti, che dicono, che le Donne facilmente piangono; ma voglio, che vediamo, se ritroviamo huomini ancor noi lagrimosi. Uno di questi, io credo che fu Silla Imperatore, il quale era tanto pieghevole, che li venivano le lagrime da gli occhi per ogni picciolissima cagione, et un giorno essendoli raccontata la guerra delle rane, et de topi piangeva, che pareva, che havesse il padre dinanzi à gli occhi morto, parendoli che una rana fosse stata la poverina troppo malamente trattata. Alessandro, come scrive Plutarco, pianse copiosamente la morte del suo cavallo Bucefalo, et per consolarsi in parte fece fare una città, et la chiamò Bucefalia. Pianse ancora Clito, ma con assai manco dolore. Achille nel primo Canto dell’Iliade d’Omero piange alla mamma, che pare un fanciullino; perche li fù tolta la figliuola di Briseo premio delle sue fatiche, et lamentando si piange, come dice Omero.

 

Lachrimans seorsum à sociis statim sedit separatus,

               Litus maris cani resspiciens in nigrum pontum.

               Mater post quam me peperisti brevis temporis existentem

               Honorem mihi debebat olimpus tradere

 

  1. 273

 

Iupiter altitonans: nunc autem nequam paululum honoravit.

               Certe enim me Atrides Latè dominans Agamennon

               Inhonoravit capiems enim habet praemium ipse auferems.

               Sic dixit lachrimans.

 

I cui versi trasportati in lingua volgare da Luigi Grotto d’Adria, tali sono.

 

Hor altro non riman, che perder questa

               Vita, e perduto havrò ciò, che mi resta,

               Così dice egli, e d’uno humor secondo

               Gli occhi li colma il suo dolore in tanto.

 

Ma che dirò io del Petrarca? Che sempre piangeva per amore di Laura, come egli stesso dice in questo, et in tutti gli altri Sonetti?

 

Tutti il dì piango, et poi la notte quando

               Prendon riposo i miseri mortali,

               Trovomi in pianto, e raddoppiarsi i mali:

               Cosi spendo il mio tempo lagrimando,

               In tristo humor vò gli occhi consumando.

 

Et altrove:

 

Piovonmi amare lagrime dal viso.

 

Et in quello altro Sonetto.

 

Fiume, che spesso dal mio pianger cresce.

 

Et in molti altri luoghi etiandio Lodovico Martelli si lamenta, et piange per la sua donna, che li pare, che sia piu del l’usato severa: dicendo in una sua Canzone:

 

Sì ch’io taccio, e piangendo,

               Ogni martiro attende.

               Erano i pianti miei

               Cari compagni fidi

               Ad impetrar mercede, e darmi aita.

 

  1. P. 274

 

Corsamonte, come dice il Trissino, piangeva, copiosamente mentre che Burgenzo li raccontava di Elpidia.

 

Così dicea Burgenzo, e Corsamonte,

               Per la pietà de la sua cara donna

               Piangea, come se fosse una fontana

               Copiosa d’acque, che non larga vena

               Sparge i liquori suoi fuori d’un sasso.

 

Tancredi, pur gran guerriero, et capitano benche sapesse, che Clorinda era in luogo di pace per opera sua, come ella medesima in sogno li disse, nondimeno piangeva; come dice il Tasso di lui.

 

Al fin sgorgando un lagrimoso rivo,

               In un languido ohime proruppe, e disse.

 

Et Rinaldo, come mostra il medesimo Autore nel Canto 17. piangeva;

 

E’l pianto amaro

               Ne gli occhi al tuo nemico, hor che non miri.

 

Ma che diremo di Orlando che piangeva, et lagrimava giorno, et notte, come dice l’Ariosto nel Canto 23.

 

Di pianger mai, mai di gridar non resta,

               Ne la notte, ne il dì si da mai pace.

 

Onde Orlando stupefatto del suo largo pianto, dice.

 

Queste non son più lagrime, che fuore

               Stillo da gli occhi con sì larga vena,

               Non suppliron le lagrime al dolore,

               Finir, ch’à mezzo era il dolore à pena,

               Dal foco spinto hora il vitale humore

               Fugge per quella via, ch’a gli occhi mena.

 

Mi soviene etiandio di Ulisse, il quale essendo dalla Dea Calipso, piangeva come un fantolino, per amore, che non vedeva il padre, et la moglie come dice Omero nel lib. 7. le cui parole volgarezzate da Girolamo Bacelli così suonano.

  1. 275

 

Qui vi io dolente per sette anni intieri

               Stetti, che sempre havea bagnati, et molli

               Di lagrime le vesti, che Calipso

               Divine m’havea date, et immortali.

 

Tutti i poveri Poeti sono sempre lagrimosi, non accade, che si spremano ne gli occhi succhi di cipolla per lagrimare, che sempre piangono. Fu già non molto tempo in Padoa un gran Signore Francese nominato Enrico, il quale era tanto tenero al pianto, che nulla più, alcuna volta si faceva leggere il Morgante, et quando sentiva la morte di Orlando, il cuore li si lique faceva in lagrime, et tanto piangeva, che moveva le lagrime ad ogn’altro, che vi si trovava presente considerando la sciocca tenerezza di quel signore; ma quando udiva il venerdì Santo à predicar la passione di Christo havea gli occhi asciuti, come un carbone di quercia; Sacripante dove resta? Il quale piangeva tanto per Angelica, come dice l’Ariosto che gli occhi suoi parevano doi fonti.

 

Sospirando piangea, tal che un ruscello

               Parean le guancie, e’l petto Mongibello.

 

                                                            De gli huomini giucatori.

Cap. XXV.

 

Fu ritrovato il giuoco da gli antichi, non solamente per ricreare gli animi da diverse passioni travagliati, ma etiandio per essercitar la mente, ò il corpo, per renderlo più robusto. Si essercita nel giuoco della palla da vento, nella lotta, et nell’armeggiare, et per allontanarsi da certi pensieri noievoli: alcuni giucavano à scacchi, allo sbaraglino, et à dadi, et ancora à carte; et il tutto per ricreatione, et senza avidità di guadagno: ma non mi pare, che ne’nostri tempi il fine del giuoco sia il diletto, ma il guadagno solamente, et una semplice cupidità di spogliare il compagno del proprio havere. Et però Aristotile numerò i giucatori fra gli ava-

 

  1. 276

 

-ri, et il giuoco fra i dishonesti guadagni; et è peggiore il giucatore del ladro; percioche egli vi mette l’honore, et la vita; ma il giucatore cerca di guadagnar con gli amici al sicuro. O di quanti mali è egli cagione: restando molti per lo giuoco nudi delle proprie facoltà, come dice Oratio. Quem damnosa Venus, quem praeceps alea nudat. O quanti sono privi della vita per cagione di questo; percioche gli scelerati giucatori vinti dalla rabbia fanno, come dice Flavio Alberto Lolio Ferrarese in questi versi.

 

Quanti da stizza, e da color compunti,

               D’haver perduto il suo, col crudo ferro,

               Hanno amazzato i suoi più cari amici,

               E toltogli i denar, et c.

 

Ma più diffusamente ne i versi superiori dimostra, che il giuoco è cagione di tutti i mali, dicendo.

 

Del giuoco adunque ragionare intendo,

               Scelerato inventor di tutti i mali,

               Nato da l’otio, et d’avaritia humana,

               Sol per furare altrui, la roba, e’l tempo,

               Di cui tesor non c’è piu caro al mondo,

               Onde è seguito sol da scioperati,

               Da gente vana, e da color, che spesso,

               Per non saper che far, la vita istessa

               Hanno in fastidio: tal che dall’Accidia

               Vinti, ò giucare, o dormir son costretti.

               Con lui nacquer gl’inganni, e i tradimenti,

               Le malitie, le insidie, et le rapine,

               Le bestemmie, il dispreggio de li Santi,

               La menzogna, il livor; le risse, e l’odio.

               Chi potria numerar gli errori enormi,

               I scandali, i dilitti,e l’opre triste,

               Causate sol da questo empio tiranno?

               E gli ha già a tal furor le cieche menti

               De gli huomini condotto, che trovati

               Si sono alcuni di pietà si privi,

               Si crudeli à se stessi, che i capelli,

 

  1. 277

 

La barba, e i denti s’han fatto cavare,

               Sol per giucarli, ne qui s’è fermata

               La rabbia lor; ma il proprio sangue han sparso,

               Ne vestandoli al fin, se non la vita

               L’han postà in servitù, venduti gli anni.

 

Da questo si può conoscere quanto nocivo, quanto pessimo, et quanto dannoso sia il giuoco. Hor passiamo à gli essempi. Gran giucatore era Antonio, che talhora vi consumava il giorno, et la notte; onde contra lui parlando Cicerone, disse. O hominem ne quam, qui non dubitaret, vel in foro alea ludere. Et Licinio fu condennato à restituire al preditore le cose vinte; come scrive lo stesso Cicerone. Fu un grande ingannatore nel giuoco Caligula; percioche confermava, per vincere, la bugia col giuramento; et si occupava gran parte del tempo in quello. Ma che diremo di Claudio? Il quale non solamente perdeva il tempo nel giucare, ma nello scrivere anco del giuoco de dadi, cosa indegna di un Prencipe, come dice Agostino da Sessa. Nerone spendeva tutto il tempo, che gli avanzava alle altre sue dishonestà in giuochi; perche molto li piacevano. Domitiano entiandio impiegava una gran parte del giorno in questo. Galba faceva il simile, et anco peggio. Nerva, quando stava un giorno senza giucare, gli pareva essere morto. Che diremo noi di questi buoni giucatori del nostro tempo? I quali spinti dall’avaritia, non pensano ad altro, sempre si vanno ingenando, come potrebbono fare per ingannare il compagno, et si scordanno fino di mangiare, et di bere. Onde più volte si sono veduti vecchi decrepiti, paralitici, con gli occhi scarpellini, che non havrebbono veduto uno Elefante in uno campo di neve, con dua paia di occhiali al naso, mettere al punto, poiche non potevano altrimenti giucare. Altri pur vecchi, et infermi; perche non possono muovere le mani, fanno, che alcuno altro giuochi per loro et spesso bestemmiano, dicendo, se noi potessimo, assai meglio giucaressimo et qualche uno di loro dice, quando io era giovane, in tutta la mia città non era alcuno altro per valente giucatore, che fosse, che giucasse meglio di me: malediscono quelle infirmitadi, che hanno; perche non possono gettare i dadi, et maneggiar le carte: come facevano per lo tempo passato, et cosi vanno giucando fino alla morte. Cabilone Lacedemonio essendo manda-

 

  1. 278

 

-to ambasciatore à Corinto per far lega, trovò i Principali, et i piu vecchi di Corinto, che giucavano à dadi, et se ne parti scandalizato, dicendo, che non voleva macchiare la gloria de’Spartani con questa infamia, cioè di haver fatto lega con i giucatori; et veramente chi dice giucatore, tanto viene egli à dire, quanto, se dicesse ingannatore, ch’è peggio che ladro, come dice Flavio Ferrarese, ragionando de’ giucatori in questo modo.

 

Non sappiam noi, che molti per giucare

               Hanno ardito con le scelesti mani,

               Senza timore, o riverenza alcuna,

               Del grande Iddio rubar le cose sacre,

               Et profanar la santità de’Tempii,

               Quando poi, che giucato hanno i danari.

               Si son posti alla strada, masnadieri

               Son divenuti, affassinando altrui,

               Infin che la giustitia in su le forche,

               Gli ha poi mandati à dar de i calci al vento.

 

E per dire il vero è tanto malvagio, et scelerato, eh’io non credo, che alcuno per bel dicitore che fosse, bastasse à descrivere la minima parte vituperevole dell’arte del giuoco, degna solamente di huomini, che non sino buoni di operar cosa alcuna. Dante fa mentione di quel barattiere nato in Navarra, nel Canto 22. dello Inferno, il quale risponde à Virgilio, dicendo.

 

Io fu’del Regno di Navarra nato,

               Poi fu famiglio del buon Re Tebaldo,

               Quivi mi misi à far baratteria:

               Di che rendo ragione in questo caldo.

 

Et altrove dice di Gomita gran barattiere tai parole.

 

Denar si tolse, et lasciolli di piano.

               Si come è, dice, et ne gli altri uffici anche

               Barattier fu non picciol, ma sovrano.

 

Et l’Ariosto fa mentione di alcuni giucatori, che Cloridano uccise, dicendo nel Canto 18.

 

  1. 279

 

E presso à Grillo un Greco, et un Tedesco,

               Spegne in do colpi Andropono; è Corrado

               Che de la notte havean goduto al fresco

               Gran parte hor con la tazza; hora col dado.

 

                                    De gli huomini maldicenti, et falsi incolpatori.

Cap. XXVI.

DICONO gli huomeni colui essere maldicente, ilquale con le parole uitupera, & biasma l’opere altrui: benche nobili, & buone. segno senza dubbio di uno animo scelerato, & cattiuo, da quale bene spesso dipende ciò che di maluagio nel mondo si ritroua: percioche quali sono que’mali, de quali le malediche lingue de gli huomini non ne sieno state cagione? qual bugia, qual bestemmia, quali accuse, quali contentioni, & quali discordie, quali spegiuri quali, lusinghe sono commesse da costoro? però questi memerari, & maldicenti non solamente uilipendono l’honore di alcuna nobile persona: ma affaticano la maluagia lingau in uiturperare le gloriose attione de Principi, ne feramndosi in loro la riuolgono (ò scelerato riuolgimento) contra l’eterna Bontà, biasmando i suoi comandamenti, & le sue leggi, & imponendo à modo loro nouelle, & pazze inuentioni. però questi tali huomini sono odiosi al mondo: & benche sappiano che sono abhorriti: nondimeno ò tutti, ò quasi tutti sono di si brutto uitio partecipi. Però Stefano Gauzzo ragionando di simili huomini, & uolendone mostrare la gran moltitudine, dice, egli è hormai diuenuto cosi famigliare à tutto il mondo questo uitio, come il giuoco delle carte in molte terre, che non fanno altro dalla mattina alla sera che adoperarle, & che maggiore uil numero delle male lingue, che quello delle mosche di mezzo Lulio, ne si può fuggir dalle lor punture per bene, che si faccia: egli numera poi molte spetie di maldicenti, alcuni chiama mascherati, & questi sono di coloro, che fingono per modestia di non uolere nominare colui, che biasmano: ma lo accennano poi si chiaramente, che da tutti e conosciuto. Alcuni Retorici, & costoro sono quelli tristarelli, che dicono. io non uoglio raccontare le usure, ch’egli fa con alcuni poueri della Città, per non essere tenuto mala lingua. Alcuni Poeti. Questi sono

