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Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini. Discorso di Lucretia Marinella, In due parti diviso (1601) Part 3

by Lucrezia Marinella

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Title: Le nobiltà et l’eccellenza delle donne: co’ diffetti, et mancamenti de gli huomini. Discorso di Lucretia Marinella, In due parti diviso
Author: Lucrezia, Marinella (1571–1653)
Date of publication: 1600
Edition transcribed: (Venice: Giovanni Battista Ciotti, 1601)
Source of edition: Gale Centage Learning, Nineteenth Century Collections Online
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Transcribed by: Marco Piana, Martina Orlandi, Lara Harwood-Ventura, Tanya Ludovico, and Cassandra Marsillo, McGill University, 2016.
Transcription conventions: “Intervocalic v” transcribed as “u”, as per the original. We decided, however, to normalize all initial “v” as “v”, since they were sometimes v, sometimes u, no real logic or coherence in the original.
Status: Completed/ not yet proofread, version 0, December 2016.

I DIFETTI, ET MANCAMENTI DE GLI HUOMINI.

DI LUCRETIA MARINELLA,

 

PARTE SECONDA

 

Gli Huomini senza alcuna proportione, come

con ragioni, et essempi si pruova, sono più

vititosi delle Donne.

 

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Havendo io apertamente, con invincibili ragioni, et essempi manifestata la nobiltà delle Donne, senza dubbio esser come per le comparationi si può vedere, à quella de gli huomini superiore; me ne passo a’ difetti de’ maschi, i quali vi prego di paragonar co’ difetti donneschi discritti dal Passi, accioche in tutto, et per tutto restiate (ostinatelli) vinti, et superati. Parlo con coloro, che hanno poco sale in zucca, et che se ne vanno alla cieca.

Credono tutti gli huomini dotti, et scientiati, che i maschi sieno più nobili delle femine, percioche di natura sono piu caldiò et s’ingannano di gran lunga, percioche l’anima opera certo col calore, il quale è di lei stromento, ma non già con ogni forte di calore, ma con un dolce, et benigno, che non ecceda una certa mediocrità. Onde chi ardirà giamai di dire, che il calore del maschio sia medriocre, et atto à tutte le operationi dell’anima speculatione, prattiche, et morali, già che la natura dell’huomo è calda, et secca, come dicono. Et la femina, come il più saggio, et famoso medico di-

 

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-ce, è calda, et humida per la copia, et per l’abbondanza del sangue. Che la complessione calda, et secca contenga un calore eccedente, et che trapassi la mediocrità, non accade, ch’io il pruovi, essendo cosa nota ad ogni uno, che il calore aggiunto con la siccità è grande, et trapassa la mediocrità: eccedendo adunque cagiona et produce infiniti vitiosi effetti, come appetiti piu ardenti, et voglie piu sfrenate, che non eccita il temperato calore. Questo si vede tutto giorno ne’ giovani, i quali essendo di natura piu calda delle altre etadi, sono più desiderosi di novità, et più mobili de gli altri, che all’età più matura sono; et questo etiandio si conosce ne’ paesi, che sono caldi et infiamanti; è adunque la natura calda, et secca dannosa; portando allo’ntelletto desideri sensuali: onde egli spesso se ne resta vinto, et superato. Aggiungiamo, che rende gli huomini instabili et incostanti; perche, Calor exagitat molem, et come dice Chalcidio nel comento del Timeo di Platone. Mobilor anima ob calorem: ò che difetti sono quessi, che derivano da un tal calore da lor tanto lodato, et essaltato, gia che per sua cagione l’anima ragionevole è inchinata à piegarsi dal diritto sentiero delle virtù, et lasciarsi precipitar nelle dishonesti, et nelle concupiscenze, dalle quali ne nascono infiniti altri errori, et misfatti enormi. Cosa che non può accadere al sesso donnesco; essendo di natura calda et humida, nella quale si lasciano reggere i sensi della ragione, et però più temperate, più costanti, più ferme, più giuste et più prudenti sono le Donne de gli Huomini; et questo aviene, perche la ragione tiene il proprio seggio, cosa che non è nel maschio, si come con gli essempi noi dimostreremo; et infelice l’Huomo, se non havesse per compagnia questo raro dono della Donna; percioche credo, che non si ritroverebbe al mondo il più crudo, et il più horrendo mostro di lui, ne il più fiero, et dispietato Animale. Ma lodato sia Dio, la Donna lo raffrena, l’humilia, lo fa capace della ragione, et della vita civile. Onde conoscendo tutte queste cose il Signor Gugliemo si Salusto Signor di Bartas, nella sua divinaa settimana, la quale è tradotta di lingua Francese in verso sciolto Italiano Da Ferrante Guisone dice.

 

Deh quà volgete

               L’occhio subitamente, et l’alma, e’l core

               E de la donna la beltà mirate.

 

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Senza cui mezzo è l’huom misero in terra,

               Et del sole in nemico, ascoso lupo

               Una selvaggia, e solitaria fera

               Frenetica, et paurosa, à cui piacere

               Altro, che’l dispiacer giamai non puote

               Nato à se sol di spirito, e di core

               D’amor, di fè, di sentimento privo.

 

Et questo è pur huomo, et non donna, che se stato fosse donna io direi, che essendo interessata non potesse vestir persona di giudice; stimando l’huomo una fiera frenetica, et paurosa. Io credo tutto quello, che dice questo Signore Francese, come quegli, che se ciò non fosse vero, non l’havrebbe detto, et ancho perche parla de gli huomini, et era huomo, et mi confermo in questo con le parole di Vertuno, quando rende ragione di se medesimo, le quali sono queste.

 

Ma tu non quel, che dicon le persone

               Di me, ma quel ch’io stesso dico credi

               Ch’al ver non son tutte le lingue buone.

 

Con ragioni adunque io credo di haver manifestato, che gli Huomini sono piu vitiosi delle Donne. Ma non però nego, che non ci sieno donne di mala vita, et pessime; ma però à comparation de gli huomini ribaldi, et pessimi si possono chiamar ottime. Anzi io credo, che se noi accopiassimo insieme tutte le donne che furono, che sono et che saranno mai pessime, et cattive, non si potrebbono in alcun modo agguagliare allo scelerato Nerone; che godeva del male altrui facendo abbruciare una gran parte di Roma; anzi delle quatordici parti ve ne restarono solamente quattro, et desiderava che tutta si ruinasse co’ Cittadini, et in quel tempo, che Roma ardeva, egli sopra una alta torre cantava allegramente ridendo. Spinto dall’avaritia ogni giorno faceva amazzare qualche ricco Cittadino per essere padrone delle sue facultà. Desiderava di vedere il mondo ruinato avanti la sua morte. Uccise sua Madre, et ammazzò Poppea sua moglie con un calcio, laquale era ancho gravida per leggerissime cagioni. Era sfrenato, et incontinente; spesso si ubbriacava, et se ne stava le notti, et i giorni intieri giucando, et cantan-

 

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-do ne conviti. Fece levar la vita à Seneca, et à Plauto, et à molti altri; perche erano persone virtuose, et da bene, si dilettava di Comedie, di buffoni, et de’ mangiatori, et tutto che fosse avarissimo, era ancho prodigo, et oltre à tutte queste cose dispreggiava i Dei. Era vitioso, et vanaglorioso. Che vi pare di questo huomaccino da bene. Credete, che tutte le donne insieme havessero tutti questi difetti? Io non lo crederei, e pur sono tutti veri, come scrive Svetonio, Eusebiom Isidoro, et Orosio. Io potrei addure altri essempi, come d’Alcibiade ladro insolente, ambitioso, imprudente, et dato à tutte le dishonestà, ingiusto, et in somma d’ogni vitio albergo, come dice Plutarco, ilquale racconta, che Alcibiade andava gittando per le strade, ove passava molti denari, accioche le genti stessero intente à raccogliere, et non dicessero mal da lui. Pensate se dovea dar loro cagione di vituperarlo; li quali essempi per lo piu saranno ò de Principi ò di sapienti; percioche da queste due maniere di persone vien governato il mondo, dando le leggi, et ritti a gli altri, et però da’ costumi di questi si può concludere i difetti di tutti gli huomini.

 

 

De gli huomini avari, et desiderosi di denari.

Capitolo Primo.

 

Essendo l’Avaritia origine, et fonte d’ogni impietà, et sceleraggine; percioche ella rende l’huomo per la cupidità dell’haver bugiardo, homicidia, ingrato spergiuro, tiranno, assassino, infedele, invidio, ingiusto, et finalmente d’ogni vitio fede, et albergo. M’ha paruto cosa ragionevole l’incominciar da questo vitio, ò difetto; Vitio, come lasciò scritto Aristotile nel libro terzo del’Ethica, danoso non solamente à gli altri, ma allo stesso avaro. Onde disse quel dotto poeta. In nullum avarus bonus in se pessimus. E se pur’è mai buono, egli è dopo la morte, come ben lasciò scritto il Trissino dicendo.

 

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E l’auritia ogni virtute adombra

               Che l’huomo avaro non suol far piacere

               A le persone mai se non morendo.