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quelli, che danno per beffare il titolo di Enea ad uno, che haurà ucciso il padre. Alcuni Hipocriti, costoro con lagrimosa uoce, & tarde parole raccontano le suenture altrui, che apportano uergogna, & sempre le fanno più uituperose di quello, che sono. Alcuni Scorpioni, i quali dicono. io non credo, che si potesse trouare il più honorato gentilhuomo del tale, se egli non fosse si auaro, come è. Alcuni traditori, questi sono coloro, à quali sono riferiti alcuni secreti di qualche persona, i quali subito, che li hanno uditi, uanno à raccontare ogni cosa minutamente. ralcuni incogniti, questi con Pasquinate & libelli infamatorii ascuAno l’honore altrui. Alcuni falsarii, costoro accusano le persone, che habbiano fatta, ò detta alunca cosa, laquale non hanno, ne fatta, ne pensata. Alcuni mordaci, ò sputa bottoni, iquali con alcuni breui detti feriscono icuori motteggiando spesso il uero; costoro uogliono più tosto perdere uno amico, che una maluagia parola, però essendo domandato ad un filosofo qual bestia fosse al mondo di tutte la più uitiosa, rispose. Delle seluaggie, il mal dicente, delle domestiche il lusinghiere. Ma ueniamo hoggimai à gli essempi di questi cani rabbiosi, che continuamente mordono, il primo luogo uo, che diamo à Dionigi Tiràno di Sicilia, accioche non ci abbaiasse contra. Costui con le sue pessime parole incolpò Platone, che hauesse intendimento con suoi nimici, & però à lui fosse nemico, ancorche egli stesso sapesse, che ne diceua il falso, nondimeno il pouero Platone u’hebbe à lasciar la uita, se Archita Tarentino Filosofo della Setta Pitagorica non li porgeua, in tanto pericolo aiuto, questo scriue Plutarco. ilquale anchora che dica, che Arato fosse ottimo maestro del principato, & del reame, per lo che fù amato da tutta la Grecia; nondimeno i cortigiani del Re non si satiauano mai di dirne male, di uillaneggiarlo, et d’offernerlo con parole dishoneste, & uitupereuoli, procacciandogli contra ogni male. Racconta il medesimo, che Crobilo era huomo scelerato, & maldicente: però accusò Chabria potentissimo Capitano con tale querela, ch’era à pericolo di esser condannato à morte: ma Platone, il quale conosceua Crobile per uno Frappatore, & per un maldicente, & Chabria per buon capitano, andò per difenderlo: ma come il calunniatore lo uide, minacciandolo, disse, anchora tu hai à bere il ueleno di Socrate, ma prima quello delle mia lingua. Un bello abbaiatore fu Osco, & in tale eccellenza, che pareua solamente nato à quel fine; perche senza rispetto alcuno laceraua ogni persona per

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buona che fosse. però era da ognuno mostrato à dito, come huomo da fuggisi più d’ogni altro, come dice Seneca. Ma doue rimane il mordacissimo Zoilo? il quale lacerò seueramente gli scritti d’Homer illustre poeta. onde per prouerbio si dice. Zoili mordacitas. Oue Theone? ilquale con la sua rabbiosa maldicenza morse con morsi mortiferi molti cittadini. Oue Marco Manilio? ilquale calunniana, & moreua i Patritii, dicendo che haueuano l’oro de Galli, & lo teniuano nascosto. la quale cosa era in tutto falsa. Oue Giulio Cesare? ilquale hauendo letto un libro di Cicerone, che raccontaua le uirtù, & le prodezze di Catone, subito arse di maleuolenza, & di odio contra Catone, onde armando la pessima lingua di pungenti maldicenze, scrisse un libro in uilipendio, & in biasmo di Catone: questo scriue Appiano Alessandrino nelle Historie delle discordie ciuili. Narra Plutarco, che Platone haueua un fiscepolo oltre ad ogni credenza maldicente & calunniatore. Costui conosceua, che Platone amaua, di perfetto amore Senocrate, onde per fargli in uece di beneuolentia portare odio, disse à Platone, che Senocrate haueua detto gran male di lui, egli subito rispose, che non li credeua nulla. ma il maldicente affermando i delitti con uiso seuero giuraua per gli Dei, & per le Dee. onde Platone per liberarsi da questo importuno abbaiatore, disse, Poniamo, che sia uero ciò, che tu dici, io conosco Senocrate di tal grauità, & di tanta bontà, che s’egli non hauesse giudicato essere bene il dirlo, non l’haurebbe detto, & cosi si liberò da quella pestifera linga, & egli restando un bello Alocco si partì. Scriue Quintiliano, che Asinio Pollione fù di gran potenza, ma oltre à modo detrattore dell’altrui fama, à costui non pareua, di essere honorato, se non dishonoraua Cicerone: onde insieme con Caluo cominciò à noiarlo, & ad offenderlo, armando contra lui le loro pessime lingue, scrissero pistole imponendoli grauissime infamie, & colpe, biasimando il ragionar di lui: pero dice il Petrarca nel trionfo della Fama al capitolo terzo, ponendolo tra i nobili dicitori.

Poi Crasso, Antonio, Hortensio, Galba, e Caluo

Con Pollion, che’n tal superbia false.

Che contra quel d’Arpino armar le lingue

E i duo cercando fame indegne, e false.

Racconta il Tarcagnota, che nell’essercito dell’Illirio nella Pannonia si ritrouaua uno nomato Parcenio, ilquale

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era di libera, & pungente lingua, onde seminando nell’esercito la maluagia rabbia di quella, dù cagione della morte di molte persone, e dice di un certo nomato Osmaro, il quale non perdonaua ad alcuno, ma vniuersalmente tutti con molte maledicenze vituperaua; & se ritrouaua alcuno di vita irriprensibile diceua, anchor che costui si mostri buono nelle sue attioni, nondimeno io giurerei, ch’egli merita, che gli sia tagliato il capo, forsi più di quanti tiene in prigione il nostro Principe per questo effetto. Scriue Plutarco di Cicerone queste parole. Non si ragunaua mai Senato, né popolo, né giudici, né corte alcuna, che Cicerone non biasimasse con molte parole Catilina, & Lentulo, & continuamente senza differenza alcuna pungeua amici, & nimici gran caluniatore era Theocrito, & però essendo benuto à molti in odio, fù meritamente vcciso, perche se cercano questi tali di vccidere l’honore, & la buona fama altrui, ancho essi deuono gustar la morte del corpo, il quale è di minor conto dell’honore; come dice il Poeta Ferrarese con tai parole.

L’honore è di più pregio che la vita.

Ma che diremo noi di Pietro Aretino? la cui maluagia, & pestifera lingua quasi sdegnando, gli huomini priuati, solamente sopra i Prencipi sfogaua il suo veleno, onde spesse fiate era da loro, accioche tacesse, presentato, & per ciò l’Ariosto il chiama flagello de Principi, nel canto 46. cosi dicendo.

Ecco il flagello

De principi Pietro Aretino.

Né tralascieremo già Demostene, ouero ornamento della greca eloquenza, ilquale fù tanto mordace ne’ suoi detti, che la Repubblica Ateniese fù sforzata chiamarlo in Senato, & prometterli vna certa quantità d’oro ogni anno, per non essere vituperata da lui, c’è Sallustio Oratore, il qualo tanto godeua nel biasimare, & in vdir biasimare le attioni altrui, che scriueua contra coloro, che lodauano le operationi di alcuna honorata persona, si legge in alcuni libri Historici di vn certo maldicente chiamato Ismaele di natione Alamana, ilquale con libelli, & con pasquinate infamò mezza la nobiltà di Polonia. Narra Antonio Tibaldeo da Ferrara, huomi di riuerenda maestà, come scriue il Casteluetro contra il Caro, la origine, & la natura di Pasquino, dicendo; Che fù in Rosa vn valente Sartoio nella sua arte chiamato maestro Pasquino, il quale teneua Bottega in Parione, nella quale egli, & i suoi garzoni,

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che molti né haueua, facendo vestimenti alla maggior parte de cortigiani, parlauano liberamente, & sicuramente in biasimo del Papa, de Cardinali, & de gli altri Prelati della Chiesa, con parole villane, delle quali si come di persone basse, & materiali non era tenuto conto niuno, né à loro fata alcuna pena, né portata alcuna maleuolenza dalla gente. Anzi se aueniua, che alcuno per nobiltà, ò per dottrina, ò per altro riguardeuole, racontasse cosa non ben fatta d’alcun maggiorente per ischifare l’odio di colui, che si potesse chiamare offeso dalle parole sue, & potesse nuocerli, si faceua scudo della persona di maestro Pasquino, & de suoi garzoni, come male dicenti già conosciuti, nominandoli per autori di simili nouelle. onde in processo di tempo passò in vsanza commune, & quasi in prouerbio vulgare l’attribuire à maestro Pasquino ciò, che cadeua nell’animo à ciascuna maniera di persone di parlare in biasimo, & in vilipendio de capi Ecclesiastici, & che secolari della corte: ma poscia morto, mattonandosi ò lastricandosi la strada di parione, fù trouata una figura di marmo spezzata, & tronca, che figuraua vn gladiatore, la quale era mezzo sottera nella via publica, & col dorso seruiua à viandanti per trapasso, fù dunque dirizzata in piedi per mezzo la bottega di maestro Pasquino, &dal popolo li fù dato il nome di Pasquino, onde gli aueduti cortegiani, & i cauti Poeti di Roma, non si scostando dalla vsanza già inuecchiata di riprendere i difetti altrui, come diuulgaati da maestro Pasquino à quella statua li assegnano, onde gli huomini ponno sfogar le lor maledicenze sotto questa copert. MA doue resta Momo? il quale fù Idolo della riprensione, & del biasimo. costui era vecchio, magro, & pallido con la bocca aperta: perche sempre l’adoperaua in dir male, egli non operaua cosa alcuna: ma guardaua quello, che faceuano gli altri, & riprendeua liberamente, & biasmaua ciò, che non era secondo il suo gusto. Onde Esopo scrisse, che egli biasimò chi fece il bue, con dire che fù male auisato à farli le corna su il capo; perche doueua fargliele sopra le spalle, accioche potesse ferire con maggior forza. Racconta Luciano che Momo diceua, che chi fece l’huomo errò grandemente à non farli vna fine stretta nel petto, accioche se li potesse vedere il cuore. Venere era tanto bella, che non riprese in lei parte alcuna, solamente disse, che le pianelle faceuano troppo rumore, quando caminaua, come scriue Filostrato

[Page 284] [Loquacità che cosa sia] E LA loquucità una resoluta superfluità di parole, senza alcuna considerazione, come dice Speusippo. Loquacitas est rejointa loque di fine ratione intemperantia. & gli huomini molto si compiacciono in cotal uitio. però cicalano di ogni cosa, contra ogni cosa, & contra ognuno; benche non sappiano quasi mai ciò che si dicano, & uengono riputati questi tali essere in tutto priui di uergogna da Aristotile nel lib.I. delle grandi morali. Impudens est qui in omnes loquitur, & omnia, & cunque euenerint. Ma non solamente si scoprono senza uergogna: ma anchor senza dottrina, & sapienza alcuna; percioche, se il poco ragionare è proprio dell’huomo sauio, & prudente, il molto sarà dell’ignorante, & poco saputo; & credono bene spesso questi tali di leuarsi con molte parole i molti difetti, che hanno; ma non operano cosa alcuna, come dice Cicerone, ragionando contra alcuni Cianciatori. Non procaccitate lingue uitae sordes eluunt[in?]. però gli antichi uolendo ammaestrare questi tali, dipingeuano il silentio tutto pieno di occhi, & di orecchie, senza bocche, per mostrare che l’huomo douesse guardare, & udire assai, & ragionare poco. Percioche spesso il silentio è un coperchio della pazzia. Ma accioche non paresse ad alcuno, che io hauessi ragionato per odio, e non per uerità, addurò alcuni essempi, ne quali al mio solito sarò brieue. Archiloco fù tanto garrulo, che impossibile è à dirlo; perche quanti huomini per la strada incontraua tanti pigliaua per gli uestimenti, pregandoli che uolessero un poco ragionar seco: però un giorno per lo suo molto chiacchiarare fù sbandito da Lacedemoni. Et Calistene non à costui ceramente cederebbe, percioche n’hebbe anco pena maggiore: sempre da costui era pieno l’essercito di Alessandro di ciance; ma tanto perseuerò cicalando, che fù condannato à morte, Si legge ne discorsi di Scipione Ammirato fatti sopra Cornelio Tacito, che Filippo Re di Macedonia fù loquacissimo, & parabolano, assai più di quello, che à Re si conuenga. Onde dice. Erat dicatior natura, quam regem decet. Ne mai cessaua di beffare, et

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cianciare benche fosse talhora non molto à proposito. Ottone, & Vittelio furono due cicaloni, & cianciatori i più famosi del mondo & però uennero à rumore insieme, & si rimrpouerauano scambieuolmente le loro scleratezze, & le lor dishonestà, quasi rixantes strupra, & flagitia inuicem obiectauere. Ne di giorno, ne di notte taceuano, ma continuamente teneuano la lingua in moto. Si legge nella ‘ciuile conuersatione di Stefano Guazzo di un gentilhuomo molto loquace, il quale essendo in una compagnia di huomini letterati, che ragionauano di alcune opere da stampare, subito con molte parole, & grande arditezza si mise à dire, che un suo Zio fù un grande litterato, & che essendo morto gli haueua lasciato una opera da mandare in luce, la quale era delle belle cose del mondo. Dimandato di qual materia trattasse, rispose, io ui prometto, ch’ella tratta di quante eccellenti cose sono nel mondo. Ne ui potrei mai dire à bastanza il gusto, ch’io prendo nel leggerla: ma essendoli richiesto, se l’opera era scritta in prosa, od in uerso, il pouero chiacchiarone rispose, perdonatemi, ch’io non mi ricordo, & cosi scoprì la sua ignoranza, che se hauesse saputo tacere, forsi sarebbe stato riputato letterato, & se non di lettere fornito almen sauio: onde si può ben dire quello, che dice un poeta latino. Loqui ignorabit, qui tacere nesciet. Ne meno linguacciuto fù quell’altro, ilquale udendo ragionare molti nobili Poeti delle Idee, subito rompendo il ragionamento à tutti, cominciò à dire, che le Dee erano tre, Pallade, Venere, & Giunone. Onde hebbe dietro ‘una zuffalata di si fatta maniera, che rimase stupefatto, hauendo perduta la parola. Però huomini cari, imparate di seruare silentio, il quale, non discopre mai i difetti altrui; et è cosa propria dell’hiomo sapiente; come è dello insipiente la continua garrulità: onde essendo domandato un Filosofo, che taceua, perche taceua, se lo faceua per ignoranza. Egli rispose, che il costume dell’ignorante è di non sapere tacere. Ciarlatore più d’ogni altro fù Imerio Cantacusino. Costui era ricchissimo, & perche non trouaua huomini che lo uolessero ascoltare, essendo anchor egli cicaloni; & però spinto da necessità non hauendo ascoltanti, pagaua uno huomo, dandogli un danaio al giorno, accioche lo uenisse ad ascoltare. Egli che di natura malinconica era, l’udiua uolentieri, et taceua, ò poche parole diceua, & guadagnaua i denari.

Doue rimane Batho? ilquale non potendo tacere riuelò il furto di Appollo? Onde rimase

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conuerso in pietra. Oue Tantalo? che per essere troppo linguacciuto fù condannato nello’nferno à perpetua sete, del quale Ouidio dice.

Qauerit aquas in aquis & poma fugantia captat

Tantalus; hoc illi garrula lingua dedit.

Senza dubbio vn gran parlatore era Anselmo da Preneste. costui con una infinita quantità di parole indusse un semplice, & mal accorto giouinetto à fidarsi di lui; egli fidandosi fu dal buon parabolano dato nelle mani de suoi nimici; onde si può dire. Fidei parci sont homines, prodigi uerborum. [Error del Passi] Io uorrei che Gioseppe passi sapesse, che Dante, pone nello’nferno la schiera de cianciatori, & non delle Donne cianciatrici; & però non ista bene à uolere raccontare un discorso delle Donne parlatrici, ma porui la schiera de gli huomini cianciatori in uece loro.

 

Degli huomini smemorati.

Cap. XXVIII.

NON so, se coloro che di memoria sono priui, ouero in gran parte mancheuoli, huomini si debbano chaimare, essendo questi tali priuati di una nobilissima potenza dell’anima, senza laquale è imposibile, che lo’ntelleto humano appprenda alcuna scienza, ouero arte ueruna; però non sanno ragionare di cose auenute, come fanno gli huomini saui, ne reiscano se non perisci occhi nelle honorate compagnie. Veniamo à gli essempii. Ea mentione Marco Tullio Cicerone della poca memoria di Curione, il quali in giudicio si scordò affatto affatto la causa principiata; onde diede molto da ridere alle brigate. Scriue Suetonio, che Claudio Imperatore era di cosi poca memoria, che faceua marauigliare le genti; per che dopo la morte di sua moglie Messalina, essendo à mensa per mangiare, comandaua una, due, & tre uolte, perche Messalina non ueniua a mangaire con esso seco. Et dice il medesimo autore, et molti altri, che il medesimo gli auenne di alcuni, che haueua fatti ammazzare; percioche il giorno dopo li mandaua à chiamare che uenissero a giuocar seco, o che si riducessero à consiglio, & a mangiare; tutti segnali di un huomo in tutti mancante di memoria;

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Essendo uedouo di Messalina giurò di non prendere più moglie, & se la prendeua, si contentaua d’essere ucciso: nondimeno la promessa li uscì di mente, & ne pigliò un’altra. Ma Caluiso Sabino oue resta? il quale era si smemorato che hora si scordaua il nome d’Ulisse, hora d’Achille, hora di alcuni altri, de quali hauea perfetta contezza come dice Seneza: & essendosi abbatuto di notte in alcuni soldati, liquali erono suoi amici in tempo alhora che per l’ombre, che spargeua la notte, non lo conosceuano, ma pigliando li domandorno, chi egli era il misero rispondendo diceua, sono io; essi diceuano, che nome hai? & egli, ò infelice me, mi son scordato il mio nome: onde henne di buone bastonate. Ma udite per uostra dè la profonda memoria, che hanoo i Traci, iquali non passare il numero quatternario, et arriuare al cinque senza errare. Si legge ne’discorsi di scipione Ammirato di Herode, ilquale hauendo fatto uccidere Marianne, dolente, & afflitto continuamente si ritrouaua; onde per consolarsi, ordinò, che si facessero conuiti, & feste: ma quando in mezzo alle allegrezze si accorgeua essere senza l’amata consorte di maggior tormento, & di maggior pianto gli erano cagione: & essendo di natura un poco smemorato, in tutto, e per tutto iscordeuole diuenne: & talhora essendo per mangiare diceua a’serui, che andassero à chiamar Marianne, & la pregassero, che uenisse à mangiare seco, la qual non uenendo la mattina, tornaua à commandare à serui, che la pregassero,m & che ogni opera facessero, che la sera almeno non ricusasse di uenire a ritrouarlo: onde Gioseffo, che sriue dell’Antichità, dice o lunghe dimore, & rincresceuoli indugi, che i tuoi saranno ò misero Herode. Fù etiandio priuato di memoria Artisarco, ilquale in uinticinque anni non potè imparare le prime lettee, & si dimenticaua spesso il nome della Madre, & de fratelli.

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De gli huomini di poco ingegno, & pazzarelli.

Cap XXIX.

 

GLI huomini che hano poco sale in zucca non cedono in alcun modo coloro à gli smemorati: anzi li trapassano; perioche quelli, che hanno poca memoria, possono alcuna uolta ragione dirittamente intorno alle cose presenti: ma colui che è scemo d’intelletto, sempre cometterà mille errori, essendo egli del uiuo lumo della ragione priuato. Sono senza dubbio infiniti gli huomini di tal sorte, & per essemplificar questo mio dire addurrò alcuni essempi. Lucio Vero fratello di Marco Aurelio Imperatore era tanto impazzituo per un cauallo, che nulla più; il suo nome era Uccello, cosi lo chiamaua egli; di sua mano lo nodriua di orzo mondato, & lauato benissimo: uenne questo destriere con grandissimo dolore, & pianto del suo padrone à morte: tosto che morto dù drizzò un bellissimo sepolcro in Vaticano, & fece fare per mano d’illustre artefice una statua d’oro, che haueua la somiglianza del cauallo, che habbiamo detto, la qual’egli portaua al collo in memoria sua: che ui pare? credete uoi, che fosse un pazzo da bastone? Ne senza riso mi ricordo di Corebo figliuolo di Migdone, il quale di cosi fatto ingengo era, che uoleua nouerare l’onde del mare, & non ne potè nouerare più che cinque, come scriue Luciano, & Eustatio. Certo io non credo, che cedesse ad alcuno nell’essere pazzo, Commodo Imperator. Racconta Herodiano, che egli hauendo fatto fare una fesata entrò nudo co gladiatori nell’amphiteatro: era il popolo Romano oltre à modo dolente, ueggiendo il loro Imperatore combattere con barbari, & uituperare con tal sciocchezza l’imperio. I gladiatori conoscendolo per Imperatore facilmente li cedeuano, onde rimase uincitore: però li uenne in testa una nuoua pazzia, cioè di non uolere piu habitare nel palazzo imperaile; ma nella scuola de gli schermitori, & si faceua chiamare con nome di un gladiatore, che poco innanzi era morto: fece poi leuar la testa ad una statua grandissima chiamata il Colosso, tenuta in somma ueneratione; perche rappresentaua l’imagine del sole; & ne pose un’altra, che era simile alla sua, et nella base di quella non ui scrisse i titoli paterni

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& Imperiali: ma solamente. Vittorioso di mille gladiatori. poi si faceua chiamare Ercole; onde hauendosi messo intorno una pelle di Leone, prese una mazza in mano, & andaua notte, & giorno dando fiere mazzate, & spesso uccideua, alcuna uolta si lasciaua uedere tutto uestito alal usanza di una Amazone. Intanto si auicinò il giorno, principio di anno, nel quali i Romani faceuano bellissime feste. si uedeuano in tal giorno i magistrati uestiti di porpora, & l’Imperatore con gli habiti imperiali: disegnò Commodo la notte innanzi di tal giorno uolere dormire nella scuola de gladiatori, et in uece della ueste reale ricamata di purpurei fregi, portar l’armi: ma prima si uolle consiliare con Martia, Donna di molto ignegno, laquale era tenuta da lui, come per legittima moglie, la quale come intese cosi pazza, & dishonesta uoglia, cominciò piangendo à pregarlo, che non auilisse con queste uane uoglie l’imperio Romano, ne ponesse la sua uita in mano de gladiatori, huomini ribaldissimi, egli ostinato nelle sue uoglie non si piegò punto. Ma impose à Leto, che apparecchiasse un letto nella scuola de gladiatori, perche uoleua dormire in quel luogo. Accioche il popolo Romano lo uedesse uscire di là, per andare à fare il sacrifitio delle Calende. Leto, & molti altri lo pregarono, ch’egli non facesse cosa indegna di un tanto Imperatore, quanto egli era. Commodo pieno di sdegno per queste parole, si ritirò in una camera, & prese un libro di Tiglia, & scrisse coloro,c he uoleua fare ammazzare per questa cosa la notte. Fra li quali ui era Martia, & Leto: ma essendo peruenuto il libro in mano di Martia, & di leto, fecero in modo tale, che in uece di essere uccisi, uccisero lo scelerato, & siocco Imperatore, cosa già molto tempo da lui meritata. Zenophante era tanto leggiero, che quanto alcuno diceua cosa, che hauesse mosso un poco il riso, egli non si permaua per due, ò tre hore, & non si ricordaua, che Risus abundat in ore stultorum il Sabellico lo nomina fra stolti. Claudio Imperatore; percioche hauendo un figliuolo nomato Britanico legittimo, addottò il figliastro. Ma doue rimandono i popoli Psilli, de quali scriue Herodoto dicendo. Sono tanto stolti, che quando spira il uento austro pigliano l’armi contra lui, come se contra huomini andassero, et non contra cosa incorporea. il medesimo afferma Gelio lib.16. (ap.11. Era etaindio Militide sciocco, et leggiero à merauiglia, perche essendo già ruinata Troia uoleua portare aiuto à Priamo. Costui è celebrato da

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Homero. Scriue Plutarco, che un figliuolo di Dione, il quale era già in età matura da ira Fanciullesca mosso, si gettò col capo in giù da una torre. Ne fia che lasci sotto silentio Bassiano Caracalla, azi uoglio che habbia lauogo fra questi pazzarelli, essendo pazzo affatto. Haueua costui uoglia di imitare Alessandro: però in Roma fece alzare una statua con due teste, una simile ad Alessandro, & l’altra simile à se medesimo, & hauendo inteso, che il Macedonico portaua la testa piegata alla spalla, anchor egli à quel medesimo modo teneua la sua: onde si reputaua Alessandro. Et à suoi Capitani poneua i nomi, che haueuano già quelli di Alessandro. questa buffoneria de nomi fece in Grecia, poi passò nell’Asia, & uolle uedere oue fù Troia, come uide la tomba d’Achille, li uenne in capo un nuouo humore, & uoleua essere tenuto un nuouo Achille: però i Romani, che lo seguitauano haueuano un grandissimo passatempo. Questo si legge in molti Historici illustri. Scriue Giouanni Tarcagnota nel duodecimo libro delle storie del mondo queste parole di Alfonso di Castiglia. Egli fù fi cosi scempia, & grossa natura, che uolendo andare contra Mori à guerreggiare, essendo à cauallo, & hauendo preso con la mano sinistra lo scudo, & nell’altra la lancia, quando si uide porgere la briglia: accioche con la mano, che teneua lo scudo reggesse il cauallo, uoltato à i suoi disse, datemi la briglia in bocca; perche come potete uedere ho già le mani occupate, & spesso ne diceua altre simili, & ancho di più belle: onde molti, che non poteuano contenere le risa, furono da lui uccisi. Fù etiandio un bel pazzarello colui, che consumò cinque, ò sei anni per ritrouare di che età morisse Ecuba, se di notte, ò di giorno. Ne meno di costui era quell’altro, che consumò uenti anni per sapere quando Enea giunse in Italia, se pose prima in terra il piè destro, ò il sinistro, ne si sarebbe acchetato questo studioso, se non gli fosse stato detto, che Enea saltò, co piedi giunti in su’l lito. Leggiero, et siocco fù Tiberio Imperatore: ma pazzo, & crudele per lieui cagioni. Fece uccidere uno; perche haueua lodato Bruto, & Cassio, & diceua, che furono gli ultimi Romani. Un altro fece uccidere, perche in una sua tragedia biasimaua Agamenone e, ammazzonne un altro, perche li hayeya tolto un per nel giardino. Ne uoglio, che lasciamo fuori di tal compagnia Andreasso Re di Napoli, ilquale fù il più bello scempiotto, & scioccone, che si trouasse all’età sua, dice il Tarcagnota.

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Ragionando di lui. Faceua Andreasso merauigliare le genti della sua stoltitia, & pazzia. Io non credo che Xerse, per quello che narra il sudetto autore fosse più sauio di questi pazzarelli, che nominato habbiamo; percioche scrisse una lettera al monte Ato di questo tenore. Infelice Ato, che tanto al Cielo t’inalzi, non mi fare malegeuoli, & duri i tuoi sassi per quello, ch’io di fare intendo. che altrimente giuro pper Li miei Dei di farti tutto à pezzi, & gittarti in mare stando superbo, & ostinato ne temebdo le minaccie di Xerse non li prestò la uia: onde egli uinto da sdegno lo fece intorno tagliare, & ridurlo in Isola, in questo modo lo castigò; perche non l’haueua ubbedito. Grande senza dubbio fù la pazzia de Romani nel celebrare con tanta pompa l’effige di un coruo, facendo portar la bara, sopra laquale egli erano due Etiopi, andando innanzi il trombetta con mille uarietà di corni, & fù sepellito nella uia Appia à man destra dua miglia duori di Roma in campo Redicolo: ma io credo certamente, che il uocabulo sia corrotto, & uoglia dire Ridiculo, essendo questo cosa pazza, & ridiculosa. questo narra Scipione Ammirato ne suoi ragionamenti sopra Cornelio Tacito. Dice il medesimo nel lib.1. al quinto ragionamento, che con molta ragione Antioco Re di Soria fù cognominato pazzo, il quale preso da folle desiderio di superare la gloria di Paulo Emilio, che combatteondo acquistato si haueua, si pose ad ordinarie il trionfo, ragunando genti di Misia, di Cilicia , di Galatia, & di molte altre parti * & uoleua fare di tante Donen, di tanti Caualieri, di tanto oro, & ornamenti, quanto egli lo fece. Et non sapeua il pouero pazzarello, che la guerra precede il trionfo: ma upleua fodere l’honore del trionfo senza guerra, & uittoria. Scriue Suide, che Menippo Cimico haueua tanto poco sale in zucca, che faua stupore alle genti. Fra le altre pazzie & leggierezze pare à me, che questa sia belal molto. Egli uoleua far credere al mondo, che era ufficiale nello ‘nferno, & che gli Dei l’haueuano mandato di là già nel mondo, per uedere il male che gli huomini faceuano, & poi riferirgliele. Vsaua l’haubito delle furie, & lo descriue in questo mondo. portaua una ueste negra, lunga fino à terra, cinta intorno bene stretto, con una grossa fascia, con un capello in capo, nel quale erano disegnate le dodici figure del zodiaco con scarpe, come gli Histrioni, & recitatori di tragedie, & con un bastone di Frassino in mano. & Plutarco uolendo mostrare, che molti

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sono gli huomini che hanno poco sale nelle lor minestre, dice. alcuni huomini morendo i lor cani, & caualli si sono uituperosamente dati al pianto, & a’ lamenti, altri quando hanno perduto i figliuoli ualorosi & d abene allegramente hanno sopportato la perdita loro, alcuni altri benche habbiano figliouli ligittimi non posso stare senza i naturali & spesso ammalano, piangono, & muoiono per loro i buoni pazzarelli,

 

De gli Vcciditori delle Madri, de Padri de Fratelli, delle Sorelle, & de Nipoti. Cap. XXX.