 

Horsù discendiamo à gli essempi. Il primo sarà Caton maggiore, che faceva comperare i fanciulli, e dopo l’anno li rivendeva à maggior prezzo; et volendo persuadere un suo figliuolo, che s’ingenasse ancora egli à guadagnare in questo modo, disse, che non era cosa da huomo, ma da donna vedova il lasciar scemar le sue facultà: et oltre à questo fece una usura marinaresca molto biasmata. Sprezzava le cose della villa; percioche stimava che fossero solamente dilettevoli, et non utili; voleva che le sue facultà fossero poste in luogo sicuro, proccacìva paludi, laghi, bagni, et luoghi accomodati al purgo delli panni. Possessioni, che facilmente fossero lavorate da contadini, boschi, pascoli, dequali ne potesse cavar gran quantità d’oro. Etiandio comprava servi giovani, gagliardi, non belli e delicati, ma rozzi, perche riuscissero buoni lavoratori di villa. Poi quando erano vecchi, li faceva vendere per non li dare il solito Alimento. Onde dice Plutarco, scrivendo la vita di lui, io non vendrei mai un bue vecchio, che fosse stato compagno della fatica rusticale, non che io mi mettessi à vendere uno huomo vecchio, per farne poi pochissimo guadagno, gia al compratore, et al venditore inutile dal luogo donde fu nudrito, et dal mondo del vivere, come dalla patria sbandito. Non cede punto à costui Caligula, che trovo, modo di rubar gli huomini, et ancho il mondo tutto. Ne si poteva imaginar via alcuna, che compitamente li piacesse da poter tirar denari col mezzo delle gabelle, et delle gravezze. Intorno a’litigi, che occorevano, voleva la quarta parte di tutte quelle liti che si patteggiava: et se i litiganti delle lor differenze si componevano insieme, prima che si facesse la sentenza, voleva una certa portione, cosi di tutti i mestieri, e facende de gli huomini voleva che à lui fosse dato una parte dell’utile; Ponendo fra costoro ogni vil huomo, fino quelli, che portavano pesi; in guisa tal che havendo ragunato gran quantità di denari, si rivoltava, et passeggiava sopra quelli, godendo di quell’oro et argento, che havea, si può dir rubato senza fatica dalle fatiche altrui. Si legge etiandio nell’Historie, che Tiberio era tanto inclinato à l’avaritia, che accrescendo i

 

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tributi. Le Cittadi non potendo tolerarli si distruggevano, et andavano in ruina, et Tolomeo Re di Cipro volle morire co’ denari appresso, tanto n’era sempre avido. Quinto Cassio per denari non faceva giustitia. Comodo Imperatore la vendeva, et per ingordigia di denari perdonava ad ogn’uno. Vespasiano Imperatore teneva nelle Provincie huomini rapaci, i quali chiamava sponghe: perche succhiavano con mille loro inventioni il sangue a’ miseri cittadini; ma udite strana, et insolita avaritia di Costante Imperator terzo che sforzava i sudditi à vendere i propri figliuoli per trovar denari. Ancho un grande avaro fù Ridolpho Imperatore. Appolonio Tineo dice, che Platone fù avaro, et che per questo seguì Dionisio fino in Cicilia. Ma che diremo di Vittelio Imperatore? Ilquale fù cosi avaro, che non solo voleva la roba: ma uccideva ancho le persone, come fece un cavaliere, ilquale diceva, che havea lasciato herede la sua facultà Vitellio Imperatore, egli come questo intese fece trovare il testamento, et trovò, che il cavaliere lasciava herede ancho uno suo Liberto, senza altra cagione, per divorar tutta la facultà, fece uccidere il cavaliere, et il Liberto, et cosi rimase solo del tutto herede. Si legge che Marco Crasso ricchissimo fra Romani, come dice Cicerone nell’ultimo paradosso fatto contra di lui, essendo, mandato contra Parthi mostrò gran segno d’avaritia, laqual cosa sapendo gli astuti nimici. Fingendo paura fuggirono, lasciando il paese abbondantissimo d’ogni sorte di preda, ma pieno d’aguati, egli per la cupidità di predare corse, et incorse incautamente nelle celate insidie; onde essendo circondato da tutte le parti, perdè tutto l’essercito con grande infamia et dishonore. Perciò arrabbiato contra la sua avaritia si fece da un servo uccidere. Dopo gli fù tagliata la testa et posta un un utre d’oro strutto, et dettogli. Aurum sitisti, aurum bibe. Et per tale ignominioso vitio si oscurò ongi opera prima virtuosamente operata da lui. Però dice il Petrarca;

 

E vidi Ciro più di sangue avaro

               Che Crasso d’oro, e l’uno, e l’altro n’hebbe

               Tanto à la fin ch’à ciascun parve amaro:

              

Et Dante dice à Crasso.

 

Dici che sai di che sapor’è l’oro?

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Narra Plutarco, che Demostene fece bottega dell’arte oratoria pigliando denari, et scrivendo l’accuse a Formione, et Appollo doro avversari, et fù condannato di furto. Et spesso spesso haveva in uso di dire.

 

O Cives ò Cives querenda pecunia prius

               Virtus post nummos

 

Scrive Ovidio, che Mida Re di Frigia fù tanto avaro, che volle impretar gratia da Bacco, che ciascuna cosa ch’egli toccasse si convertisse in oro, et diceva à Bacco:

 

effice quidquid.

               Corpore contigero fuluum vertatur in aurum

 

O che contento, ò che allegrezza inaudita.

 

Vixque sibi eredens, non alta fronde virentem

               Ilice detraxit virgam: virga aurea facta est.

               Tollit humo saxum: saxum quoque palluit auro.

               Contigit et glebam: contactu gleba potenti

               Massa fit. arentes Cereris decerpisit aristas

               Aurea Messis erat. Demptum tenet arbore pomum

               Hesperi das donasse putes si postibus altis

               Admouit digito, postes radiare videntur.

               Ille etiam liquidis palmas ubi laureat undis

               Unda fluens palmis Danaen eludere possit.

               Vix spes ipse suas animo capit aurea fingens

               Omnia

 

Et piu fotto quando le vivande si convertivano in oro, et che mescolò l’acqua col vino, il qual tocco dalla bocca si trasmutò in oro.

 

Effugere optat opes, et quae modo noverat odit,

               Copia nulla famen revelat, sitis arida guttur

               Urit, et inviso meritò torquetur ab auro.

 

O quanti huomini sono nel tempo presente, iquali sopportereb-

 

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-bono di cambiarsi per avidità dell’oro in una statua d’oro; però questi avaroni vengono assomigliati à Tantalo figliuolo di Giove; che da Poeti è posto nell’inferno; perche lo scelerato diede Pelope suo figliuolo in un convito à mangiare alli Dei, et è oppresso da fame, et da setem ha le acque limpidissime come christallo infino al labro di sotto, et dolcissimi pomi, de gli arbori, et altri varii frutti pendono si che giungono al labro di sopra; Ma piegandosi fuggono l’acque, alzandosi fuggono i pomi, laqual cosa interviene all’avaro, ilquale benche sia in grandissima abodanza, non si cava mai la fame, et la sete d’oro. Onde si può à ragione esclamar con l’Ariosto, e dire.

 

O essecrabile avaritia, ò ingorda

               Fame d’havere, io non mi meraviglio

               Ch’ad alma vile, e d’altre macchie lorda

               Si facilmente dar possi di piglio:

               Ma che meni legato in una corda,

               E che tu impiaghi del medesimo artiglio

               Alcun che per altezza era d’ingegno

               Se te schivar potea d’ogni honor degno.

 

Et più sotto.

 

Altri d’altre arti, e d’altri studi industri,

               Oscuri fai, che sarien chiari, e illustri.

 

Ma che diremo noi di Pigmalion avarissimo, et crudelissimo Tiranno, ilquale senza haver rispetto alla parentela cosi empiamente uccise il marito della sorella Didone, come si legge nel libro primo dell’Eneide.

 

Ille Sicheum

               Impius ante aras, atque auri cecus amore

               Clam ferro incautum superat securus amorem.

 

Ne volgio lasciar Polimnestore, ilquale di avaritia non si lasciò porre il piede inanzi alcuno, à cui l’infelice Re Priamo havea dato il caro Polidoro à nutrire con gran somma d’oro, et l’iniquo huomo spinto da questo enorme vitio uccise il misero Polidoro, il

 

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quale chiamava in testimonio huomini, et Dei, con tanti strali, che lo coperse, et però Virgilio fa che dica ad Enea.

 

Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum

               Nam Polidorus ego: hic confixum ferrea texit

               Telorum seges iaculis increvit acutis.

 

Et anco Euripide nella tragedia nomata Ecuba fa dire à Polidoro, come per avvidità dell’oro, il buon Rè lo uccidesse, con tai parole.

 

Mox me paternus amicus auri gratia

               Miserum trucidat, ac trucidatum salo

               Exponit, aurum ut ipse possideat sibi.

 

Fù nella Città d’Arezzo di Toscana un gentil’huomo dell’antica famiglia de Vespucci, assai commodo de’ beni della fortuna, havendo due mila scudi l’anno di entrata; ma oltre à modo avarissimo: percioche datosi ad accumolar denari andava sempre fra se stesso pensando qualche novo modo, co’l quale potesse accrescere le sue ricchezze. Onde primieramente cominciò à scemar le proprie spese: et havendo una casa assai buona, et grande la diede ad affitto, et egli si ritirò in una casetta vicina alla stufa di un fornaio: accioche in un medesimo tempo li fosse casa, et fuoco, fuggiva le serve, et i servi, più che non si fa il veleno; dicendo che la natura il havea dato due mani, accioche lo servissero, et che era un huomo ben da poco colui, che non si sapea riffare il letto, scoparsi la casa, et cucinarsi il vitto. Un paio di scarpe vecchie gli daravano un’anno. Haveva una berretta, che fù di suo avo ritinta delle volte ben venti. Portava i capelli lunghi, affermando, che gli huomini nell’età dell’oro non si tosavano due volte in sua vita per conservarsi sani. Cuciva così bene, come un buon sartore. Beveva chiare volte vino, et bene ad acquato; percioche non voleva contentar la gola. Mangiava pane il più nero di Arezzo, et di mezza farina, dicendo che si rovinavano gli stomachi co’ cibi tropo delicati. Carne egli non mangiava se non un poco di testa di pecora il dì di Pascua. Mentre caminava per la Città sempre guardava in terra per ritrovar qualche cosa buona per lui, et diceva, che era peccato lasciare andare à male alcuna cosa. Biasimava l’otio, affermando che era peccato non

 

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de sette mortali, ma nello Spirito santo. Onde egli continuamente ò cuciva guanti, ò faceva bottoni. Stupiva fra se stesso, come alcuni huomini spendessero quattro scudi in un paio di fagiani, et li havea per huomini di poco intelletto: andava à dormire à hore ventiquattro; dicendo che era gran sanità, et la mattina nell’uscire del Sole levava di letto. Non portava camiscia, ma solamente alcuni collari di tela assai grossa. Vestivasi di pelli di camozza, lequali si conservano gli anni non punto unte; non toccando egli cosa alcuna, che bruttar le potesse. Andava spesso à difinar con questo, et con quello gentilhuomo, lasciando uscire di bocca, che teneva più conto di un’amico, che di un parente, et che co’l tempo lo vederebbono, et cosi credendo, che lor volesse lasciar heredi; lo invitavano spesso, et egli allegro accettava lo’nvito; percioche un desinare li scusava per tre pasti, stando la sera inanzi senza cena, et ancho la sera del giorno, che havea mangiato co’ suoi amici. Dava ad usura cinquanta per cento co’l pegno in mano. Spesso chiamava la natura manchevole; percioche havea fatto l’huomo igniudo, et goloso, non mangiando, come fanno gli altri animali herbe. Non havrebbe fatto una limosina, ancorche fosse stato sicuro di dar la vita à tre persone con un quattrino, dicendo che si nutrivano poltroni, et ladri: riputava superflue le cose, che ornano la casa, però non haveva altro, che uno stramazzo senza lenzuola. Nel freddo si intrateneva dal sopradetto fornaio, et in segno di gratitudine movea con un piede la culla, ove era un bambino del fornaio, havendo sempre occupate le mani; et diceva gran male di certi superboni, che sdegnano la pratica de galant’huomini. Se voleva pigliare alcuna ricreatione, cosa che rade volte accadeva, caricavasi di varie cosette buone per gli huomini di villa, et se ne andava à buon passo ad un suo podere lontano d’Arezzo delle miglia ben dieci, et poi la sera ricreandosi nel vendere quelle bagaglie se ne ritornava à casa. Affitava i suoi luoghi di villa à denari contati intanti il tempo un’anno. Havendo accumulato gran quantità di denari non si partiva più di casa in alcun tempo dell’anno: dubitando che non li fossero furati. Venuto il tempo dell’morire s’infermò di una passione di stomaco acerbissima, et essendo andato un suo amico à visitarlo li disse. Signor Cosmo, voi pagheresti ben dua mila scudi, et essere sano: vorrei havere altro tanto male, soggiunse l’avarone, et

 

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haverne cento appresso questi, ch’io ho. Disse l’amico voi morireste, et egli, che importerebbe à me, più tosto desidero esser ricco morto, che vivo povero. In questo tempo mangiava qualche ovo, et un poco di pane grattato con l’oglio: vittelo mai non volle comperare: la notte poco dormiva, havendo il cuore a’ denari, sopra quali giaceva. Avicinandosi l’hora della morte chiamò un notaio et fece testamento, che voleva esser sepulto co’ denari. Onde i parenti, i quali mai non si approssimavano à casa sua li mandarono un Padre di San Francesco, accioche si confessasse, et gli uscisse del capo questo suo desiderio. Il Padre fece l’ufficio suo, ma indarno; percioche adirato disse, à Dio buon compagne. Ma essendo poi venuto alla cosa di lasciar i denari, più non li volle parlare, ne volle in modo alcuno più confessarsi. Dicendo finalmente, che i denari non si acquistavano con fatica per lasciarli dietro di se, et cosi con le mani al sacco, et gli occhi verso loro morì dicendo. Ò quanto ho speso misero me in questa malatia. Ma certo Nabide Tiranno vinse questo avarissimo huomo; perche egli non rubbava, ne toglieva per forza, come faceva questo tiranno, ilquale le spogliò tutti gli huomini sudditi delle lor ricchezze, et denari. Sforzò la moglie ad andare in Argo, et fece, che mettesse in essecutione una astutia che le insegnò, et è questa, ch’ella invitasse le più nobili, et ricche donne di Argo, et poi con lusinghe, et con minaccie togliesse gli ornamenti loro, et le vesti pretiose, et ella il fece per comandamento dello scelerato huomo. Et un grande avarone fù Don Robles Spagnuolo, ilquale essendo al governo d’Utrec con molte rapine, come dice Mambrino Roseo, accumulò molti denari. Achille come è noto à ciascuno era tanto avaro, che vendè il corpo morto di Hettore. Si può sentire la piu scelerata avaritia? Onde Virgilio dice.

 

Exanimumque; auro corpus vendebat Achilles.

 

Avarissimo entiandio fù Barnaba, che scorticava i popoli del suo Stato per accumolar denari, come scrive Mons. Paolo Giovio. Et il Tarcagnota mostra nelle sue Historie del mondo, che avarissimo fù uno capitano de cavalli Traci, ilquale nella ruina di Thebe entrò in casa per forza di Timoclia sorella di Teagebe nobilissimo Thebano, et dopo che l’hebbe violata, la cominciò à tentare parte con

 

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minaccie, parte con piacevolezze, dove havesse l’oro, et l’argento ascoso, et ella, che prudente era, rispose, che poi che la sua fortuna le havea lui dato per Signore, et difensore, non voleva celarli, come havea in un pozzo senza acqua molti vasi d’oro, et argento, et molte vesti pretiose; egli come udì questo di allegrezza non sapeva che si facesse, et subito fattosi mostrare il luogo, benche di notte fusse, discese lentamente nel pozzo in giubbone, et ella, come al fondo giunto il vide, tirandoli molti sassi l’uccise, et cosi ricevette il premio della sua avaritia. Avarissimi furono i Corintii, i quali olsero nella lor nave Arione musico eccellentissimo; et accorgendosi gli scelerati, che egli haveva molti denari seco, lo volevano gettare in mare, per restarne padroni. Il musico, come questo intese tentava con l’oro che seco havea, et con preghi, di comprar la vita. Ma il tutto fù vano, solamente ottenne con molti preghi di poter cantare, et suonare con la sua citera, ornato delle sue pretiose gioie, et fu la prua cantò si dolcemente, che gli humidi pesci ne presero diletto, et poi si gettò in mare, un delphino portollo à salvamento nell’Isola di Tenaro, et egli andò à Corintho al Re Periandro, ilquale diede il meritato castigo à quelli avari marinari.

Vespasiano, come referisce il Tarcagnota, et Svetonio, fu molto avaro, et per accumular denari accrebbe i dazii, et ne mise de’ nuovi, raddoppiò alle provincie i tributi, et in quelle teneva huomini avarissimi, i quali chiamava Spongie, perche succhiavano con mile loro inventioni il sangue a’miseri Cittadini. Et era tanto dominato da questo vitio, che vendeva gli honori della Città, l’assolutione de gli incarcerati; ò giusta, ò ingiusta cosa che fosse. Ma udite cosa in vero degna di riso. Venne la sua avaritia à segno tale, che fino sopra l’orina pose il datio. Onde essendo ripreso dal figliuolo Tito il primo argento, che cavò di cosi ignominiosa gravezza, l’appressò al naso del figliuolo, et domandollo su puzza alcuna ne sentiva. Tito rispose di nò, et pur questo di orina viene disse. Vespasiano. Questo datio si chiamava Crisargiro, il quale fù fatto di tal forte, come dice Giorgio Cedreno. Il Crisargiro fù pagamento tale, che ciascuno ricco, povero, mendico, vecchio, giovine servo et parimente fatto libero recasse al tesoro per l’orina una certa quantità di denari; et del bestiame si faceva il simile, et etiandio gli huomini, che habitavano nelle Ville erano costretti di portare denari al tesoro. Gli huomini, et le donne pagavano una moneta d’ar-

 

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-gento, il cavallo, il bue, et il mulo altrotanto, ma l’Asino, et il cane sei folle, et l’istesso racconta Costantino Manassè dicendo, Anastasio Imperatore sospese il Crisargiro, il quale era, che ogni femina, huomo, fanciullo, servo, et libero pagasse una moneta d’argento per l’orina, et lo stesso i muli, i Cavalli, et l’altro bestiame. Questo datio fù principato da Vespasiano, et finì al tempo di Anastasio, che vergognandosi lo levò via. Da questo si può considerare quanto liberale, et magnifico fosse Vespasiano, il quale anchor che raccogliesse infinita quantità d’oro, et d’argento per li infiniti datii, nondimeno sempre n’era sitibondo: onde si può dire che in questi tali Crescit amor Nummi, quantum ipsa pecunia crescit. Et conoscetelo da questo. Intendendo questo Principe avarissimo da alcuni ambasciatori che la lor Città voleva alzarli una statua con grande spesa in suo honore, egli subito stendendo la mano come per ricevere l’argento, che havevano à spendere disse. Ecco qui la base, non la dirizzate altrove. Scrive Emilio Probo, che Militia de fù avarissimo lasciando egli diprendere l’Isola di Paro; perche era stato corrotto con doni dal Re dell’istesso luoco et queste sono le sue parole. Accusatus ergo proditionis, (?) Parum expugnare posset à rege correptus ifestis rebus à pugna discessisset. Non cede à costui come si legge nel suddetto scrittore, Lisandro, il quale essendo stato avarissimo verso il suo essercito, et verso altre persone, et dubitando che una cotal nuolla non venisse alle orecchie de suoi Cittadini, pregò Farnabazo, che scrivesse un libretto, nel quale mostrasse con quanta pietà, sanità, et liberalità si portò col suo essercito. Farnabazo, che era huomo accorto, et nemico de gli avari, fece due libri di una medesima grandezza, co medesimi ornamenti, et sigilli, in uno alzava fino al Cielo le opre di Lisandro, et à lui lo mostrò. Ma nella sua partenza li diede l’altro, nel quale con diligenza raccontava la sua perfidia, et avaritia. Il povero avarone giunto alla Patria presentò il libro in sua lode, il quale oltre modo l’accusava, pensate voi, come rimanesse questo galanthuomo vedendosi si schernito dall’amico. Non voglio che rimagna à dietro Pertinace Imperatore Romano, di cui scrive il Tarcagnota dicendo fù molto avaro, et misero nella vita privata, laquale illiberalità essendo Imperatore ne suoi conviti mostrò. Era sempre largo nelle parole, ma nell’opere molto scarso. Scrive il sopra citato autore che Domitiano era tanto avido di ricchezze, che usava ogni mali-

 

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-tia, et ogni fraude per haverne, et per ogni leggerissima causa confiscava, et rapiva i beni altrui. Cosa vergognosa certamente, che gli huomini habbiano si cupa fame, et si accesa sete di oro. Onde sono simili al fuoco, à cui quanto maggior nutrimento porgi, tanto piu avido di nuov’esca diviene: Raccotando il Giovio il sacco di Roma fatto da francesi dice, che ogn’uno con infatiabile crudeltà usava ogni sorte di tormenti ne i nobilissimi corpi de Cittadini per ingordigia d’oro; ancora che havessero havuto grandissima quantità d’oro, et d’altre cose di valuta: nondimeno hebbero ardire di trarre fuori dalla sepoltura Papa Giulio molto tempo morto, per torli un anello. Ma udite quel che narra Appiano Alessandrino. Quando i Trumuiri havevano condannato à morte molti Cittadini Romani, et havevano promesso premio à chi li uccideva, molti per guadagnare si mescolorno fra soldati, andavano alla caccia d’huomini, come si fa di fiere. Questi sono gli essempi de gli huomini avari, che gia furono Illustri, et famosi, percioche s’io narrar gli volessi tutti, che di tal nattura sono, poco spatio di tempo sarebbe un’anno intiero. Bene è vero, che hanno sempre con esso loro un continuo dolore. Cedano adunque gli huomini innumerabili di tal vitio macchiati à due, od à quattro Donne poste per essempio d’avaritia da Giuseppe Passi, ilqual merita gran lode; perche io credo,che si habia affaticato molto in ritrovarle.