 

[Parricidio quanto sia dannoso] CERTAMENTE io non so qual sarebbe quell’huomo cosi priuo di pieà, & di amore, ilquale hauendo hauto dal Padre, & dalla Madre (pietosi genitori) prima l’essere, & poi da loro con mille fatiche, con mille sudori, con mille uigilie, & con mille rompimenti di capo, stato nutrito, & ammaestrato, dia loro inuece de sparsi sudori, de gli hauuti trauagli, & de sofferti disagi la morte; & però (ò cosa horrenda) se ne ritruano non dico uno, ne due , ma centinaia, la qual cosa è fuggita dalle fiere, & dalla natura stessa abhorrita. come ancho è cosa empia, & scelerata il por le armate mani nel sangue del fratello, ò della Sorella, ò del nepote, le quali tutte uccisioni chiamarono gli antichi Latini con questo semplice nome di Parricido. ma non credo, che sarà fuori di proposito,s e ne raccnotaremo alcuno essempio. Scriue Frà Leandro Alberti Bolognese, nella discrittione d’Italia, che Can Signore, della Scala fece incarcerare Paolo Aboino suo Fratello, accusandolo di uno trattato ordito contra di lui: ma uenendo per una infirmità uicino a morte, & temendo che Paolo suo fratello non fosse tratto di prigione, fece condannarlo à morte, & così fù ucciso innocente per odio del mauagio fratello. Racconta Appiano Alessandrino, che Arnale Pretore, essendo de condannati da i Triamuiri, fuggì in una picciola, & uile casetta ne borghi di Roma con una scure in mano, ne si fidò lasciarsi vedere ad alcuno, eccetto che al figliuolo proprio, il quale fù tanto maluagio, & crudele, che menò seco i sargenti, & lo diede loro nelle mani, & fu presente (o cosa inaudita) à uedergli tagliare il capo. onde poi da i Triumuiri fù creato

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Edile ma poco dopo essendo di notte tempo ritrouato da’birri, liquali haueuano ucciso suo Padre, fù da loro per seuerthie pazzie procedenti dal molto uino che beuuto haueua, ucciso. Non lascierem di raccontare anchora alcuna cosa. dello spietato, & crudo Nerone. ilquale per uccidere Agrippina sua madre, fece fare una barca, laquale ageuolmente si apriua di sotto: perche si sommergesse. onde inuitò Agrippina, accioche andasse ad una solennità, che egli celebraua in Baia, & ella essendo andata, e uolendo poi la sera ritornare in Bauli, oue haueua il suo albero, il buon figliuolo la fece sopra il fallace legno montare, non si era molto il legno scostato da terra, quando fù daalla poppa con uccisione di molti disciolto. Agrippina fù saluata; perche nuotando si ridusse a riua, solamente haueua hauuto una percossa in una spalla, & mondando sopra un legnetto, se ne andò ad una sua uilla, & fingendo di non accorgersi dello’nganno del figliuolo gli mandò a à dire prestamente, che il pericolo era stato grande: ma però con l’aiuto de gli Dei non haueua male alcuno. Udito questo l’empio Imperatore, & scelerato fingendo, che sua madre l’hauesse mandato ad uccidere lasciossi cadere destramente un coltello, & disse che era caduto al messo, che aueua mandato Agrippina, & cosi à torno lo fece con molta crudeltà uccidere, & poi mandò Aniceto con molti compagni à ritrouare la madre, & fece ucciderla. come ella uide uenirli, certa di essere morta, disse loro, che douessero ferirla nel uentre; perche quella parte del corpo meritaua più d’goni altra il castigo, hauendo generato cosi fiero, & spietato mostro. mentre diceua queste parole fù con molte ferite uccisa. Tosto, che estinta fù. Nerone la andò a uedere, & riguardando ogni sua parte del corpo, alcuna ne lodò, alcuna ne biasmò, & cosi con occhi non di figliuolo, ma di crudel carnefice miraua, e uituperaua la Madre uccisa salla sua impietà. & poi scrisse al Senato, & oltre ad ogni credere la biasimò, dicendo che era stata crudele, & ingiusta. onde non solamente le uolle torre la uita; ma anchora la buona fama. ò figliuolo più d’ogni altro crudele, poi che senza niuna pietà tanto potesti, & osasti contra colei, che ti hauea generato. Maa doue rimane Bassiano Imperatore? ilquale uenne di Bretagna à Roma con disegno di non uolere compagno nell’amministratione, & hauendo un fratello nomato Geta determinò, come scriue Sparziano

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di ucciderlo; onde mandò alcuni huomini iniqui, iquali lo uccisero nel grembo di Giulia sua madre, & alcuni altri scriuono, che il proprio Bassiano l’ammazzasse nel seno di lei, la quale era matrigna di esso Bassiano, & ancho fece uccidere tutti i partigiani di Geta con le mogli, & co figliuoli. Etiandio Patricida fù Pietro Re di Castiglia, il quale senza’alcuna pietà fece leuar del mondo due suoi fratelli innocenti, & poi perseguitò un fratello bastardo, & lo spogliò d’alcune terre, che gli haueua lasciate suo Padre. Ma doue rimane Artaserse? ilquale si gloriaua di hauere ucciso il fratello, & perche alcuni altri si attribuiuano questo, furono con molte pene tolti di uita. Scriue Plutarco, che Timoleone uccise il fratello. Dice lo stesso autore, che Dario entrò di notte tempo nella camera di Artaserse suo Padre. per uccidelo con Tirabazo, il quale haueua le armi nude, egli che haiea antiueduto questo tradimento, teneua una porta aperta che haueua dietro al letto, laquale staua sempre coperta d’razzi, come egli uide il maluagio figliuolo armato nella, camera, saltò di letto, et fuggi perla porta in un altro luogo. soci si saluò: ma Dario fù subito preso, et messo in prigione, et poco dopo ucciso. Ne uoglio, che Cesare Borgia uenga da costoro separato perche dice di lui il Giouio. Ma parendo à Cesare la dignità del capello molto inferiore all’animo suo, fece una notte Scannare un suo fratello, col quale haueua allegramente cenato, et lo fece gittare nel Teuere alla guglia. questo suo fratello era Duca di Candia. restata Candia priua del Principe, Cesare rifiutò il Capello, & si fece Duca di quella. Scriue Appiano Alessandrino, che Lepido essendo de Triumuiri il primo,c he condfannò à morte, fù il fratello proprio. si legge nelle storie de gli Imperatori di Costantinopoli descritte dall’Acominato, che due figliuoli di Neemone principe di Traballo per cagione delal ambitione, & della pazzia loro uennero à rumore insieme, & il maggiore di età, nomato Vasco Scacciò dal principato, & dalla patria, & dal mondo Stefano fratello minore. la fama di questo patricidio passò alle nationi forestiere, & pose l’armi in mano à fratelli contra fratelli, & à parenti contra parenti, & cosi si scacciauano l’un l’altro dal mondo. onde ragionando di costoro, possiamo dire con Lucano:

Cani mus populum potentem

In sua uictrici conuuersum uiscera dextra.

Et tutto per signoreggiare, & per tiranneggiare. Racc-

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-conta Sparziano, & alcuni altri scrittori, che essendo Seuero Imperatore uecchio, & molestato dalle gotedesideraua morire: ma questo era molto piu desiderato dal figliuolo Antonino Caracalla, il quale si haueua lasciato intendere, che se la infermità non l’uccideua, egli col ueleno li uoleua torre la uita, laqual cosa, sapendo Seuero, morì più di affanno di questa cosa, che per l’infirmità; onde il figliuolo iniquo ne fù molto allegro. Dice fra Leandro Alberti, che Bartolameo della Scala fece uccidere Antonio suo fratello per rimanere solo nella signoria. Si legge nelle guerre fatte in Grecia descritte da Xenofonte; alle quali continua la Historia di Tucidide, che essendo creati Taghi ouer principi Poliforo, e Poliphrone fratelli, & essendo quelli andati in Larissa. Polidoro dormendo di notte fù occiso da Poliphrone suo fratello à torto. Fa mentione Tito Liuio de due fratelli Spagnuoli Corba, et Orsua, i quali oer una città chiamata Ibe fieramente contendeuano insieme. uolendo Scipione porli d’accordo si affaticaua molto; ma in unao; perche feroci, e desiderosi di reggere risposero, che ne gli huomini, ne i Dei li poteuano pacificare, et che bisognaua che Marte fosse giudice delle lor differenze, ne potè alcuno da si cruda rabbia distorli: onde furono una horribile tragedia à riguardanti, et il minore fù ucciso. Scriue il Uolaterano, che Egiberto Re d’Anglia uccise con molta crudeltà i figliuoli di suo fratello ancora teneri bambini. Narra Seneca, che Antreo ammazzò i figliuoli di suo fratello fanciullini, & allo stesso gli diede accomodati in uarie uiuande. Tito Liuio racconta gli odii, i rancori, le parole ingiuriose, & le molte proue di uccidersi,c he fecero i due fratell Perseo, & Demetrio, figliuoli di Filippo. Et Paulo Orosio dice queste parole di Filippo. Inde post cedes, & incendia, depredationesque in socias urbes gestas paricidia in frates conuerit, quos patri ex nouerca genitos, cum coheredes regno uereretur: interficere aggressus est. Romulo, come ognuno sa, uccise il fratello Remo. Doue rimane Cambise? ilquale solamente; perche li parue in sogno, che il fratello sedesse nel suolio regio di Persia, li fece torre la uita, & perche una sua sorella l’hauea di tanta impietà ripreso, le diede tante percosse, che l’uccise. Sriuono i Greci, che hauendo Cambise fatto mettere, come in un steccato un Coganlino, & un Leoncino, & il Leoncino uincendoui corse uno altro Cagnolino in soccorso del fratello, & ambidue uinsero l’auersario Leone: onde lagrimando

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Meroe sorella di Cambise il marito, le domandò; perche opiangesse, rispose, io mi ricordo di Smerde mio fratello, ilquale non ha hauuto, ne chi soccorso, ne chi uendicato l’habbia: maquesto Cagnoletto perdendo hebbe questo altro Cagnolinom, che uolentieri li ha dato aiuto: questo intendendo lo Scelerato Cambise, subito la fee crudelmente morire. Dice Giustino, che il regno di Soria andò in ruina per gli odii fraterni. Crudelissimo uerso la madre fù Antipatro, ilquale senza alcuna memoria de benefitii riceuuti uccise (o cosa iniqua) la cara, & amoreuole Madre, laquale li domandaua la uita, & scoprendo le mamelle gli ricordaua il latte dolcissimo, che da lei hauuto haueua: ma sordo come Aspe, & duro come uno scoglio sprezzò i materni preghi, & l’estinse; perhc eli pareua, ch’ella fauorisse Alessanro suo fratello. Questo racconta Trogo. Mitridate uccise la madre, & un fratello, come dice Celio. Giouanni Maria Duca di Melano chiuse la madre in una torre, & in quel luogo la fece morire, questo scriue Velate. Dice il medesimo autore, che Enrico figliuolo di Alfonso undecimo ammazzò il fratello, & che Perino fregoso Principe di Genoua uccise etiandio il fratello, il quale era molto honorato per la dottrina, & per li suoi honesti costumi. Similmente Ostio uccise il patre, come riferisse Plutarco. Federico Imperatore fù per inganno dal figliuolo estino senza alcuna pietà. Aristobolo Re di Giudea non uccise il fratello? il medesimo non fece Antioco figliuolo di Seluco per reganr solo? Ferdinando Re di Castigli non ammazzò Carsia suo fratello Re di Nauarra? dice Herodiano, che Learco diede il ueleno ad un suo fratello, il quale era infermo, onde rimase il misero strangolato. Ma doue resta Haldane? il quale per desiderio di signoreggiare priuò di uita due suoi fratello giouinetti, & con l’aiuto di questo paricidio si confirmò nel regno. Et Seluco per reggere solo lo stato ammazzò il fratello. Et Aristobolo Re fece il simile al suo fratello Antigono. Pico Ordelapho, come scriue il Uolaterano per regnar solo uccise suo fratello nomato Francesco, & mandò in lontano essilio i suoi figliuoli. parue poco à Tolomeo Philopateri hauere ammazzato il padre, se non riuolgeua il coltello anchora fumante del suo sangue nel fratello. Cosi Enrico Re di Anglia fece priuar de gli occhi suo fratello Roberto, & in prigione lo fece morire di fame, e di fetore. Cosi Iugurta uccise i suoi fratelli, & i figliuoli loro, come dice Salustio. Learco Re de

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Cirenei diede il ueleno al fratello infermo: onde restò strangolato. Et Tiphone per inuidia uccise il fratello. il simile fece Orode Re de Parthi contra Mitridate Ioram non lasciando alcuna maniera di tormenti, co quali diede fine alle uite de fratelli. Bela Re di Pannonia uccise il fratello Andrea. Commodo Imperatore, come scriue Herodiano, uccise Lucilla sua sorella. il medesimo fece Critolao. Et Isacio fù dal fratello Alessio de gli occhi, dell’imperio & della uita priuato. cosi Dardano il fratello. Massimiliano figliuolo di Diocletiano la sorella uccise. dice Sesto Aurelio, che Aureliano Imperatore uccise il figliuolo di sua sorella, & molti, anzi infiniti altri fecero il simile, come Orste uccise la madre. Nino Semiramide, come uuol Celio, & Tropia Re fu dal figliuolo ucciso.

 

De padri, che uccisero i propri figliuoli.

Cap. XXXL.

 

SE nel capo antecedente diede me rauiglia à lettori un figliuolo, il quale uinto da fiero sdegno, ò dalla cupidità del signoreggiare l’armata la scelerata destra, ò di mortifero ueleno, ò della micidiale spada uccise (ahi fatto indegno) il proprio genitore, ò la propria genetrice.quanto stupore porgerà adunque il padre. scacciato da se ogni amore, facci il medesimo contra il figliuolo? ilquale è sua fattura, & per consequenza pi l’ama, che non fa esso il padre come dice Aristotile nel libro 2. delle gran morali cap.14. con tai parole. Magis filium pater diligit, quam filius patrem ob hoc, quod eius factio fit filius, id quod in aliis cernimus: omnes siquidem erga, quod ipsi effecerunt, sunt quodammodo beneuoli. Aggiunti à questo, ch’egli spera essere nella sua uecchiezza custodito, & nutrito dal figliuolo, come egli dice nel lib.I.del gouerno Economico in modo tale. Filios procreant non solum ut id naturae tributum ferand, uerumetiam ut commoda exinde suscipiant ualente enim ipsi imbecilles suos labore tuentur & alunt. mox imbecilles ob senium faci à ualentibus eadem reportant. oltre à ciò uede il padre l’eternità della sua famiglia risplendere, & conseruarsi, nel figliuolo, ilquale è sua propria imagine. et con tutto che conosca tanti beni ne figliuoli, nondimeno che ne sono stati, che gli hanno uccisi. certo cosa mostruosa

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io non mi ricordo hauer letto, che alcuno altro animale uccida i propri figli, anzi ogn’uno li ama et nutrisse insino all’età, che ponno da se stessi procacciarsi il uitto, insino la cornacchia non solamente con amore nutre, & scalda sotto l’ali i pulcini; ma anchora à lei paiono bellissimi; anchor che brutti, & per amare i figliuoli, le interuene una disauentura di simil sorte. Vedendo l’aquila reina de gli uccelli andare superba à caccia de uolatili, dubitando che non predasse il suo nido, le andò dolcemente incontra, & la pregò, che non offendesse i suoi polcini, rispose l’aquila fammeli conoscere;accioche in non gli uccida. non li conosci tu? ripose la conacchia, sono i piu belli, e ben formati di tutti gli altri, partissi l’aquila, & i primi ne quai diede del becco furono i conacchini. Ritoranndo la cornacchia à uedere il nido, trouò morti i figli. Onde empiendo di querele le circostanti selue si lamentaua dell’aquila, che le hauesse mancato della promessa fatta. & essa le rispose, & disse. Io non ti ho mancato; perche ho lasciato i puù belli, & ho mangiato & uccisi i più brutti: onde la colpa fù tua. Allhora disse, la poca fortunata, cornacchia.à gli occhi miei, che à lor fui madre, pareuano i più uezzosi, & i più uaghi, che si potessero uedere, ne credeua, che le colombe col candore potessero uincere di bellezza il nero de miei figli. Io credo, che fosse cosi amoreuole, uerso loro; perche era femina, la cui dolce natura è di tali eccessi iquali uogliamo mostrare, che gli huomini spesse uolte han fatto, non si puo riprendere. & Martin Tuornouio mostrando, che nessuno animale irrationale uccide i figliuoli dice nel libro de Imolatione Isaci.

Belua nulla

In propriam sunt sobolem GangeticaTigris,

Vberibus pascit prolem immitisque leena.