 

De gli Huomini.

 

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De gli Invidiosi.             Cap. II.

 

 

E di tanti mali, et inconvenienti cagione la maledetta, et rabbiosa invidia, che si può con ragione concederle il primo luogo dopo l’avaritia, come vitio, che precede à tutti gli altri seguenti; et colui, che invidia ò ricchezze, ò dignità d’altrui, non si può dire, se non che habbia un’animo scelerato, et iniquo; percioche non è altro l’invidia, che uno interno dolore, ò dispiacere delle prosperità altrui; cosi la descrive Speusippo Platonico nelle diffinitioni di Plat. dicendo. Invidia est tristitia ex amicorù bonis sive presentibus, sive futuris, vitio certo di un’animo cattivo. Ma non è tanto il danno, che bene spesso suole à gli altri apportare, quanto ne sente, et prova lo stesso invidioso. Onde lasciò scritro Oratio nel libro primo delle Epistole, che i Tiranni di Cicilia non trovavano il maggior tormento dell’invidia, et dice.

 

Invidus alterius rebus maci essit opimis.

            Invidia ficuli nòn invenere Tiranni

            Maius tormentum.

 

Et in vero l’invidia distrugge l’invidioso istesso, anchor che goda dell’altrui male. Onde Annibal Caro ne’ suoi sonetti, cosi la descrisse.

 

Vibra pur la tua sferza, e mordi il freno

            Rabbiosa Invidia, habita ò speco, ò bosco.

            Pasciti d’Idre, e mira bieco, e losco,

            E fa d’altrui tempesta à te sereno:

 

Et i’ Sannazaro volendo mostrare, che l’Invidia è una peste che consuma se medesima dice:

 

 

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L’invidia figliuol mio se stessa macera,

            E si dilegua come agnel per fascino,

            Che non le giova ombra di pino, ò d’acera.

 

Con miglior modo la manifestò Ovidio nelle Metamorphosi ma per concluderla io porterò qui i versi d’uno Epigramma attribuito à Virgilio, nel qual si scuopre una perfettissima descrittione dell’Invidia, et èquesto.

 

 

Livor tabisium malis venenum

            Intactis vorat ossibus medullas,

            Et totum bibit artubus cruorem,

            Quo quisque furit, invidetque sorti,

            Ut debet, sibi paena semper ipse est.

            Testatur gemitu graveis dolores.

            Suspirat, gemit, incutitque denteis,

            Effudit mala lingua virus atrum

            Pallor terribilis genas colorat.

            Infelix macies remudat ossa

            Non lux, non cibus est suavis illi.

            Nec potus ivvat, nec sapor Liei:

            Vivit pectore sub bolente vulunus,

            Quod chironia nec manus levarit.

            Nec Phaebus sobolesue clara Phaebi.

 

Et è tanto potente l’Invidia ne’ cuori de gli huomini, che molti volendo invitare i Regi, et i principi à nuove discordie, et guerre pongono dinanzi à gli occhi loro i titoli illustri, l’antichità del regnare, i trionfi, la grandezza de gli stati altrui, et l’ubbidienza de feudatari, dalle quali cose stimulati prendono bene spesse volte l’armi contro ad ogni ragione, et di questo ne fa fede il Guicciardini, et Monsignor Giovio et tralascio per hora gli Historici antichi: Di questo potentissimo mezzo finge l’Ariosto, che se ne servisse Alcina nella persona di Gano, il quale conoscendo la potenza, et i danni, che sempre guida seco questa peste de gli animi, fa che Alcina honorasse con queste parole l’Invidia.

 

 

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O de gli Imperatori Imperatrice,

            (Cominciò Alcina) ò de li Re Regina.

            O de’ Principi invit ti domitrice,

            O de’ Persi, e Macedoni ruina,

            O del Romano, e Greco orgoglio ultrice,

            O gloria, à cui null’altra s’avvicina,

            Ne mai sarà per appreffarsi s’anco.

            Il fasto levi à l’alto imperio franco.

 

Fra gli huomini celebri, che da questa signoreggiati furono, anchor ch’o creda che molti fossero, et siano da tal vitio infetti; latè enimpatet hoc vitium, et est in multis incidere, scilicet: Come scrive Cicerone ad Appio Pulchro: Voglio dare il primo seggio à Caligula Imp. accioche egli non invidiasse alcun’altro, che à lui proponessi: era tanta l’invidia, che egli portava à gli huomeni, che si distruggeva dolendosi, ch’essi havessero statue, et honorate memorie de’ loro antichi. Però ne fece spezzar molte, et gettare à terra. Oltre à questo procurò con ogni suo potere, che si estinguessero i gloriosi poemi di Virg. e d’Homero. Diceva, che Virg. era stato un huomo di poco ingegno, Tito Livio un parabolano, Seneca, ch’in quel tempo era in grandissima stima, arena senza calce levò l’insegne, et gli adornamenti à molti illustri gentilhuomini Rom. ch’erano segni delle loro antiche nobiltà. S’abbassò ancora la sua invidia à cose più leggieri; percio che non v’era persona di cosi vile conditione, à cui non invidiasse alcuna cosa, et faceva infino tosar gli huomini, i quali vedeva, c’havessero belle, e lunghe zazzere, et faceva macchiare il volto ad alcuno, ch’à lui pareva bellissimo. Io non mi ricordo mai haver letto, ch’in una donna fosse tanta invidia, e tanta rabbia de gli honori, et delle bellezze altrui, com’io leggo di quest’ huomo. Non merita d’esser lasciato à dietro Cesare, che leggendo l’imprese d’Alessandro, piangendo si doleva, vedendo che le sue non erano eguali à quelle del Macedonico. Mi soviene di Marco Crasso, ch’era sempre punto dalla venenosa sferza dell’invidia per gli honori di Giulio Cesare, et di Pompeo. Fù anco stimulato grandemente da costei Isaccio Com meno, come narra Niceta Albominato da Cbone, c’havendo tolto l’Imperio al crudele Andronico, per invidia ruinò superbissime fabriche, et

 

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un’alta Torre, et altre bellissime habitationi vicine ad una fontana, le quali cose Andronico con grandissime spese havea inalzate, et per ornamento della città fatte, nelle quali si vedea essere ornamento, utilità, et piaceri. Mi soviene d’Alessandro figliuolo di Filippo, ch’era invidiosissimo della gloria d’Achile. Però dice il Petrarca.

 

Giunto Alessandro à la famosa tomba.

            Del fiero Achille, sospirando disse;

            O fortunato, che si chiara tromba

            Havesti, che di te si altro scrisse.

 

Et Carneade fù tanto invidiato, che nulla più, fiorì nel tempo di Catone, come scrive Valerio Massimo, pose lo suo studio in accordar le differentie, et varie sette de’ Filosofanti. Peripatetici, Epicurei, et Stoici; ma non lo pote far, come dice il Petrarca per, l’invidia altrui.

 

La lunga vita, e la sua larga vena

            D’ingegno pose in accordar le parti,

            Che’l furror letterato à guerra mena,

            Ne’l poteo far, che come crebber l’arti

            Crebbe l’invidia, e col sapere insieme

            Ne i cori enfiati i sui veneni sparti

 

Fù un famoso invidio Tito Flaminio, come dice Plutarco, che tutto giorno si rodeva fra se stesso di dolore per gli honori di Filipomene. Ne voglio tacere di Temistocle, che molte notti non dormiva; perche i trofei di Milciade lo tenevano desto. Ne d’Aristotile, che invidiava la gloria di Theodetto. Ne di Cato Uticense, che udendo le vittorie di Giulio Cesare s’ammazzò, et fece bene, che facendo cosi mostrò quello, che merita uno invidio, ilquale cerca di uccidere la fama, et la gloria altrui. Asinio Pollione haveva tanta invidia à Cicerone, che fuggiva udendolo nominare. Dove lascio Adriano? Che individuo tanto il buono Imperator Traiano, che i ponti fatti con gran spesa fece gettare a terra, et ruinare: accioche si estinguesse il suo nome come narra Plutarco. Scipione African

 

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fù etiandio molto invidiato da i Tribuni, e da principali della Città di Roma, et egli conoscendo la loro invidia se ne andò a Linterno villa à fare il rimanente della sua vita: et Tito Livio, come narra il Petrarca, era invidioso verso Chrispo Salustio, onde dice.

 

Crispo Salustio è seco, à mano à mano

            Uno che gli hebbe invidia, e vide il torto

            Ciò è il buon Tito Livio Padoano.

 

Torquato Tasso dice nel suo Poema, veramente degno d’ogni lode, che Gernando era pieno di questo mostro diabolico per la virtù di Rinaldo.

 

Tal che’l malingo spirito d’Averno.

            Che in lui strada sì larga aprir si vede

            Tacito in sen li serpe, et al governo

            De suoi pensieri lusingando siede.

 

Che dirò di Senofonte? Che impugnò i libri della Republica di Platone per invidia: che di Gano? Che cercava per invidia di distruggere la potenza di Carlo Magno, come dice l’ Ariosto, ilquale scoprendo ad Alcina il petto colmo d’odio, e di rabbia verso il Re Carlo dice.

 

Ma se piu tosto odiate, chi li è amico

            E di sua volontà vuol seguitarlo,

            Mè non havrete in odio, ch’io non l’amo,

            Ma il danno, e’l biasmo suo piu di voi bramo.

 

Et da questo si può comprendere di qual’astio, et di qual veneno hanno pieno il cuore questi invidiosi, che odiano, et opprimono le virtù, onde però il Petrarca, esclamando dice.

 

O invidia nemica di virtute.

 

 

 

 

 

 

 

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I difetti, et i mancamenti

 

De gli incontinenti, cioè Golosi, Ubbriachi, et Sfrentati.         Cap. III

 

Annoverano gli antichi, et i morali Filosofi tra i più gravi, et segnalati vitii la laida incontinenza; percioche offuscando la ragione i diletti de sensi vengono in un certo modo à privar l’huomo del suo proprio essere; che ella turbi la ragione per lo mezzo del diletto sensuale, lasciò scritto Speusippo dicendo Incontinentia est affectio trahens ad ea, quae iucunda videntur, praeter rectae rationis ivdicium. Le quali cose benissimo conobbe Ariost. nel libro 2. delle grandi Morali al cap. 7. et nel 3. delle Morali à Nicomacho dicendo. Incontinens est, quihonestorum tenet scientiam; sed eam non exercet, imo indulget corporis voluptatibus, quae vituperandae sunt, et circa has magis, quam par sit verlatur. Se adunque l’incontinenza è tale, ch’ella offuschi la ragione dominando i sensi del gusto, et del tatto, come dice Aristotile chi dubiterà, ch’ella non guidi gli huomini in mille errori, et inconvenienze? Et però da questa nascono furti, rapine, homicidii, tradimenti, et bugie, et rende l’huomo, come dice Aristo. imprudente, et lo dimostra con queste parole, Prudentem verrò incontinentem esse non contigit. Et di questo non è meraviglia; percioche antipone a’ diletti tutte l’altre attioni, anchor che nobili, et laudabili et si duole, e lamenta, incontinente quando ch’egli non ottiene il bramato fine, come si legge nel 3. delle Morali à Nicomacho al cap. undecimo. Fù incontinentissimo in ogni sorte di cosa Nerone, ilquale à freno sciolto si diede in preda à tutte le sceleratezze, et lascivie, che mai imaginar si possino, et l’Autor, che descrive la sua vita, dice che i suoi vitii furno tanto horribili, che per non offendere l’orrecchie di chi legge, hà proposto di non volervi scrivere, consumando egli in quelle dishonestà la maggior parte del tempo, et tutto il rimanente spendeva in giuochi, et in altri vitiosi essercitii, e spesso in conviti, i quali duravano tutto il giorno, et parimente tutta la notte: ne à questo sce-

 

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-lerato Imperatore cede pure in una minima parte Silla, il quale sempre si dilettò di facetie, di prattiche, di buffoni, e di persone ridicole et dishoneste: Ma come fù posto à reggere lo stato, ragunandosi con huomini sfacciatissimi, venuti dalle scene, et da gli spetacoli si stava à bere, et à mangiare con esso loro, et à dire parole molte sconcie, et vituperose anchor che fosse persona attempata, et per attendere alla gola trascurava molte attioni, lequali havevano bisogno di gran consideratione, et diligenza. Scrive Svetonio che Vittelio Imperatore era tanto goloso, che trovandosi in viaggio entrava per tutte le hosterie, et mangiava le cose, che vi trovava calde, et fumanti, et tal volta le reliquie del giorno inanti, et sempre comandava hora ad uno, hora ad un’altro, che lo convitassero. Sergio Galba fù anchora egli tanto gran mangiatore, et bevitore et sfrenato in mille altre dishonestà, che è più noto per loro, che per alcuna virtù; che fosse in lui. Ma che diremo noi di Domitio Afro; che per troppo mangiare st soffocò à tavola alla presenza di molti. Che di Catone Uticense? Ilquale era tanto amico del vino, che à lui si havrebbe lasciato abbrucciare, che continuava bevendo con gli amici infino all’Alba. Che di Comodo Imperatore? Ilquale consumava il giorno, et la notte per le taverne in conviti, in tracannare, et in mille altri vitii enormi, et brutti, in bagni, et in lascivie. Alessandro Magno fù oltre modo amator del vino, et facendo un convito promise la corona à chi più beveva; quegli che in quel contrasto si mostrò più invitto fù Promaco, ilquale tracannò quattro cantari di vino, et acquistò la corona et la vittoria. Ma perche il povero huomo dovea haver bevuto troppo poco, se ne morì nello spatio di due giorni, et ne morirono per lastessa cagione quaranta altri. Mentre Alessandro attendeva à perseguitar Dario, faceva alcuna volta grandissimi conviti, et godeva nella ebbrietà, et nelle Crapule un giorno, ch’egli era molto bene ubbriaco, se li fece inanzi una donna, per nome chiamata Thaide Ateniese, la qual piacevolmente lodando Alessandro, diceva ch’ella havea ricevuto in quel giorno grandissimo frutto delle fatiche, ch’ella havea sofferte à venire in Asia; veggendosi tanto accarezzata ne i superbisimi palazzi de’ Persiani, ch’ella havrebbe molto diletto se per ispasso, havesse potuto cacciare il fuoco nel palazzo di Serse, ilquale havea gia abbrucciata Atene sua patria. Stando Alessandro ad udirla, non li dispiacque quel pensiero, et cose caldo dal vino fat-

 

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-to accendere una facella, andò innanzi à tutti con esso lei, et cacciarono foco nel palazzo di Serse. Tutte queste cose narra Plutarco Ne ad Alessandro cede Tiberio Imperatore, che fino dalla sua fanciullezza li fù posto nome Beviero Mero, che dinota bevitore de’ migliori vini, et nella sua vecchiezza stava tutta la notte, et parte del giorno dando premi à chi più bevea. Ma dove lascio Diaocrate i Messenio? Che era piu ghiotto del vino, che l’orso del mele et facendosi un gran convito in Roma et essendo ebro si vesti da donna, et quivi saltò, et ballò, e fece mille altre pazzie, et l’altro giorno poi domandò aiuto à Tito; perche tentava di ribellar Messana à gli Achei, ch’era cosa di grande importanza, come dice Plutarco. Io non so come bene si convenissero insieme l’ebrietà, i salti, i giuochi con la gravitò quasi di Principe. Non merita silentio la voracità di Massimino, il quale, come scrive Capitolino, mangiava quaranta libre di carne al giorno, et beveva un’ anfora di vino. Per quanto mi pare, era molto sobrio. Etiandio Claudio Imperatore era tanto disordianto nel mangiare, et nel bere, et nell’altre sceleratezze, che li parea di non haver mai nè luogo, nè tempo bastante da satiar la gola, mangiava à corpo pieno, et poi si provocava il vomito, cosa più tosto da uno imperator di porci, che d’huomini. Et Cambisce essendo stato ammonito da un suo di moestico, che lasciasse l’ubbriacchezze, egli subito coo una saetta l’ammazzò. Ne voglio, che resti disguinto da questi golosi mangiatori Epicuro Ateniese figliuolo di Noede, da cui hebbe origine la setta Epicurea, ilquale ponendo il sommo bene nelle voluttà, et ne’ piaceri del corpo si armò con sottili argomenti contra Phiricide Filosofo. A costui piacque con tutta la sua compagnia il mangiare, il bere et it sollazzarsi; però diceva.

 

Post mortem nulla est voluptas.

 

Onde il Petrarca di lui parlando, dice:

 

Contra il buon fire, che l’humana speme

            Alzo ponendo l’anima immortale,

            S’armò Epicuro; onde sua fama geme

            Ardito à dir, ch’ella non fosse tale,

            Cosi al lume fu famoso, e lippo

            Con la brigata al suo maestro eguale.

 

P.157

 

Leggesi ne gli Epigrammi di Possidonio, et di Theodoro, d’alcuni huomini, che mangiavano fino un bue: ò come male sarebbono stati sotto Pittagora, che non voleva, che si mangiasse carne; non è cosa giusta, che io lasci à dietro il Re Antioco, ilquale giorno, e notte attendeva alle crapule, et al vino: nè giusto è, che io lasci Trasimarco Macedone, il quale illustra Timacreonte, dicendo di lui.

 

Plurima edens, permulta bibens, mala plurima dicens:

 

Scrive Aristotile nell’Etica, che uno desiderava di havere il collo di grue, per poter più lungamente gustar il vino, ch’io penso, che non li piacesse punto. Epicarmo nel suo Busiride della ingordigia loda Ercole dicendo.

 

Intus sonat guttur, sonantque maxillae

            Simul dentes, dens caninus instrepit,

            Exibliant nares, et ipsam aurem movet.

 

Non voglio gia lasciar da parte Sardanpalo, ultimo Re de gli Assiri, huomo deditissimo à tutte le voluttà. Costui di mangiare, e di bere non cedeva a più famoso huomo dell’età sua. Spesso si vestiva da donna, et stava ancora egli ritirato con le altre donne; in questo tempo Arbace capitano de Persi, intendendo la vita d’un cosi famoso, huomo, venne, et assediollo, et il galante huomo, disperando la salute, fece accendere uno grandissimo fuoco, gettovi dentro le cose più care, et anco molte cose da mangiare, et finalmente se stesso et fece queste parole sopra la sua sepoltura. Mangia, bevi, et giuoca, che dopo morte niente piace. Che dirò di Ciacco che in lingua Fiorintina vuol dir porco, parlando di Boccaccio di lui dice. Essendo uno in Firenze da tutti chiamato Ciaccho, huomo giottissimo quando alcuno altro fosse giamai, et con quello che segue. Dante lo pone nell’inferno, et à lui fa dire cosi:

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

            Per la dannosa colpa de la gola,

            Come tu vedi à la poggia mi fiacco.