Ma adduciamo alcuno essempio; accioche si possa uedere, che gli huomini sono d’ogni impietà albergo. il primo sara Filippo, ilquale haueua un figliuolo solo nomato Demetrio giouine molto urtuoso, & sauio, & molto amato, & honorato da Romani: onde Filippo suo padre ardendo d’inuidia gli diede (ah crudel genitore) la morte. questo scriue Plutarco nella uita di Arato, narra lo stesso autore di Bruto, il quale staua presente alle morti, à i tormenti de’ propri figliuoli, senza gittar lagrima, ò sospiro, anzi Orosio dice, ch’egli con le sue mani gli uccise, con queste parole

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Virgis cecidit, securisque percussit filios. Et Artaserse, hauendo conosciuto, che suo figliuolo l’haueua uoluto ammazzare, egli tirando fuor l’armi, & dandogli molte ferite l’uccise. Narra Batista Ful. che Tigrane fù crudelissimo, & un giorno caualcando, et hauendo seco un suo figliuolo li auenne, che cadde da cauallo, & perche subito il figliuolo non l’aiutò, lo fece crudelmente uccidere. Ma doue lasciamo Vsumiassano? ilquale menò in ceppi un suo figliuolo fino alla morte. Doue Federico Imperatore? che fece morire in prigione con gran miseria un suo figliuolo solamente, perche gli pareua, che fosse inclinato alla parte di Gregorio Pontefice, & il Re de Bisalcidi nella Tracia fece priuar del lume de gli occhi un suo figliuolo. Scriue Plutarco, che Dario Re de Persi priuò di uita Ariobarzane suo figliuolo, senza alcuna pietà. Dice il medesimo autore, che Crasso signifer uccise Crasso bruto suo figliuolo. Stesibroto fù morto dal padre. Doue resta il crudele agesilao? Che fece finire i suoi giorni al figliuolo nel tempio di Pallade, non dandoli alcuna cosa da mangiare, ò da bere. Doue Leuo ateniese? alquale essendo detto dall’oracolo, che sacrificasse tre sue figliuole per salute d’atene, & egli crudo di natura più tosto uolle vbbidire all’oracolo, che perdonare alle sue uiscere, & cosi uccise tre sue figliuole. Doue Ptolomeo? ilquale essendo scacciato per le molte sue crudeltà dal regno, uccise un suo figliuolo, & taglaindoli le mani, i piedi, & il capo li mando à donare alla madre dell’ucciso figlio. Pensate uoi quali furono i pianti, quali i lamenti, che fece la misera madre ueggendo con quanta crudeltà lo scelerato padre haueua ucciso il figliuolo. Questo scriue Liuio. nel lib 16. ne uo, che resti fuori di questa iniqua compagnia Tantalo Re di Phrigia, che diede composto in diuersi modi il proprio figliuolo cotto à mangiare à gli Dei, che alloggiaua nel suo albergo, & cosi dice Seneca in Thieste, exceptus gladio paruulus impio, Du, curit putrium natus ad oasculum Immatura focis uictima concidit: Diuisusque; tua est Tatale dextera, Acensas ut strueret hospitibus Diis. Costantino magno non uccise il figliuolo Crapo per cagioni incerte, come dice Sesto Aurelio? Cambise il figliuolo di Ciro Re de Persi non uccise il proprio figliuolo con una saetta? come scriue il Sabellico. PErimella fanciulla non fu uccisa similmente dal padre? Eracteo non sacrificò la figliuola à gli Dei? Mitridate, come uuol Celio, non tolse dal mondo tre figliuoli, & tre figliuole?

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Ne lasciaremo il crudele Hippomene Principe de gli Ateniesi, ilquale sapendo, che la figliuola era stata uiolata, la chiuse in un luogo con un cauallo ferocissimo né a lei, ne al destriere faceua dare da mangiare: onde il fiero animale, uinto dalla necessità, diuorò la misera giouinetta, come desideraua l’iniquo padre: onde si diceua per prouerbio. Magis impius Hippomene. Orchamo non sepellì la figlia uiua? come dice Ouido nel lib.9. delle Metamorfosi ragionando di lui.

Ille ferox, immansuetusque; precantem,

Tendentemque manus ad lumina solis, & ille

Vim tulit inuitae, dicentem defodit alta

Crudus humo; tumulumque super grauis addit arenae

I quali uersi uolgarizzati dal Maretti, cosi suonano.

Quel dispietato, in cui par che s’accoglia

Alto furor, lei, mentre che porgea

Humil prieghi, e le man piena di doglia

Ver de lampi del sole alte stendea,

E mentre, mi sforzò contra mia uoglia,

Ne ma di cio diegli cagion, dicea,

Lei dico, l’empio in cupa fossa abbassa,

E graue arena poi sopra le ammassa.

Onde Febo adirato del tormento, che diede lo iniquo padre alla figliuola, lo dissipò co raggi, come dice il medesimo autore nello stesso libro.

Dissipat hunc radiis Hyperione natus.

Scriue Senofonte nelle guerre de Greci, lequali seguono l’Historia di Tucidide, che Alessandrino pose in prigione un suo figliuolo giouine da bene, & modesto: onde la madre del giouine tutta addolorata pregaua Alessandro, che lo liberasse, & egli trattolo di carcere lo ammazzò.

Aulo Postumio Tiburto percosse il Figliuolo con la secure, come scriue Ualerio, conferma Macrobio, che Herode Re di Giudea, diede la morte à tre figliuoli Alessandro, Aristobolo, & Antipatro. Embaro sacrificò la figliuola à Diana. Deiotaro hauendo molti figliuoli tutti da uno in fuori uccise, come vuol Celio. Lenogildo Re di Spagna ammazzò il figliuolo. Hermogildo. secondo il Volaterano, Arpiage mangiò il figliolo. Pensate che amore doueua portarli. io stupisco in ueder tanta crudeltà entra i proprii

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che Idomeneo Re di Creta fece uoto di sacrificare il primo, che ricontrasse nella uia, et à caso ritrouo la figliuola, & si come quelli, che era poco amoreuole uerso i figliuoli, senza lagriam, o sospiro adempì il uoto. Atamante Re de Thebani uccise il picciolo figliuolo Learco, come si legge nel lib.4. delle Metamorphosi s’Ouidio.

De sinus matris ridentem, & parua Learchum

Brachia tendentem rapit: & bis, & terque per auras

More rotat fundae: rigidoque infantia saxo

Discutit ora ferox.

Ptolomeo Aulete tolse la uita ad una sua figliuola nel suo più bel fiorire de gli anni, questo scriue Strabone nel dicisettesimo libro. Mario altresi sacrificò la figliuola di estrema bellezza adorna à gli Dei. Ma che debbo io più noiare le orecche de leggitori con altre impietà, & sceleratezze, bastino le raccontate, che ciascun, de gli essempi, che habbiamo posti, potrà conoscere quanto sieno gli huomini crudeli, & inhumani contra i figliuoli, contra i quali le fiere non usano crudeltà. Si che non fanno già le pietose madre, benche i poeti dicano, che Medea uccise i figlioli. agaue uccide se con le altre Baccanti Pentea, Progne il figliuolo Iti, Altea facesse il simile, queste sono tutte fauole. & tutto che se ne ritrouasse alcuna, che io nol nego, laquale hauesse data la morte al figliuolo, bisogna pensare, & considerare, che ne doueua hauere grandissoma ragione, & che non potesse far di meno; percioche le madri sono cosi amoreuoli uerso i figliuoli, come fù Agripina uerso Nerone, la quale intendendo, che se il figliuolo fosse Imperatore, ucciderebbe la madre, essa hauendo più caro l’honore, & la grandezza di lui, che la sua propria uita, rispose. l’uccida, ch’io me ne contento.

 

 

 

 

 

 

 

 

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De gli Hipocritu, & Santoni.

Cap. XXXII.

HIPOCRITA è colui, che sotto apparenza di una deuota bontà, & santa religione cela un cuore di rapacissimo lupo, che souente ti priua ò dell’honore, ò della roba. Et però à lui (si come quelli, che brama di parere, & non essere) è molto conueniente questo nome d’Hipocrita, che in lingua greca significa Histrione, di cui è proprio rapresentare la persona, che ueramente egli non è. Però Dante per mostrar, che costoro non hanno in loroo alcuna cosa di uero, eccetto la superfitie, & al di fuori, li chiamò gente dipinta nel suo inferno, dicendo

 

La giu trouammo una gente dipinta

Che giua intorno assai con lenti passi

Piangendo.

 

Gli huomini di tal fatta paiono essere tutti pieni di carità, & di deuotione, & mostrano non si muouere mai, se non per zelo di Dio, & utile del prossimo. Fanno questo per essere tenuti buoni, & bramano di parere buoni, per non essere tenuti Hipocriti; perche sanno bene quanot questi buoni huomini sieno odiati, & abhorriti dal mondo, hauendo sempre, come dice Plauto, in una mano il pane, & nell’altra la pietra, e quando non l’aspetti ti giunge nel capo. bella cosa è certo il uedere talhora uno di questi Hipocritoni inginocchiato nel mezzo di una chiesa, ò ritirato in un cantone di quella, per mostrare, che fugge la moltitudine delle genti col collo torto, masticando paternostri, ouero con uno ufficiolo in mano percuotersi il petto in guisa, che risuoni la chiesa, & stare con si finta deuotione, che pare, che il suo spirito sta salito nel grembo di Dio trahendo dal profondo del cuore sospiri cosi ardenti, che accendono l’aere d’intorno, col uolto pallifo, & smorto (mercé del zaffrano che egli usa) per mostrare che osseruaua il digiuno, & che si flagela con abiti poueri, & uili, col collaro quasi ascoso, & similmente le mani nelle maniche del Giubbone. & fa questa; accioche le genti

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l’honorano, quasi santo, ò li fidino nelle mani le sostanze loro, per furarle, poi uscito di chiesa se ne ua alle sue facende ordinarie con un brazzo di corona in mano, & infelice colui, che li dicesse, ò mostrasse cosa, che mouesse il riso, ò incittasse la gola, che subito mostrando di essere scandilizato, aprendo la bocca, in cui non suonano se non parole piene di simulata santità, dice Dio ti perdoni fratello. & cio dice con uoce languida, & mesta. mesta perauentura; perche non può godere tutti i piaceri & tranguggiare i buoni bocconi. & misero colui, che raccontasse le opere cattiue di alcuni, anchor che notissime; perche egli stringendosi nella spalle, mostrando di hauerne dolore, anchor che godea in udirle, si parte dicendo, che non istia à raccontar cotali cose. poi ritirato co suoi buoni compagnoni nella sua secreta stanza i più rabbiosi i più maldicenti che ritrouar si possiano sono tutti uoraci, gran mangiatori, uanagloriosi, iniqui, superbi, & dissoluti, & pensano come possano fare per ingannare le genti, & in somma hanno in loro tutti quei uitii, che il Diauolo in tutto il tempo di sua uita ha seminati fra tutti gli huomini del mondo: & però conoscendo la lor natura Cicerone disse. pessiima è quella generatione d’huomini, i quali benche uogliano ingannare, oprano di essere tenuti buoni. & etiandio furono biasmati, & uituperati dal trionfante Christo piu d’ogni altra spetie d’huomini. et Cesare Caporale conoscendo questo uitio essere fuggito da ogn’uno disse.

 

E de la hipocrisia fuggo l’errore,

Come soglion da i can fuggire le fere.

 

Io potrei dire molte altre cose; ma le uoglio lasciare à famosi predicatori, iquali come sonore trombe dell’Euangelo correggeranno dalla altezza de pulpiti con inusitata seuerita la falsità di costoro. & poniamo alcuno essempio; anchor che si sappi, che sono infiniti gli huomini, che uanno facendo i buoni, & i Santi i quali sono, come habbiamo di sopra detto, perfidi, & iniqui. Racconta Niceta Acominato. Che Theodoro Brana gouernatore Re de Traci haueua commesso con lettere à Tracensi, che andassero alla festiuità di San Giorgio, se no uoleuano essere tagliati à pezzi dagli Sciti: ma essendo uenute le lettere in mano di uno, che si chiamaua Racendite, il quale era uenuto à pigliar l’offerta, costui haueua

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rinunciato il mondo, & s’era fintamente spiccato dalle cose terrene, & uestitosi uolontariamente d’habito di religioso, temendo costui la perdita della offerta, se ubbidiua al Gouernatore, & considerando che la cosa li tornerebbe à danno, tenne le lettere di Brana nascoste, & diceua al popolo, andate allegramente à uisitar la chiesa di San Giorio, che io so per un certo spirito diuino, & buono, che parla in men, che uoi non patirete hoggi d’alcuno offesa nessuna. Andati i Thraci alla festa, subito uennere i Scithi, & rapiro il tutto, & ammazzarono molti, & molti huomini. mirate un poco per uostra fè, come questo santo huomo si portò bene, non uolendo mostrar le lettere de Brana auaritia grande, cosi fingendo deuotio ne pigliò i danari con danno, & col maccello di molti. Etiandio Sertorio fù un grande Hipocritone. & però nel suo essercitò fù un certo plebeo per nome detto Spano, ilquale cacciando uide una ceruetta tutta bella, & bianca, inuaghito di si fatto animale, le tenne dietro, & la prese, & ne fece un grato dono à Sertorio. ilquale hauendola riceuuta la cominciò à uezzeggiare, & in processo di tempo la fece tanto domestica, & amoreuole, cch’egli chiamandola lo intendeua et gli andaua dietro, senza paura alcuna tra lo strepito delle armi, & frale grida de soldati, & il suono delle trombe, uolendo poi dare ad intendere alle genti, che l’animale hauesse in se diuinità, à poco, à poco cominciò a duulgare, fra quegli huomini barbari, & tutti dati alla religione, che Diana gli haueua mandato à donare quella ceruetta: accioche gli predicesse molte cose secrete. onde ogni uolta che intendeua per ispie, che per altro conto hauea mandato, che i nimici fossero uicini, subito fingeua, che la Ceruetta à lui hauesse detto, per commissione della Dea in sogno, che l’essercito si douesse tenere armato. Et il tutto faceua per parere caro a’Dei per mostrar che hauessero di lui particolar cura. Et cosi ingannaua le genti. Plutarco nella uita di Sertorio. Similmente Scipione Africano dopo, che hebbe presa la toga uirile, per farsi tenere diuino, ogni giorno saliua in Campitolio, & entraua solo nel tempio, accioche gli huomini credessero di lui, come molto prima era creduto di Numa Pompilio, che dalla ninda Egoria intendeua molti secreti, anchor etli dando ad intendere al popolo Romano molte fauole, & inuentioni, per farsi tenere grato à gli Dei: accioche gli huomini l’honorassero. Fù di questo uitio quanto ogni altro macchiato. Licurgo; perche diceua, che col

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consiglio, & persuasione d’Apollo haueua dato leggi à gli Ateniesi. Ne Pisistrato si lasciò ad alcuno ponere il piede innanzi. Costui per recouereare la tirannide, la quale con simulatione haueua lasciata, mostrando di non curarsene più si ridusse nella Rocca di Minerua, & mostrando una Donna da gli Ateniesi non conosciuta, uestiua con habito à somiglianza delle Dea, ingannaua quelli il perfido Hipocrita. Questo dice Valerio Massimo. Racconta lo stesso autore, che quando Silla uoleua far guerra, alzaua una picciola figura d’Apollo, & abbracciandola nel cospetto de soldati, la pregaua, che facesse perfetta la promessa, che fatta li hauea. Et Minos Re di Creta per mostrare al popolo, che era deuoto, si ritiraua in un sacro spero, & iui staua tanto, che Gioue, come diceua egli, li hauesse date le leggi. Ne è bene che lasciamo lungi da costoro Ermidoro, ilquale fingendo diuotione, & mostrando essere lontano dalla vanità del mondo, & tutto fiso in Dio mentre gli huomini dalla sua patria stauano aspettando, che fosse portato al Cielo colle calze, & il giubbone, essendoli trouate alcune scritture contra le cose sante, & diuine fù annegato, come falso, & scelerato huomo, che egli era. Onde si può ben dire i uersi di quel buon Poeta ragionando di costoro.