 

Furono tanto mangiatori, e golosi i compagni d’Ulisse, come ra-

 

 

 

 

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-conta Homero nel libro duodecimo dell’Odissea, che rapirono i bue del Sole, et con grande avidità cercavano i più grassi, nè fecero alcuno profitto i ricordi d’Ulisse, i cui versi Greci tradotti da Girolamo Bacelli così suonano:

 

Sei giorni intieri i miei compagni amati

            Mangiar gli armenti del lucente Sole,

            Sempre scegliendo i più grassi, e megliori,

 

Ma ben portorono la pena della lor gelosità tanto accesa, quando Giove ne prese vendetta, che vibrando il fulmine ardente, percosse la nave, et si può dire,

 

Che sol foco per foco allhor si spense.

 

Cioè il fuoco della gola col fuoco celeste. Moschino era un gran bevitore, quando non era ubbriaco li pareva d’esser morto, però dice l’Ariosto parlando di lui, quando vien gettato da Rodomonte nell’acqua.

 

Getta da’ merli Andropono, e Moschino

            Giù nella fossa, il primo è Sacerdote,

            Non adora il secondo altro, che’l vino,

            E le bigonze à un sorso n’ha gia vote,

            Come veneno, e sangue viperino,

            L’acque fuggia, quanto fuggir si puote,

            Hora quì more, e quel che più l’annoia,

            E’l sentir, che nell’acqua se ne muoia.

 

E Grillo, forse, che ancor egli non era un bello, e buon bevitore? Come dice il medesimo;

 

Poi se ne vien, dove col capo giace,

            Appoggiato al barile il miser Grillo

            Havealo voto, e havea creduto in pace

            Godersi un sonno placido, e tranquillo,

            Troncogli il capo il Saracino audace,

            Esce co’l sangue il vin per uno spillo,

 

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Di che n’hà in corpo più d’una bigoncia,

            Di ber si sogna, e Cloridan lo sconcia.

 

Gio. Bottero Benese (nelle sue relationi d’Europa), dice, che i Germani son dediti fuor di modo alla gola, et all’ebrietà; onde segue, che dificilmente diventano prudenti: percioche non è cosa, che più offuschi lo intelletto, et renda l’animo bruto, qual’è quello delle bestie, che la crapula, et il vino, et per la gola patiscono molte infirmità. Et soggiunge che nella guerra la cavalleria Tedesca è dispesa, e d’impaccio, più tosto, che di giovamento, et d’utilità, et la ragion’è questa, che i cavalli so togliono dall’aractro, et gli huomini dalla stalla. I Siracusani si ubbriacavano fino quattro giorni intieri. Perché rendete voi, che Mezentio porgesse aiuto à Tosani? Solamente, perche have an buon vino: non voglio, che il tempo mandi nel fiume dell’oblio la memoria di un gentilhuomo d’una città di lombardia, chiamata Pavia, ch’era huomo dotato di qualche virtù; ma povero, e goloso, come un gatto: se alcuna volta era invitato à disinare da qualche gentilhuomo, il quale havesse fatto desinare da huomo temperato, e savio, dopo incontrandosi in qualche suo amico, dal qual dimandato gli fosse, ove havesse mangiato, rispondeva piangendo: in inferno leccardorum; Ma quando mangiava con alcuno, il quale havesse havuta la tavola piena di molte, di varie, et di diverse vivande, et dimandato dove mangiato havesse da altri gentilhuomini, con faccia allegra, et con una voce gagliarda, e chiara, rispondeva. Non in Apollinem, come Lucullo: ma in Epulonem: Sono numerati fra gli ubbriachi di Caristia Filippo Re di Macedonia. Antigone, come scrive Philarco. Demetrio, come Polibio, et Agione Re de gli Mitii morì ubbriaco, ò che felice morte. Racconta Phanto, che Scotta figliolo del Re Crotone si ubbriacava ogni giorno, et se peraventura fosse stato un giorno senza si stimava più che morto si faceva poi portare per la città sopra un seggio d’oro, come se havesse trionfato per qualche illustre vittoria. Ma udite questo bello Epigramma composto da Polemone sopra Hicradione Re de’ bevitori.

 

Hircadionis habet tumulus hic ossa bibacis,

            Erectusque urbis proximus ille viale huic

 

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Charmilius, et Dorei posverunt mortuns est vir

            Dum magni calicis ebibit iste merum.

 

O che morte, già che pieno di vino se ne morì credo che sia invidiato da molti huomini della nostra etade. I Sicilini erano tanto ingordi, et voraci, che alzorono un Tempio alla Voracità accioche questa tale Dea non lasciasce loro mancare l’esca, et il vino, et non si può dire, che non fossero devoti, havendo, fatto opera tale. Era tanto ghiotto Hiperido, che avanti giorno correva fuori di casa, per che non fossero da qualche uno altro tolti i megliori bocconi, ne mai haveva tanto sonno la mattina, che la gola non lo potesse destare. Aristippo era tanto mangiatore, e goloso, che quando vedeva quelle parole di Platone, le quali sono queste. Quod in die aut se mel comedatur parcè, aut bis parcissimè. Subito con grande ira stracciava quella carta, ove erano scritte, et l’abruciava, che nulla più. Era una golosità astuta quella, che Crobulo Comico racconta di colui, che per timore, che gli altri non mangiassero, diceva.

 

Ad haec ego certè nimis calentia

            Nunc frigidas habeo manus.

Io non voglio, che il silentio mandi in oblivione la nobile memoria d’un gentil Cortigiano, ilquale non si dilettava, ne’ di pompa, ne di delicie, come sogliono fare molti gentilhuomini di simil maniera: in casa non havea specchio, ne pettini, se non quelli, che teneva: in bocca, co quali à tavola pettinava come un paladino, nè adoperava forchetta: ma come le dita, le quali con tanta prestezza, et celerità adoperava, che passava ogni sonatore di liuto. Se mangiava come un paladino; beveva come un gigante: Sempre voleva il vino Giudeo; perche diceva, che l’acqua era fatta per li pesci, et per le bestie, non per li galant’ huomini pari suoi. Costui bevea bene, et tanto devotamente, che ogni volta li venivano le lagrime da gli occhi; et benche si havesse posto un secchio di vino alla bocca, quando si spiccava il vaso da’ labri, erano tanto asciutti, quanto se fosse stato di mezzo giorno al Sole, quando egli è in Cancro, ò in Leone. Se dormiva comodamente bene; perche fra giorno, e notte non riposava meno di sedici hore, et questo era la sobrietà, et la gentilezza di questo gentilhuomo, Margutte è tanto no-

 

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-to, che non accade, ch’io di lui si scriva; ma in vece sua scriverò di Erisitone, che mangiò tutte le sue facultà, et vendè la figlia, come dice Ovidio nel libro. 8.

 

________ tandem demisso in viscera censu

            Filia restabat, non illo digna parente

            Hanc quoque vendit inops.

 

E così Erisitone vendè la figlia più volte, et all’ultimo mangiò se stesso, onde Ovidio disse.

 

Ipse suos artus lacero divellere morsu,

            Cepit, et infelix minuendo corpus alebat.

 

I quali versi recati in ottava rima dal Maretti cosi suonano.

 

Le stesse membra incominciò col dente

            Ad ammorsar la carne sua ingogiata,

            Il nutrimento il misero porgendo

            Al corpo, il corpo stesso sminuendo.

 

Questi sono gli essempi de gli huomini incontinenti, co’ quali se si dee comparare il sesso donnesco ditelo, et consideratel voi; perciò che io mi credo, che commettessero più atti d’incontinenza Eliogabalo, et Nerone soli, che tutte le donne insieme: ancorche fossero tutte le morte, le vive, et le venture unite. Scrive Capitolino, che Clodio Albino era molto continente, et di poco cibo, percioche in un sol pasto non mangiava più di cinquecento fichi, cento pesci, dieci melloni, cinquanta persichi, dieci libre di uva, cento Beccafichi, et quattrocento ostriche. À me pare, che ei mangiasse comodamente bene. Ma dove rimane Calicula, ilquale poneva il suo maggior pensiero in cercare stranissime maniere di cibo, sorbiva perle di smisurato prezzo disfatte nell’aceto, et Seneca scrive nel libro della consolatione da Helvida di G. Cesare l’armi ch’egli sia stato dalla natura prodotto: accioche mostrasse quanto potessero i vitii in estremità egli mangiò il costo in una cena di cento sesterci maggiori essendo in questo aiutato da tutti gli ingegni Cizza ladrone. Metello ove resta? Di cui scriva Salustio queste parole; volendo mostrare la

 

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sua golosità. Le vivande erano esquisitissime ricercate non solo da quella provincia ma etiandio oltre il mare della Mauritania, ò Barbaria, come uccelli di diverse maniere, et fiere pigliate con grande dificultà, et per l’adietro non conosciute. Ma udite ciò che dice Seneca, volendo mostrare la smisurata ingordigia di Apitio, et di Ottanio essendo stato mandato à Tiberio Cesare un pesce mulo molto grande, ne voglio tacere il suo peso per destar l’appetito altrui, il quale era quattro libre, et mezzo. Allhora Tiberio per avaritia lo mandò à vendere in Pescaria, et egli stando ritirato diceva à gli amici, io m’inganno del tutto, se questo mulo non sia comprato da Apitio, overo da Ottavio l’aviso suo li riuscì oltre alla speranza; percioche amendue questi contesero del prezzo. Offrendo più per haverlo: ma vinse Ottavio acquistando gloria di un buon goloso, mercatando quel pesce cinque mila sesterzi. Dice Svetonio in Tiberio al capit. 34. quel Principe essersi lamentato perche tre Regali Marino, overo Barboni fossero venduti trenta mila sesterzi fù entiandio goloso, anzi golosissimo Apitio, del quale Seneca dice. Visse à l’età nostra Apitio, ilquale fece professione dell’arte del cucinare in eccellente guisa in quella Città, dalla quale erano stati cacciati i filosofi, costui con la disciplina sua corruppe quel secolo, la fine del quale è degne di sapere. Havendo costui speso nella cucina mille sesterzi maggiori si trovava oppresso da debiti, et fù costretto allhora fare i suoi conti: onde havendo pagato i creditori, non li rimase se non cento sesterzi maggiori. Et come nella sua vecchiezza egli havesse havuto à vivere in estrema necessità, si ammazzò col veleno. Questo haveva consumato il Patrimonio, il quale era due millioni, et cinquanta scudi Romani onde il miserello, non essendoli rimaso se non cento sesterzi maggiori. Cio è ducento mila scudi, à ragione si uccise, et volentieri morì; perche diceva, che non hauria potuto contentar le sue ingordigie in tal povertà. Catino Panegirico dice raccontando di alcuni Principi. Taccio la scelta infame de gli uccellator, et le compagnie de cacciatori raccolti sotto l’insegne, et noi habbiamo conosciuto non solamente il desinare di alcun Principe: ma l’intromessi di un piatto essere stimati mille sesterzi maggiori. Io resto stupefatta à considerare la gran voracità de gli huomini. Non voglio che resti fuori di questa compagnia Uguccione della Fagiuola, di cui scrive il Giovio dicendo. Essendo Vugoccione appresso il gran Can dalla scala sì vantò di essere un buono, et

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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valente mangiatore con tai parole. Mentre io era giovine per poco ch’io mangiassi, non mangiava meno di due paia di capponi, due paia di starne, un petto di vitello pieno allesso, un quarto di capretto arrosto, et altre cosette. Narra il Lardino, che furono molti giovani ricchi, i quali facevano cene, et desinari magnifici, et soverchie spese’ nel vestire, nel cavalcare, et ne servitori ferravano i cavalli con l’argento, et attendevano à mangiare, et sollazzare. Et questa era chiamata la brigata godereccia havevano messo in commune venti mila fiornini, et in venti mesi non solamente consumarono i vinti mila fiorini. Ma ogni la sostanza anchora. Fra costoro era lo Soricca, et Nicolo de Salembeni di Sciena, i quali ponevano ogni loro ingegno per trovar maniere novelle di vivande trovarono le fritelle Ubaldine, Bramangiari et altri sorti di cose. Havevano un cuoco, il quale fece un libro delle vivande ritrovate da loro. Furono inventori di mettere garofani, et altre specierie fu gli arrosti. Onde mi pare che resti molto à dietro Melibea Melenzona nelle cose trovate per la gola scrivendo il Passi, nel capitolo delle donne golose, ch’ella fusse inventrice della Peverata, et che ponesse uso il mangiare i Lupuli, i cocumeri, et le zucche, et deve pur sapere, che zucche, cocumeri et Lupuli non sono cose da persone golose, anzi troppo continenti; perche fino gli Eremiti, i quali fanno vite asprissime ne gli Eremi mangiano simili cose. Scrive Herodiano, che i sergenti di Pertinace malvolentieri sopportavano la modestia, et integrità di lui: ma vaghi della tirannide, delle rapine, et lascivie, et ubbriacamenti si consigliarono di uccidere il buon principe Pertinace, si come coloro, à quali spiaceva la sua bontà: però volevano trovare uno, à cui dessero lo imperio dishordinato, et pieghevole alle loro pessime voglie: cosi adirati corsero con le spade nude al palazzo imperiale, et uscisero Pertinace. Da questo atto pieno d’in humanità si può’ conoscere di quanta molestia, et noia sieno le virtu di appresso à gli huomini: poi che satii, e fastiditi del buono Imperatore Pertinace cercarono di levarli la vita: et accioche salisse à tanto honore uno, che fosse ubbriacco, et incontinente elessero Giuliano à cui per danari diedero l’imperio; perche sapevano, che era huomo di mala vita, et infame, ubbriacone, et crapulone, et queste furono le virtù, che ricercavano nello imp. quei buoni huomini. Di Ottone dice Plutarco, parendoli che basti à mostrare la sua vita queste parole. Ottone visse tanto dishonestamente, quanto Nerone. Ma

 

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udite queste nuove sorti d’ingordigia. Racconta il Botero, che coloro, che habitavano nel Brasil, non finivano mai di bere, crapolare, et uccidersi l’un l’altro per mangiare et dice, trattavano lautamente i prigioni fatti in guerra, et quando vogliono fare qualche festa solenne, legano con più corde il più grasso, et lo tingono di varii colori, et l’adornano di diverse penne, et per farli carezze li rilasciano i lacci, et i nodi, et li danno largamente da mangiare, et da bere. Dopo tre giorni fanno, che i fanciulli, et le fanciulle lo tirano hor da una parte hor da l’altra con le corde, le quali li sono legate intorno al ventre. L’altra brigata li lancia pomi, et altri frutti egli levando di terra i frutti, che può levare li rimanda contra i suoi percossori, sforzandosi di vendicarsi. Dimanda talhora in mezzo del giuoco da mangiare, et da bere per ripigliar le forze: allhora si rinuova la battaglia, et li rispondono, tu pagherai il fio d’ossa, et di polpe per le tue ribalderie; perche noi ti faremo in pezzi, et ti trangugieremo arrostitio. Risponde l’altro fate quanto voi volete, che non si potrà dire, ch’io sia morto da un huomo vile, se voi ammazzerete me, io ho prima ammazzato molti de vostri, et ho fratelli, et parenti, che mangiando una altra volta voi non lascieranno la mia morte in vendicata, dette queste parole lo cacciano in una gabbia grande, et spaziosa co’l suo custode coperto di varie piume, et variamente dipinto ilquale con un coltelazzo in mano salta, fischia, et mena il coltellazzo attorno. Il prigione hor si spinge inanzi per torli il coltello, hor si ritira per fuggire il colpo, finalmente per dare fine alla festa con alcuni colpi l’abbatte, et poi con un fendente gli spezza la testa, et li sparge il cervello. L’arrostiscono poi, come si fanno i porci, et ne fanno un magnifico convito. Dice ancora, che i Brasili havevano ucciso un prigione, il quale era stato nutrito con molta delicatezza, et mentre lo volevano inspedare sopravennero alcuni Padri Christiani, che havevano la lor chiesa poco lontana dal luogo, ove si faceva questo, i Padri dopo molto contendere portarono vie il corpo, et lo sepillerono nel giardino. Dolenti i Barbari di tanta perdita, quasi s’impiccarono: ma quando fù venuta la notte, entrarono nel giardino, et andavano fiatando il luoco à guisa de bracchi, al fin lo trovarono, et cominciavano à cavarlo fuori: ma sovragiungendo i Padri, fecero lasciar la desiata preda. Onde mesti, et mal contenti si partirono: et perche questo Padri andavano alle prigioni à tentare con varii mezi di salvare l’anime di quei miseri

 

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col Battesimo, i manegoldi gridavano dicendo, che le carni battezzate perdevano buona parte del lor sapore; et però cacciarono i Padri delle prigioni. Ma non si può sentire la più bella cosa di quella, che si fa nella valle di Note ne i confini del Popaxan, quivi i Caci chi vanno nelle terre di nimici à caccia di donne, et di ne conducono alle lor case quante più possono, et le tengono; accioche faccino figliuoli da mangiare, et li mangiano di dodici, et di tredici anni. Nel la valle di Guaca tenevano gli schiavi fatti in guerra, la maritavano con le lor parenti; accioche generassimo  figliuoli da mangiare et mangiano poi ancora l’istessi schiavi, quando à loro per la molta vecchiezza non nascono più figliuoli: ma che direbbe Pitagora di questi tali? Poi che biasmava il mangiar le bestie, come dice Ovidio.

 

Infandum scelse est in viscere viscera condi,

            Congestoque avidum pinguescere corpore corpus:

            Alteriusque animantem animantis vivere letho.

 

Lucio Vero fratello di Marco Aurelio Imperatore fù oltre ogni credenza dissoluto, et ingordo. Dice il Tarcagnota, che havendo l’Oriente bisogno della sua presenza egli non finiva mai di andarvi: ma si fermava hora in Cortino, hora in Atene, et in altri luoghi della Grecia: giunto dopo molti passatempi in Soria mandò i suoi Capitani à far guerra col Re de Parthi egli rimaso in Antiochia, ove fece vita dihonestissima con molti buffoni in conviti, et in giuochi. All’ultimo menò à Roma in vece di Regi prigioni una lunga schiera d’Histrioni, di musici, et di Arimi. Che diremo noi de gli huomini, di Chiusi? I quali allettati dalla dolcezza del vino passarono l’Alpi. Pensate, che à loro non doveva piacere punto il vino, cosi dice Tito Livio et ancho narra, che Arunte portò in Gallia il vino, sapendo quanto quella gente inclimata li fosse.

Io tralascio di raccontar, che l’hosterie siano sempre piene di questi incontinati maschi, et cosi tutti i luoghi, ove si vende vino, essendo queste cose à tutti notissime, si come anco è chiarissimo, che le donne non si ritrovano in simili ridotti, et luoghi.

 

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De gl’iracondi, bizzarri, et bestiali.

Cap. IIII.

E Tanto detestabile, et vituperoso il vitio della fiera, et precipitosa iracondia da ogn’uno, che sempre senza dubbio merita riprensione, et spesso castigo, nè meno ella oscura il lume della ragione di quello, che facci l’incontinenza, ancorche alcuni l’ira incontinenza chiamassero. O di quanti homicidii ella è cagione; percioche essendo l’Ira, come dice Speusippo: Prouocatio irascibilis animae partis ad ulciscendum. Spinge sovente gli huomini adirati à commettere simili eccessi per vendicarsi, bene spesso per leggierissimo oltraggio vien levata la cara vita ad altrui, et questo accadde; percioche l’ira il più delle volte accieca affatto la ragione, come si legge nel libr.5. della Politica, al capitolo decimo; et ch’ella offuschi gl’ingegno, è cosa certa; percioche si vede non rare volte un carissimo amico, un’obbediente figliuolo in un subito lasciarsi trasportar tanto dalla colera, che offende ò l’amico, ò l’amico, ò il caro padre, et di poi auuedendosi piange il commesso errore, la qual cosa osservando l’Ariosto, disse, nel canto triggesimo, stanza prima.