 

L’Hipocritone sol di parer brama

Deuoto, e pio; benghe nel cor disprezzi

Qual sacro rito più s’honora, & ama.

 

 

 

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De gli seditiosi, et tumultuarii.

Cap. XXXIII

La seditione è un empito ò del popolo tutto ò di certi particolari contra ad alcuno spetlmente [sic?], che signoreggia per cagione ò di guadagno, ò di honore: che il fine sia tale lo dimostra Aristotile nel lib. 5. della Politica Cap. 2. dicendo Res autem pro quibus contenduu[s] sunt Lucrum, et honor, et quae his contraria, dedecus. enim et damuum vel ipsorum, vel amicorum fugientes seditiones in ciuitatibus agunt, et soggiunge nel terzo capito, o mostrando che l’auaritia, et la superbia di coloro, che gouernano è cagione di seditione dice. Superbia, et auaritia eorum, qui gubernant homines, prouocant contra se, et contra statum eius reipublicae. però gli huomini, i quali sono auari, et superbi, et desiderosi di honore benche ne sieno indegni, spesso spesso furono cagione; delle seditioni ne popoli, et al fine della ruina loro però non sara fuori di proposito se ne recheremo qui alcuno essempio, et i primi saranno de Romani; come de più potenti, et de più famosi. et diremo con Lucano, mostrando l’empietà loro, dice.

Bella per Emathios plus quàm ciuilia campos,

            Iusque datum sceleri canimus, populumque potentem

            In sua victrici conuersum viscera dextra,

            Cognatasque acies, et rupto foedere regni

            Certum totis concussi viribus orbis,

            In commune nefas: infestisque obuia signis

            Signa pares aquilas, et pila, minantia pilis.

Considerate per vostra fè quanta rabbia, et crudeltà era ne Romani: poiche quelle Aquile, le quali haueuano portato spauento à nimici, et a quei pili, ò aste, lequali furono nelle guerre contrarie, tinte nel sangue nimico, riuoltarono contra le medesime uiscere, cioè contra i propri fratelli, et parenti, et quelle feroci destre, che infinite volte superato haueuano le, barbare forze, riuolsero per fare sperienza delle lor forze, ne suoi medesimi petti. Onde la Re-

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publica Romana già formidabile à tutto il mondo, solamente per le seditioni perdè totalmente il caro nome della libertà, rimanendo sotto Ottauiano, il quale fece aperta professione di Tiranno; accetando il nome di Romano Imperatore, et lasciando successori nell’imperio. Ma veniamo à gli essempi. Tiberio Gracco, ilquale hauendo formata una legge, i ricchi non voleuano, che si confirmasse; ma i popolari voleuano, che la leggo hauesse suo luogo, alla fine, dopo molti preghi di Gracco fù confirmata: questa si chiama la legge Agraria fatta per diuidere le possessioni, onde i ricchi et potenti cominciorono palesamente à minacciare, et ad odiare Gracco. però egli accorgendosi del pericolo chiamò à se tutti i suoi amici, et pregaua ciascun, accioche gli prestasse fauore in tale contesa, essendo venuto il tempo che finiua il suo magistrato, et essendo nate molte contese fra Tribuni, era fuori di ogni buona speranza della sua vita. però ragunati dinotte tempo molti suoi amici prese il campidoglio, comandando à ciascuno, che bisognando usasser la forza ne gli armati, et lamentandosi de potenti, diede segno à suoi parteggiani: onde subito leuandosi gran rumore, si venne crudelmente all’armi, et gli amici di Gracco cacciarono del Senato i contrarii alla fine essendo spinti molti contra lui dopo molto spargimento di sangue, fù morto Gracco, della quale i suoi nimici hebbero inestimabile allegrezza. a costui seguitò Caio Gracco, ilquale volendo, confermare la legge Agraria, essendo stato creato tribuno, subito si mostrò contrario al senato, et fauoreuole alla plebe. à costui era fauoreuole Fuluio Flacco. questi due volendo fare una colonnia à Cartagine, fecero mandare dal senato in quel luogo sei mila persone Italiane: ma volendo disegnare il circuito della nuoua Città la notte i lupi guastarono il disegno, hauendo questo inteso il Senato, perche gli indouini stimauano tale augurio infelice, à loro prohibì il fare la nuoua colonnia. però Gracco, et Fuluio adirari diceuano, che il Senato mentiua, che i lupi hauessero guastati i termini allhora Attilio huomo populare lo pregaua, che non volesse usare crudeltà contra la patria, vedendolo con molti armati, ma esso in mezzo à preghi l’uccise. Questa uccisione solleuò il popolo, et surono [sic!] spianate le case di Gracco, et di Fuluio, et eglino con dannatià morte. la plebe insolente fece gran ruina; onde molti furono decapitati, alla fine il popolo si achetò, et il Senato, per dar fiene [fine] à tante discordie, fece il Tempio della concordia nella piazza.

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seguitò poi la pericolosa guerra delle Città d’Italia contra i Romani chiamata la guerra Sociale, dalla quale infiniti danni, et uccisioni na,quero [nacquero] : questa partori la guerra de i serui ribellati da Padroni, la quale non fu men vergognosa, che dannosa. dopo questo surse la sedition di Sparta co [Spartaco] Gladiatore, costui solleuò contra Roma cinquanta, gladiatori, et inuitaua a combattere ciascuno, onde molti à lui si accostauano, pigliò il monte Vesuuio, et attendeua à predare i luoghi uicini, et molti huomini s’unirono seco. onde fece un’essercito di settanta mila persone. Il Senato Romano a uincerlo sudò più d’una volta, come dice Appiano Alessandrino. Subito estinto un tanto fuoco pululò una nuoua seditione, et nuoua guerra fra Mario, et Silla, i quali furono crudelissimi huomini, riuolgendo l’armi contra la patria, et distruggendo la libertà, et quei Cittadini Romani, che hauessero tenute dalla parte contraria però Lucano mostrando la sua gran crudeltà, et il molto macello de Cittadini Romani, dice di lui cosi.

Intrepidus tanti sedit securus ab alto

Spectator sceleris. miseri tot millia vulgo

Non piguit vessisse mori: congesta recepit

Omnia Tyrrhenus Syllana cadauera gurges

In fluuium primi cecidere, in corpora summi

Precipites hesene rates, et strage cruenta

Interruptas aquis fluxit prior arenis in equor:

Ad molem stetit unda sequens; nam sanguinis alti

Vis sibi fecit iter, campumque effusa per omnem

Praecipitque ruens Tyberina ad Flumina riuo

Herentes adiuuit aquas; nec iam albeus amnem

Nec retinent ripae, redditque cadauera campo

Tandem Tirrhenas vix eluctatus in undas

Sanguine ceruleum torrenti diuidit equor

His ne salus rerum, felix his Sylla vocari

His meruit tumulum medio sibi tollere campo.

Fù oltre ad ogni credere seditioso Candiano Duce di Venetia, come dice Pietro Marcello con queste parole. Interim Candianus Petri filium sibi in collegam sumpsit, is non mul-

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to post in tantam insolentiam prouectus est, utaliquot facinoros ad apertam in ciuitate seditionem concitauerit. Similmente seditioso come narra il sopra notato autore fù Marin Bocconio plebeo huomo audace desideroso di leuar la vita al Duce et a i patritii veneti dicendo. Marinus quidem Bocconium plebei ordinis huomo audax in principis caedam conspirauit is et optimatum. Dopo costui fù etiandio seditioso Baiamonte Tiepolo, come egli racconta nato di sangue nobile.

Seditiosi furono senza dubbio Catulo, et Lepido. Lepido chiedeua, che fossero restituite le possessioni, che haueua tolto Silla à gli Italiani, et di questo contese molto con Catulo; onde temendo gli Senatori di seditione, fecero, che i contentiosi facessero un giuramento di non por mano all’armi. Et subito mandarono Lepido al gouerno della Francia, finito che hebbe il reggimento, venne verso Roma con tutto l’essercito, et volendo entrare li fu vietato et percioche, desideraua Castigare Catulo, et i suoi seguaci. ilquale li andò contro preparato à battaglia, et si affrontarono in campo Martio, et dopo molte uccisioni Lepido fù ucciso. Anchora Milone fù cagione di molte ruine, et uccisioni in Roma; costui haueua fatto ammazzare Clodio, et essendo andato in giudicio à difendere la sua causa disse, che Clodio era stato uomo sceleratissimo, et amico di scelerati, iquali non si haueuano vergognato ardere sopra il suo corpo i seggi, et alcune case de Senatori. Queste parole furono, come un ardente fuoco, che mentre in un campo di bionde biade; percioche à quelle parole infiammandosi i petti de Tribuni, armarono molto popolo, et corsero in piazza cercando Milone, et gli amici di Milone per ucciderli. ma poi non cercando più gli amici di Milone tagliauano à pezzi chiunque loro veniua innanzi fossero Cittadini, ò forestieri. Però fù Roma piena di confusione, et d’affanno. Et non lasciauano à dietro alcuna maniera di operatione maluaggia, alla per fine entrando nelle case le rubauano, et fingendo cercare gli amici di Milone, prendeuano ogni cosa, durò questo disordine alcuni giorni, essendo stato di ciò cagione solamente Milone, come afferma Appiano Alessandrino. Grande fù la congiura, et la seditione di Catilina, et poi la guerra, che fecer con Antonio. Saltò poi nel mezzo de Romani, oltre à molte altre seditioni di minor conto Caio Cesare, et Pompeo Magno, et riuoltarono l’armi micidiali l’un contra l’altro, anchor che

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fosse Cesare suocero di Pompeo, et Pompeo genero di Cesare. onde Roma diuisa una parte teneua dalla parte di Cesare et da quella di Pompeo l’altra però se io volessi raccontare le ingiustissime uccisioni che furono fatte per cagione di questa seditione io haurei che fare tutto un giorno: dopo molte contese sanguinose restò vinto Pompeo et volendo scoprire Martino Turnouio Saganense il gran danno, che fece questa seditione, dice ne versi Eroici de Incarnatione Christi, hauendo mostrato che la Cometa sempre quando appare significa infortunio.

Paulo post latios turbat discordia ciues

            Pompeii partes fouet hic et Cesaris alter

            E Clandestinis odiis certatur utrimque

            Donec flamma latens erumpit, et infima summis

            Miscet, et urbis vires in propria viscera vertit

            Nobilitate cum plebe perit, lateque vagatur

            Ensis dura, madent ciuili saxa cruore

            E sacer in templis mystes iugulatur ad aras

            Mactanturque senes, nulla sua prosuit etas

            Sic Romana grauem passa est Republica cladem.

Et à benche vo che questo mi basti à mostrare piccola particella de gli infiniti danni, che questi due seditiosi fecero. Morto Pompeo; et dopo essendo ucciso Cesare in Senato per opera di Bruto, et di Cassio Cittadini Romani, Ottauiano figliuolo addottiuo dell’ predetto Cesare volendo vendicare la morte paterna seuerissimamente perseguitò con molte guerre gli ucciditori di Cesare alla perfine dopo molte discordie, et guerre ciuili surse lo scelerato imperio del triumuirato di Ottauiano, di Marco Antonio, et di Lepido liquali ruinarono a fatto la nobiltà Romana; per esser eglino tre, ognuno di loro mise ogni suo studio in ammazzare, od in fare con molta crudeltà ammazzare ogni suo nemico, non hanendo [hauendo] riguardo à fratelli, ne à gli altri congiunti: alhora Roma vide l’ultimo sterminio de suoi tanti possenti Senatori. Et non contenti di tor la lor vita voleuano le sostanze loro: onde il tutto era pianto. Satiati che il furore et l’ira furono delle uccisioni de Senatori voltarono poi contro à lor medesimi l’armi, con le quali i due priuarno Lepido dello tirannesco imperio, et rimasero soli

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Ottauiano et Marco Antonio, ne guari andò cosi l’affare, che quasi venendo à discordia insieme, fù vinto Antonio da Ottauiano, cosi cominciò Roma già libera ad auezzarsi alla seruitù, della quale fu verace origine le molte seditioni, et furono i distrugimenti, che faceuano l’un dell’altro. Ditemi di gratia quali sono quegli Animali in terra, iquali sieno di una medesima spetie, che si uccidono insieme? perche, se bene il Leone si pasce di Animali: non si nutrisce però di Leone, ne il Lupo uccide il Lupo: ma l’huomo, à cui concesse Iddio parte della sua eccellenza negandola à tutti gli altri animali; uccide, diuora la vita, la libertà et i beni all’altro, ilquale è della medesima spetie, et spesso, quello, che è peggio, del medesimo sangue, et parentado. Ma ritorniamo al proposito nostro, et seguitiamo le seditioni, che furono fatte in Roma anzi la seditione di Tiberio Gracco, et dopo l’imperio di Ottauiano. Ne tutte intendo di raccontare, ma solamente una ò due, tanto ch’io mostri, che sempre i Romani furono crudeli non pure contra i nimici: ma etiandio contro à loro medesimi. Racconta Tito Liuio la seditione di Marco Manlio, che fu di assai tempo innanzi quella de Gracchi, costui solleuò, la plebe confortandola à procedere oontra [contra] i Patritii, accioche operasse, che mettessero fuori l’oro de Galli, et con animo tirannesco cercaua di occupare la libertà, sempre inanimandola all’armi, contra al senato; et benche hauesse in suo fauore tirato una parte della Plebe Romana: nondimeno fu dal Senato condennato alla morte, non però senza gran pericolo di alcuna gran ruina della Città. cosi al tempo, che Roma era diuenuta serua de soldati, et de tristi gladiatori dico de soldati, et gladiatori, percioche i soldati eleggeuano colui, che à loro piaceua per Imperatore, et di rado auenia, che scegliessero huomo nobile, et di buoni costumi ornato. ma quasi sempres [sic] lo eleggeuano, come dice il Poeta Ferrarese, dell’immonda et basa [sic] plebe, et era il Senato Romano per timore neccessitato à confirmarlo. allhore infinite seditione s’accesero: ma di una sola mi bastera raccontare. Scriue Herodiano, che al tempo di Commodo Imperatore in Roma fù una grande, anzi grandissima seditione, et fù cagione un certo nomato Cleandro Phrigiano, ilquale era di quella schiatta d’huomini, che sogliono comperare i beni altrui allo incanto, et essendo aleuato, et nutrito con Commodo peruenne in tanta gratia, et amore appo lui, che gli diede la guardia della

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propria sua persona. et lo fece suo cameriero, et gouernatore de soldati, il quale essendo huomo ricchissimo pensò di occupar lo Imperio in questa guisa. comperò grandissima quantità di formento et lo teneua rinchiuso con isperanza, che mettendo il popolo, et l’essercito in bosognoso stato, egli con doni gli alletterebbe si, che ogn’uno spinto dal bisogno, et dal mancamento delle cose necessarie, à lui ricorrebbe, et cosi s’acquisterebbe la gratia, et l’ubbidienza dell’essercito, et del popolo, hauendo egli adunque ammassata una quantità grande di formento, nacque in Roma una carestia grande di biade. Et conoscendo il popolo, che il mancamentoo delle cose necessarie procedeua da Cleandro, l’odiaua et publicamente lo biasmaua: onde un giorno adirata, più del solito, gridaua la plebe, che le fosse dato Cleandro nelle mani, per darli secondo il merito la pena; questo hauendo Cleandro inteso, armato venne, oue era la moltetudine del popolo con la caualleria imperiale, et fieramente feriua, et percoteua la disarmata plebe insieme co caualieri. i quali non solamente feriuano: ma uccideuano, et calpestauano i corpi morti co loro caualli, si che con la furia loro cacciarono la plebe disarmata fino alle porte della Città, intanto coloro, che erano restati in Roma, intendendo la morte de suoi chiusero benissimo le porte delle case, et saliti sopra i tetti con sassi, et con tegole percoteuano la caualleria, la quale non combatteua volontieri con la moltitudine del popolo et i soldati, che guardauano la Città, hauendo in odio la caualleria aiutauano la plebe: però si fece de Romani una estrema uccisione. intanto à Commodo, che à diporto staua ne suoi ricchi giardini; venne, la nouella di tanta infelicità, portatagli da Fadilla sua sorella; hauendo egli ciò inteso, fece pigliare il seditioso Cleandro, et tagliarli il capo, et ponerlo su la punta di una asta con gran piacere del popolo, et accioche non rimanesse razza di lui, furono ammazzati due suoi figliuoli, et cosi fù dato fine à questa crudele guerra ciuile. Dice il medesimo autore, che Gallicano destò una guerra ciuile con danno della Città di Roma; perche voleua, che fossero creati Imperatori Balbino, et Massimo, però persuase il popolo, che rompesse gli armarii publici, oue si conseruauano le armi, più tosto per pompa, che per bisogno di combattere. et oltre questo aperse gli alberghi à i gladiatori, et menolli fuori guerniti d’arme, et fece torre ogni sorte di armi, che si trouauano nelle case et nelle botteghe

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di Roma; il popolo furioso prese ogni maniera di bastone per arma et poi Gallicano si serro nel tempio con coloro, che eleggeuano lo Imperatore, ne dimorarono molto in campidoglio, che gridò Imperatori Balbino, et Massimo udito questo il popolo armato non si contentò, onde con sassi, et altre cose da offesa occupando le vie tutte dalle porte al campidoglio, et rifiutando ambo gli eletti Imperatori diceua, che voleua Imperatore della famiglia de Gordani, allhora forse per timore, che fosse stato creato un fanciullo di casa Gordiana huomini molto ricchi in quel tempo restarono in estrema miseria, et attaccato fuoco in molte case si consumò una gran parte della Città. Infinite sono le seditioni, ch’io potrei addure de Romani, ma queste che ho dette, vo che bastino: però veniamo à gli essempi d’altre genti. Racconta Tito Liuio nel libro I. de la quinta Deca. che gli Etoli per varie discordie, et seditioni si ammazzauano fra loro, et pareua che quella rabbiosa natione non si riparando si hauesse à condurre in estrema ruiua [ruina], alla fine stanchi dall’una, et dall’altra parte, per moltissime uccisioni si voleuano pacificare: però mandarono à Roma ambasciatori; ma non poterono fare questo accordo, ò pace; percioche fu interrotta da una crudele sceleratezza che è tale. Essendo stato promesso all’Esuli d’Hipata la fede, et la sicurezza dal principe della Città nomato, Eupolemo, costoro erano ottanta huomini nobilissimi, iquali andò ad incontrare il principe, et molti della Città, et furono riceuuti amicheuolmente con toccarsi la mano, et con salutationi: ma entrati che furono dentro tagliarono à pezi, i miseri, chimando in testimonio i Dei et la data fede. ni questo. fu fatto da i capi delle parte degli Etoli, onde piu che mai auamparono l’ira, et gli incendii di nouelle seditioni, et guerre: però fù necessario, che il Senato mandasse alcuni Consoli Romani, per porli d’accordo; ma ritornarono alla patria, dicendo non si potere estinguere punto la crudele ira, et aspra rabbia di quella seditiosa natione. Seditioso, et crudele fù Altobello, come afferma Fra Leandro Alberti bolognese nella descrittione d’Italia, dicendo. Altobello fù tanto seditioso, et crudele. che apportò la total ruina à Todi, ilquale non solamente era tale contra i forestieri: ma anchora contra i suoi propri costumi, uccidendo i Cittadini della parte contraria, abbrucciaua loro le ville, e spianaua i superbi palazzi fino da fondamenti, et faceua molte altre crudeltà di simil maniera; alla per fine hauendo ottenuto vittoria

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de suoi contrari Cittadini, fece grandissimo macello di loro, ne essendo questo Lestrigone di tanto sangue sparso salollo [satollo] cominciò à trascurare qual fulmine per gli vicini luoghi, ponendo il tutto à ferro, et à fuoco. Era accompagnato da trecento huomini sanguinolenti, et bestiali, come lui, onde non v’era parte, che dal loro furore inintatta [sic?] rimanesse, hauendo questo inteso il Borgia, vi mandò contra Vittellozzo da Castello, eccellente capitano, con buone bande d’armati. Costui costrinse Altobello à fuggire in un’ Castello non molto di lungi da Todi, stimandosi sicuro si nascose in casa di una pouera vedoua: ma Dio, che rade volte lascia impuniti si maluagi huomini, fece ritrouarlo à i suoi persecutori, et da loro fù spogliato ignndo [ignudo]; et legato sopra una tauola, fù posto in mezzo la piazza di Todi, accioche ognuno, che si chiamaua da lui offeso, ne facesse secondo il suo desiderio vendetta. Allhora si videro in un punto le orbate Madri, et i dolenti Padri, à quali lo scelerato haueua ucciso con le sue seditioni i figliuoli, affaticarsi di far vendetta delle lor morti, facendone ogni stratio. Ne lontano rimasero le misere vedoue, le sconsolate figliuole et le mestre sorelle, ma tutte quasi à gara la si vendicauano de Padri, de fratelli, et de mariti uccisi. Et anchora gli huomini (di natura assai più acerbi delle Donne) con mille tormenti, et pene vendicauano li ammazzamenti, et gli oltraggi fatti à loro da lui, et sfogauano la giusta ira loro: onde non rimase alcun genere di tormento, che il misero corpo di Altobello non prouasse. morto che fù, tagliarono il corpo in pezzi, come si fa della carne delle bestie, et vendeuasi à peso à chi ne voleva. così fù venduta, comprata, et mangiata la carne di questo ribaldo, et seditioso, non so se mi debba dire huomo, ò bestia, le quali cose furono premio della sua pietade, et mansuetudine. grande senza dubbio furo le seditioni tra Guelfo, Ghibellino fratelli, le quali raccontare non voglio. Questi nomi, come dice il Tarcagnota, passorno in Toscana, et in un tratto per tutta Italia; onde non solamente le cittadi erano piene di guerra ciuile, ma le case anchora, diuentando nemici i figliuoli de Padri, i fratelli de fratelli: ne bastaua loro uccidersi, et spargere il lor sangue, ma colmi d’impietà abbrucciauano le case, ò le gittuano à terra. Et per mostrare l’odio, et la nimicitia grande, faceuano differenza nel vestire, ne colori, et in tutte le loro attioni, fino nel mangiare, nel caminare, et nel ragionare eran differenti. Questa fù una pestilenza, che

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uccise i migliori Cittadini d’Italia. Seditioso fù Cesare Borgia, come Scriue Paulo Giouio nell’ottauo lib. delle Historie del suo tempo in modo tale. Doue innanzi ogn’altra cosa deliberò di leuar via i baroni Romani Collonesi, et Orsini, nutricando fra loro una continua nimista, et discordia, alla perfine accorgendosi i baroni delle fraudi del Borgia fecero dopo molti, anzi infiniti danni, pace, lasciando al Borgia molte terre. Scriue il medesimo autore ne gli Elogii de gli huomini illustri, che Uguccion della Figliuola fu huomo seditioso. prese l’armi in fauor di Ghibellini contra la nemica parte, et fece molte uccisioni, abbruciamenti di ville, ruine di case, mostrandosi terribile, et spauenteuole. costui con l’aiuto de Pisani, de quali era signore assalì i Luchesi, et aiutato da i suoi partiali prese Lucca: onde tutta la città fù piena di uccisioni, di pianti, et di spauenti. scacciò i Guelfi, et i Ghibellin, che n’erano stati cacciati, rimise nella patria. cosi cacciando hora, et hora essendo cacciati si distruggeuano insieme. Fu etiandio un famoso destatore di guerre ciuili Farinata de gli Uberti; onde tutta la vita consumò in uccidere i Guelfi, difendendo i Ghibellini. nel suo tempo si combatteua con smisurata ira, et rabbia per tutte le parti della Città di Firenze, et furono abbrucciate, et spianate molte ville, et nobili palazzi. Al fine egli fù dalla Patria cacciato, et arsi i suoi grandi edifici, et le ville che erano sue. Scriue l’Acominato ne gli Annali de gli Imperatori di Costantinopoli, nella vita di Costante, che Valentiniano Patricio fu huomo seditioso; ma l’Imperatore, come intese, ch’egli haueua in se vitio si dannoso alla Città, anchor che l’amasse, lo fece ammazzare. Et afferma il medesimo autore nella vita di Alessio, che Giouanni Comneno era huomo seditioso, et auido d’Imperio. Costui entrò nel tempio, et prese una di quelle corone, che pendeuano sopra la sacra mensa, et se la pose in capo. Allhora fu dal popolo, che solleuato haueua, condotto nel gran palazzo et posto à sedere in una dorata sedia. egli cominciò à distribuire gli ufficii dell’Imperio, et intanto una parte de gli huomini suoi amici gridauano per la Città viua l’Imperatore Giouanni, andauano ruinando le grandi fabriche, et faceuano molte altre inconuenienze venuta sera desiderauano la matina per saccheggiare le case de ricchi gentilhuomini: ma restarono ingannati i pouerelli; perche l’Imperatore Alessio mandò ad uccidere Giouanni, et molti suou Cagnotti nel palazzo. Et cosi

 

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per le sue seditioni li fù tolta la uita, et il corpo suo fù grttato [gittato] à gli uccelli, et à cani, iquali hebbero molti giorni da mangiare essendo egli molto grasso. Grandi, anzi grandissime furono le guerre ciuili fatte da Bianchi, et da Neri. Il principio delle quali nacque, come afferma il Tarcagnota, per questa cagione. Erano in Pistoia due Giouani della nobile famiglia de Cancellieri, iquali uennero à discordia, et à rumore insieme, come sogliono far souente gli huomini maldicenti, et chiacchieroni, uno di loro hebbe dall’altro un picciola ferita. Il Padre di quello, che non fù offeso, fece, che il figliuolo andasse à domandar perdono al compagno ferito. Come fù giunto alla casa di lui, il Padre dell’offeso lo fece pigliare da suoi seruitori, et tagliarli una mano sopra una mangiatoia di cauallo; onde queste due famiglie solleuarono tutto il popolo, et facendo crudelissime zuffe insieme, tutto il giorno si ammazzauano, et faceuano fiumi di sangue dall’una, et dall’altra parte. Et perche uno di questi due Cauallieri hauea hauuta una moglie nomata Bianca la sua fattione bianca, si chiamò l’altra per essere contraria, uera [nera] si faceua appellare: questo fuoco passò in Firenze, in cui infinite uccisioni, et danni si fecero. Seditioso etiandio fu Agillano, che solamente perche li parue di uedere Rinaldo in segno, che l’essortaua ad uccidere Goffredo, et à placare lo suo adirato spirto tutto pieno di furore si leuò dalle piume, et congregò insieme i Cauallieri, Italiani, come dice Torquato Tasso nel canto ottauo stanza.63. ragionando di lui.
Si rompe il sonno: e sbigottito ei gira

            Gli occhi gonfi di rabbia e di ueneno;

            Et armato ch’egli è, con importuna

            Fretta, i guerrier d’Italia insieme aduna.

Et facendo un lungo ragionamento mostrò à loro, che Goffredo haueua à tradimento uccise Rinaldo, et dopo molto hauere solleuati gli animi loro inanimandoli alla guerra contra il Capitano, dice nella stanza. 72.

 

Io, io vorrei s’al vostro alto valore

            Quant’egli può, tanto volere osasse:

            Ch’hoggi, per questa man ne l’empio core

[317]

Nido di tradigion, la pena entrasse.

            Cosi parla agitato, e nel furore,

            E ne l’empito suo ciascuno ei trasse.

            Arme Arme freme il forsennato; e’nsieme

            La giouentù feroce arme arme freme

 

Et già i popoli bellicosi accesi dal suo medesimo ardore di ira et odio contra Goffredo pigliauano precipitosi i noceuoli ferri, et suonauanole trombe, gridando al Capitano Buglione, che si armasse per combattere con loro, come si legge nella stanza.76.

 

Corrono già precipitosi à l’armi

            Confusamente i popoli feroci:

            E già s’odon cantar bellici carmi

            Seditiose trombe in fere voci:

            Gridano intanto al pio Buglion, che s’armi,

            Molti di quà di là nuntii veloci.

 

Ma alle parole, et alla presenza di Goffredo restò Argillano attonito, et si lasciò incarcerare: onde da questo si può conoscere che gli huomini senza sapere la verità delle cose; ma cosi alla cieca oprano cose ingiuste. sia à bastanza da noi raccontato delle seditioni; perche se io volessi narrare quelle, che furono fatte, non di cotra nationi straniere, e separate dall’Italia. ma nella Italia istessa io starei gli anni, percioche quanti illustri huomini in Brescia, in Verona, in Vicenza, et nelle città principali d’Italia furono uccisi, per le seditioni, tolti i beni, et le famiglie intiere andate in obliuione. però si può dire, che gli huomini sieno veraci cagioni d’ogni sorte contraria. Di quanti fiumi, non dirò di pianto, ma di sangue sieno state cagioni le seditioni, ciascun da per se lo potrà considerare, oltre le infinite calamità, pouertà, et miseria da loro procedute.

 

[318]

 

De gli huomini Ignoranti, et goffi,

Cap. XXXIIII

 

È l’ignoranza una priuatione delle scienze, come dice Aristo. nel libro 6. della Topica Cap. 16. con tali parole. Ignorantia est priuatio scientiarum in his, quae nata sunt apta fieri. Et Platone mostra nel nono libro della Republica, ch’ella è una priuatione d’ogni virtù morale, dicendo, Ignorantia est bonorum habituum vacuitas. Però io non credo, che si possa ritrouar peggio dell’huomo ignorante; essendo priuo d’ogni scientia, et d’ogni buon costume, questi tali non sanno, et non conoscono più lungi di quanto hanno lunga l’ombra del naso, amano l’otio, come loro carissimo amico, et l’Ariosto lo mostra in quel verso dicendo.

 

E l’otio lungo d’huomini ignoranti

 

Onde se per disauentura questi perdigiornate sono condotti fra virtuose compagnie, non fanno altro, che sbadigliare, per rincresimento, ò grattarsi il capo; ò cauar le forbici polirsi le ugne: onde riescono tanti buoi, non sapendo ragionare di alcuna cosa, et tacendo pare che habbiano veduto il lupo, tacciono con arte; perche sanno bene, che se snodassero parola darebbono da ridere alla virtuosa ragunanza. gli studi di questi Bufali sono le lasciuie, gli ubbriacamenti, le auaritie, le maldicenze, le carte, i dadi et il sonno: onde potremo ben con ragione dire quei due versi di quel buon Poeta.

 

Le carti i dadi, il sonno, il letto, e Bacco,

Son d’huomini ignoranti honori, et studi.

 

Et non hauendo buoni costumi, ne alcuna ciuiltà paiono à gli huomini costumati, et virtuosi, che sieno stati alleuati fra gli Asini, et nutriti fra porci ma essi non si auedono delle loro imperfettioni, anzi vogliono sedere sopra i dotti, et molti di loro dicono che vagliono tante lettere, che guadagno si ha da loro, io vorrei

 

[319]

 

più tosto essere un birro, che uno di questi dotti, pur che io hauessi buon guadagno, veggio per il piu costoro, che fanno professione de litterati andare alla porta del riccho à guadagnarsi il pane con le loro mendiche virtudi, et sempre hanno in bocca questo, verso del Petrarca. Pouera, e nuda vai filosofia, et non sà questa turba solo riuolta al vil guadagno, che differenza sia fra un dotto et uno ignorante. io voglio che Platone di questo ne sia giudice percioche essendogli dimandato da alcuni, se fra dotto, et ignorante v’era differenza alcuna, egli rispose. Tanta, quanta è fra il sano, et l’infermo per non dire fra il viuo, e il morto, et Agostin Sessa dice il medesimo nel primo ragionamento della filosofia morale et se alcuno huomo honorato dicesse ad uno di costoro affaticati, studia che diuerrai un virtuoso, et degno di ammiratione, subito li risponderà co versi del Lasca in questo modo ridendo.

 

            Cancaro vegna à l’arti liberali

            Che spesso son cagioni altrui di fare

            Patir mille tormenti, e mille mali.

 

Anchor che si conosca, che quanto ho detto, è vero; tuttauia non voglio restare di addure alcuni pochi essempi. il primo sarà Licinio Imperatore, il quale merita certo la preminenza più d’ogni altro: poi che fù tale, che non sapeua sotto scriversi ne decreti, et tanto odio portaua alle lettere, che le chiamaua publica pestilenza. Che diremo noi di Valentino? ilquale abbrucciò tutte le librarie, et haueua le lettere in tanto odio, che diceua. che la filosofia è una vanità, et una publica peste, et maleditione. Scriue Celio, che Heraclide Licio era inettissimo, et ignorantissimo nelle lettere; dice il Tarcagnota nelle sue Historie del mondo, che Domitiano Imperatore diede di Roma, et di tutta Italia bando à tutti i filosofi, et sapienti huomini, che erano al suo tempo. da questo atto potete considerare, che doueua essere un bel dotto, et un grande amatore delle lettere: Ignoranti si mostrarono gli Ateniesi, quando procacciarono la morte à Socrate Padre, et vero amante della filosofia: Cosi i Romani nel tempo, che scacciarono tutti i filosofanti di Roma. Il Re Antioco ne fù tanto nemico, che fece un comandamento, che non imparasse alcuno filosofia. Ma doue rimane Nerone? il quale non potremo dir già che non fosse un buono, et perfet-

 

[320]

 

to ignorante, hauendo fatto uccidere Seneca, huomo prudentissimo et Lucano poeta senza cagione alcuna. Doue Eliogaballo? ilquale scacciò di Roma mandando in lontano essilio gli huomini virtuosi, et letterati. Doue Filonide? Che fù tanto imperito nelle dottrine che passò in prouerbio: onde si diceua indoctior Filonide. costui illustrò con la sua ignoranza Mitilene. Riferisce Batista Egnatio, che Britonione era cosi delle lettere inesperto, che non sapeua l’A.B.C. Scriue Filostrato, che il figliuolo di Herode Attico fù tanto amico delle lettere. che non fu possibile ne con preghi, ne con minaccie, che potesse apprender le prime, et fanciullesche lettere; anchor che fosse in età perfetta. Si legge nel decimo libro delle Historie del mondo descritte dal Tarcagnota, che Carlo figliuolo di Baldo fù di si duro, et rozo intelletto, che non potè, et meno volle sapere le cose degli studi, et non amò i dotti, anzi li odiaua: onde per la sua molta ignoranza, et grossolani costumi fù cognominato Carlo semplice. Ma doue lascio Caramandro?[2] il quale si può conoscere da questo suo atto quanto ignorante fosse, et sprezzatore de litterati; percioche essendoli venuto nelle mani Platone Filosofo nobilissimo, non l’apprezzò punto; ma si come colui, che era priuo di ogni buona parte: fece mettere il misero Platone, cosa vergognosa, all’incanto, che fu comprato da Arieto per venti mine, ò come altri dicono per trenta. Ne voglio, che resti sepolto nell’immenso grembo dell’oblio, Filadelfo Poeta, il quale era huomo ignorantissimo; benche fosse poeta, et tanto lordo, et sporco ne vestimenti, et nel corpo, che i Cittadini della sua Patria lo chiamauano con un nome, ch’io voglio tacere; percioche tengo anchor io da Poeti, essendo già in cotal numero entrata, ma ritorniamo al proposito, à costui piaceua godere, et trionfare, ne far fatica intorno agli studi come egli stesso mostra in una Satira scritta ad un suo amico, il quale lo haueua pregato, che andasse à Bologna, à farsi adorare di Filosofia. Et fra molte cose, che dice in biasmo delle scienza si leggono questi versi.

 

Voi mi pregate, ch’io vadi à imparare

            Filosofia, vi dico che tai studi

            Sol per mio amor si vadino à impiccare

            Ch’à me piacion quegli huomini grasi, e nudi

            D’ogni scienza, à cui mai non accade

 

[321]

 

Che l’huom per dare à lor risposta sudi.

            Vi giuro amico, se qui le contrade

            Fossero piene di cotai persone

            Non andrei per udirli in veritade,

Queste dottrine, che chiamate buone

            Sen vadino in malhora, e sete tutti

            Democrito, Aristotile, e Platone.

A me piace il buon vin, cassio, et persutti,

            Grasse Quaglie, fagiani, e buon capponi,

            Le carte, e’i dadi, e’l star lungi da tutti.

 

A me pare, che costui fosse un galanthuomo volendo viuere senza trauaglio, et affanni. Ne fia che rimagna fuori di questa honorata compagnia il Re di Lidia, del quale racconta la sua propria figliuola ad Astolfo queste parole, come dice l’Ariosto nel canto trentesimo quarto.

 

E’l padre mio troppo al guadagno dato

            Fà l’auaritie d’ogni vitio scola

            Tanto apprezza costui, e virtù ammira

            Quanto l’asino fa il suon de la lira.

 

Onde si può dire. Sicut se habet Asinus ad liram, sic ignorans ad scientias.

 

De gli Adulatori.

Cap. XXXV.

 

È chimato [chiamato] da Aristotile adulatore colui, il quale pone ogni studio per piacere ad altrui per fine di proprio utile, et interesse questo si legge nel libro quarto dell’Ethica capitolo 13. Et costoro per ottenere il desiato fine se ne stanno humili, et queti à guisa di poueri serui, come dice il medesimo al capitolo 10. con tali parole Omnes adulatores sunt humiles, et seruiles. Et per consequenza sono numerati questi tali da ogn’uno fra le genti volgari, et minute, et à ragione non essendo pro-

 

[322]

 

prio dell’huomo magnanimo il seruire, et l’humiliarsi per fine di guadagno, ò di mendicato honore: ma sono in tutto, e per tutto di animo basso, et seruile coloro, i quali condescendono alle opinioni false di coloro, i quali da essi adulati sono: benche tengano nel cuore il contrario. Et non solamente lodano ogni opinione de Prencipi, ò di altro; anchor che sciocca: ma inalzano anchora ogni operatione di quelli, et le ammirano, come cose uniche, et singolari al mondo. Et è cosa di stupore l’udire questi adulatori, che quando scoprono la defformità di un mal composto volto, giurano che quello è bellissimo, et che à suoi giorni non han veduto uno tale, et cosi se odono alcuno à fare un ragionamento benche sciocco et semplice, subito dicono, che se Cicerone hauesse ragionato, non l’haurebbe fatto con tanta maestà di parole, et grauità di concetti. Se vedono un collo sottile, l’agguagliano à quello di Ercole, che tenne Anteo sospeso nell’aria. che piu? se tu ridi l’adulatore alzando la voce scoppia delle risa, se piangi. piange di te più dirottamente, se dici io mi sento un poco di freddo egli si veste per mostrare, che dici il vero: con pelli di Volpe, se dici ho caldo. subito tirando fuori il moccichino si comincia asciugare il volto, dicendo ò che caldo ardentissimo, io sono tutto in sudore. onde Iuuenale ragionando di questi huomini falsi et fallaci dice nella Satira. 3.

 

Quid quod adulandi gens prudentissima laudat

            Sermonem indocti, faciem deformis amici,

            Et longum inualidi collum, ceruicibus aequat

            Herculis Antaeum procul à tellure tenentis.

            Miratur vocem angustam: qua deterius nec

            Ille sonat, quo mordetur gallino marito.

            Natio Comaeda est, rides? maiore cachino

            Concutitur, flet si lachrimas aspexit amici,

            Nec dolet, igniculum brumae si tempore poscas

            Accipit endromydem: si dixeris aestuo, sudat.

 

Di questi pessimi huomini, iquai fingono di amarti per acquistare la tua beniuolenza, sono piene le misere corti, come scriue il Caualier Guarini nel suo Pastorfido, introducendo à ragionare Carino.

 

[323]

 

            Gente di nome, e di parlar cortese

            Ma d’opre scarsa, e di pietà nemica

            Gente placida in vista, et mansueta:

            Ma piu del cupo mar cupida, e fera.

            Gente sol d’apparenza in cui se miri

            Viso di carità mente d’inuidia

            Poi troui, e in dritto sguardo animo bieco

            E minor fede alhor che più lusinga:

            L’ingannare, il mentir, la frode, il furto,

            E la rapina di pietà vestita

            Crescer col danno, e precipitio altrui,

            E far à se de l’altrui biasmo honore 

            Son le virtù di quella gente infida.

 

Et il Tasso finge, che Mopso dica queste parole à Carino: accioche si guardi da i falsi, et adulatori Cortigiani nell’Aminta:

 

–andrai nella gran terra

 

Oue gli astuti, e Scaltri Cittadini

            E i cortigian maluagi molte volte

            Prendonsi à gabbo, e fanno brutti schermi

            Di noi rustici incauti. però figlio

            Va su l’auuiso, e non t’appressar troppo

            Oue sian drappi colorati, e d’oro,

            E pennacchi, e diuise, e foggie noue:

            Ma sopra tutto guarda, che mal Fato

            O’giouenil vaghezza non ti menti

            Al magazino de le ciancie, ah fuggi,

            Fuggi quello incantato alloggiamento.

 

E più sotto volendo mostrare, che fanno parere le cose quel che non sono, dice.

 

Ciò che diamante sembra, et oro fino

            E vetro, e rame, e quelle arche d’argento

            Che stimaresti piene di thesoro,

            Sporte son piene di vesiche bugie.

 

Però bisogna guardarsi da gli huomini adulatori, come si guar-

 

[324]

 

diamo da nimici. Onde Stefano Guazzo dice, che colui, che ascolta volentieri l’adulatore, è simile alla pecora, che da il latte al lupo. Et l’Ariosto ragionando de gli adulatori Cortegiani disse.

 

Et son chiamati cortigian gentili

            Perche sanno imitar l’asino, e’l ciacco.

 

Ma è tempo che veniamo à gli essempi. Grande adulatore fù Nicesia; percioche vedendo una mosca, che volando si posaua sopra la fronte, et sopra le mani Alessandro, disse adulando, ò quanto sono più fortunate, et felici queste mosche dell’altre, poi che hanno dal Cielo gratia di gustare il tuo sangue regio. Costoro sono chiamati di alcun i buffoni, le simie de Signori. Adulatore fù Timagora, il quale per mostrar à Dario, che non era huomo: ma Dio ingenocchiandosi in terra l’adorò. Si legge di uno chiamato Anselmo, il quale adulando Sigismondo Imperatore riceuette da lui una guanciata. Onde li domandò per qual cagione lo percotesse, et egli rispose; perche mi mordi? Demagora doue rimane? Il quale essendo un perfetto adulatore chiamò Alessandro Dio: onde gli Atheniesi, i quali odiauano cotal vitio, lo condannorno à pagare dieci talenti d’argento: et essendo poi in una perigliosa guerra Alessandro ferito da nimici conobbe la falsità di questi Numi: onde pieno d’ira contra loro disse Omnes adulatores iurant me esse filium Iouis: sed vulnu istud me esse hominem clamat. Però misero colui, che porge orecchio à coloro: adulatore fù Demarao, il quale non ragionaua mai senza parole adulatrici: percioche se vedeua alcuno, ilquale fosse uscito, per cosi dire, dalla immonda feccia del volgo, mostraua con parole lusinghiere che era di nobile, et antica famiglia. Ma essendo io satia di ragionare di costoro, et essendo poca differenza fra il simulatore, et et [sic!] l’adulatore, che l’un finge, et l’altro fingendo alletta con le sue fole addurrò l’essempio di uno, ò due. Scriue Plutarco, che Filippo fù falso, et simulatore dicendo Dunque essendo Filippo fauorito dalla fortuna, et perciò salito in superbia si diede à volere satiare le sue dishoneste voglie; percioche à i suoi vitii, essendo gia rotte

 

[325]

 

quelle coperte di simulatione, et di falsità cominciarono à fare di loro mostruoso spettacolo. senza dubbio fu eccellente nell’arte del simulatore Andronico Comneno, come racconta l’Acominato nella vita d’Alessio Imperatore, dicendo con le sue astutie, et artifitio di fingere tutti coloro, che li veniuano incontro tirandoli da parte, li pregaua, che operassero, ch’ei fosse Imperatore, et qual sarebbe stato quello, benche fosse di sasso, ilquale non si fosse mosso dalle sue finte lagrime, et parole mostrando essere spinto à chiedere questo per salute, et benefitio del popolo, et non per proprio interesse. Scriuono alcuni Historici, che Seuero Settimo Imperatore era il più perito huomo nella arte del simulare, che al mondo fosse mai: haueua nella lingua quello, non haueua nel cuore. dalla cui fintione, et falsita ogn’uno si trouaua schernito. Scriue Appiano Alessandrino, che Milone era un perfetto huomo nel simulare. Et il Tasso racconta di Mopso questo, mostrando quanto fallace fosse introducendo à parlar Titiro.

 

Di qual Mopso tu dici? di quel Mopso,

            C’ha ne la lingua melate parole,

            E ne le labra uno amicheuol ghigno,

            E la fraude nel seno, et il rasoio

            Tien sotto il manto?

 

Et anchora nel Goffredo finge Alete messo del Re d’Egitto essere eccellente nel simulare, come si legge nel Canto. 2. stanza. 58. in modo tale.

 

Alete è l’un, che da principio indegno

            Tra le brutture della plebe è sorto:

            Ma l’inalzato à i primi honor del regno

            Parlar fecondo, e lusinghiero, e scorto;

            Piegheuoli costumi, e vario ingegno:

Al finger pronto, à l’ingannare accorto;

Gran fabro di calunnie, adorne in modi

Noui, che sono accuse, e paion lodi.

 

Però non si può trouar peggio del simulatore, et dell’adulatori, i quali sono chiamati bestie domestiche. onde l’adulatore fingen-

 

[326]

 

do con dolcissime parole, et false lodi ti fa credere, che tu sii quello, che ueramente non sei. onde il Caporali chiama le parole di costoro saette venenose dicendo.

 

Ha de l’adulatore, ilqual ti Scocca

            Nel cuor le sue saette venenose

            Quanto più ti lusingha con la bocca.

 

Il fine di questa seconda Impressione.

 

 

 

[1] In the margins

[2] Dione di Siracusa?