Quando vincer da l’impeto, e da l’ira

                        Si lascia la ragion, nè si di fende,

                        E che’l cieco furor si innanzi tira,

            O mano, ò lingua, che gli amici offende,

                        Se ben dapoi si piange, e si sospira,

                        Non è per questo, che l’error si emende;

                        Lasso io mi dolgo, e affligo in van di quanto

                        Dissi perira al fin dell’altro canto.

Per lo più s’adirano gl’iracondi con quelli, co quali meno si deurebbono adirare, o di cose lieui, e sprezzabili, et molto più di quello, che deurebbono, cosa certo indegna, et con bestemmie, et con gridi horribili assordano il mondo; onde si può dire con Ouidio.

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            Crimina dicuntur, resonat clamoribus ether,

                        Inuocat iratos est sibi quisque deos:

                        Pertinet ad faciem, rabidos compescere mores:

                        Candida pax homines, trux decet ira feras:

                        Ora tument ira, nigrescunt sanguine venae;

                        Lumina Gorgonio sevius angue micant.

Ad Alessandro Re di Macedonia io darò il primo honore accioche non auampasse d’ira. Era tanto estremamente agitato da questa furia infernale, che non sapeua frenare la sua natura. Però fece molti atti indegni, come uccider Clito, et altri Illustrissimi huomini di grandissima autorità, come Plutarco racconta; et però dice il Petrarca.

Vincitor Alessandro l’ira vinse.

Ma che dirò io di Valentiniano Imperatore di Roma, Ungaro di natione? il quale si adirò tanto fieramente contra certe legioni, che li si ruppe una vena nel petto per lo gridare, et poi versando l’anima, e’l sangue si morì pieno d’ira. Che di Catone? che entraua in tanta rabbia, che non si potea ne con preghi, ne con altra cosa placare. Ma di più crudele, et feruente ira fù pieno Perso Re di Persia, che uccise due, i quali amicheuolmente lo consolauano. Si può vedere il più brutto essempio di costui? poi che priua di vita chi con dolci parole cercaua di mettere allegrezza nell’animo melanconico di lui. Ma doue lascio Cambise, ancor’esso Re di Persia? che non potendo hauere la figliuola del Re d’Egitto viua, fece tirarla fuori della sepoltura, et fece col ferro piagarla, et batterla, et di poi abbrucciare, come dice Battista Ful. è ben rabbia veramente irrationale, incrudelire contra un corpo esanimato. Herode Re de’ Giudei, figliuolo d’Antipatro, essendoli detto, che la moglie li voleua dare il veleno amatorio, senza cercar più oltre, preso da una fervente ira la fece ingiustamente uccidere. Ma dopo essendosi scoperta la verità, et raffreddato quello acceso furore irrationale piangendo la chiamaua. Onde parlando di lui il Petrarca dice;

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            Vedi com’arde prima, e poi si rode,

            Tardi pentito di sua feritate

            Mariane chiamando, che non l’ode.

Ezzelino, che per l’ira commise tante crudeltà, non lascieremo gia à dietro; lascierò bene à dietro quello, che per ira fece verso gli altri, et solamente descriuerò quello, che fece verso se stesso: essendo ferito fù preso in battaglia, et fu medicato, et consolato assai nondimeno in lui mai si potè spegnere l’ira: et non hauendo armi, con che ferirsi, tenendo sempre gli occhi fissi in terra pieno d’una ostinata iracondia, si slegò la ferita, et la stracciò et cosi fini la vita, come scriue il Sabellico onde di lui dice l’Ariosto:

            Ezzelino immanissimo Tiranno,

            Che fia creduto figlio del demonio. 

Valerio Publicola per colera renunciò tutti i gradi honorati. I Francesi, come dice Tito Liuio, sono di natura iracondi. Ira grandissima fu quella di Tideo, come narra Statio nella sua Thebaide, ilquale hauendo fatto amicitia con Polinice andò con gli altri regi contra Thebani, et essendo in battaglia s’incontrò in Menalippo, ilquale era in aiuto de Thebani, et da lui fu grauemente ferito, et Tideo pieno di grande ira l’uccise, et da poi vedendo che la sua ferita era mortale, si fece portar la testa di Menalippo, et con grandissima ira rodendola si morì, onde il Petrarca ragionando dell’ira dice;

L’ira di Tideo à tal rabbia sospise,

                        Che morendo ei si rose Menalippo.

Solimano fù anchor egli pieno di una colera irrationale, come dice Torquato Tasso; perche dopo, che hebbe ucciso Argillano, fece oltraggio al morto corpo.

            Nè di ciò ben contento: al corpo morto

                        Smontato dal destriero, ancho fa guerra;

                        Quasi Mastin, che’l sasso; onde à lui porto

                        Fu duro colpo, infellonito, afferra

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Et Marganor arrabbiò d’ira contra Drusilla, come l’Ariosto dice.

Tal Marganor d’ogni mastin, d’ogni angue

                        Via piu crudel fa contra il corpo essangue

Grandonio fù molto colerico, per quel che dice l’Ariosto

Si che senza poter replicar verbo

                        Volta il destrier con colera, e con stizza.

Alace figliuolo di Telamone, quando che i Greci giudicarono degno Ulisse dell’armi d’Achille, et priuorno lui, hebbe tanta ira, e dispetto, che diuentò matto, et furioso: et finalmente s’uccise; però udite quello, che dice Ouidio di lui.

Hectora qui solus, qui ferrum, ignesque Iouemquem

                        Sustinuit toties, unam non sustinet iram:

                        Inuictumque virrum vicit dolor arripit ensem,

                        Et meus hic certe est: an et hunc sibi poscit Ulisses?

                        Hoc ait utendum est in me mihi: quique cruore

                        Saepe Phrigium maduit: domini nunc cede madebit

                        Ne quisquam Aiacem possit superare, nici Aiax

                        Dixit: et in pectus tum demum Vulnera passum

                        Qua patuit ferro, lethalem condidit ensem.

Hor pensate voi, se questa doueua essere ira da giuoco. Ma di Achille, che diremo noi? che quando Agamenone dice di torli la figliuola di Briseo, tanta è l’ira, et il furore, che auampa, come dice Homero nel primo libro dell’Odissea con tai parole.

Sic dixit. Pelide autem dolor factus est: intus autem sibi cor

            In pectoribus hirsutis bifariam cogitauit

            An ipsemet ensem acutum extrahens à femore

            Hos quidem fugaret: ipse autem interficeret

            An iram sedaret compescereque furorem

Che tradutti in ottaua rima da Luigi Grotto cosi suonano.

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Qui tace, e siede il Re. Ma un furor folle

                        Tanto il figlio di Theti in questo auampa,

                        Che’l sangue intorno al cor, s’accende, e bolle

                        E un fortissimo duol nel sen s’accampa.

Et piu sotto, quando si era alquanto placato, hauendo veduto Minerua; non mancaua di usare parole oltraggiose ad Agamenonne le quali son queste.

Achille che de l’ira ancor riserua

            Nel cor qualche reliquia al Re proteruo,

            Conuerso grida in voce acra, et acerba;

            O de Greci signor del vino seruo,

            Di mente puerissima, e superba

            Re, c’hai faccia di cane, e cor di ceruo,

            Come per guida sua questo bel campo,

            Elesse un’huom più timido, che un tampo.

Considerate un poco, se l’ira in costui era gagliarda, non hauendo rispetto più al Re Agamenone, che hauesse hauuto ad un suo nimico seruo. Ma che diremo, di Già? che come si vide Cloante vicino nel giuoco delle naui, arse di tanta colera, che senza hauer rispetto al suo decoro, prese Minete nocchiero, e guida della sua naue e l’auuentò nel mare: come dice Virg. nel lib.5. dell’Eneida con tai parole.

Tum verò exarsit iuueni dolor ossibus ingens

            Nec lachymis caruere genae, senemque Menatem,

            Oblitus, decorisque sui sociumque salutis,

            In mare praecipitem puppi deturbat ab alta:

            Ipse gubernaculo rector subit: ipse magister.

Et questi versi tradotti in lingua volgare dal Caro, tali sono.

Grand’ira, gran dolore, et gran vergogna

            Ne sentì il fiero giouine: et piangendo

            Di stizza non mirando il suo decoro;

            Nè che Menete del suo legno seco

            Fosse guida, e salute, in mezzo il prese,

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Et da la poppa in mar lungo auuentollo,

            Poscia ei nocchiero, e capitano insiemo,

            Diè di piglio al timone.

Onde si può dire che l’ira è uno distruggimento di tutte le virtù, come dice il Trissino.

            Ma se tu lasci dominarti à l’ira,

            Quale eccellenza haurai, che non ti guasti?

 

De’ Superbi, & Arroganti.

Cap. V.

 

Lo stimarsi, e il giudicarsi più degno, e più nobile de gli altri senza dubbio è atto di superbia: non essendo la superbia altri, che una falsa estimatione di se medesimo, per la quale si crede di hauere una libera superiorità, e impero sopra ogni persona, ancorche ne diuiene arrogante, insolente, sprezzatore di Dio, e de gli huomini, uantatore, ostinato l’ambitioso, e ingrato nelle sua attioni, e per concluderla è la superbia unaradice, e origine di grauissimi errori. Furono molto gli huobi, a i quali, come dice Pub.

 

Citò ignominia sit superbi gloria,

 

Io incomincierò da Giulio Cesare; accioche godi la superiorità de gli altri superbi. egli haueua pensieri tanto alti, e eleuati, che non ui era cosa tanto grande, che non li paresse di meritarla; udiste uoi la maggior arroganza di questa? Et Plutarco racconta di Camillo, che hauendo hauuto uittoria contra Veij, tanto era in costui grande l’alterezza, e il fasto, che facendo il trionfo trapassò tutti i riti ordinarij, et sdegnando le solite pompe salì sopra una carreta, la quale era solamente riseruata al Re, e al padre de gli Dei; segno euidente di un’animo gonfio d’una estrema superbia; né merita già silentio l’arroganza di Catone, per la quale fece merauigliare il Re Tolomeo, ilquale uolendoli parlare, non li andò incontro, non

 

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I Difetti,& i mancamenti

 

Non si mosse di camera, né pur dal seggio, segno (dice Plutarco) di un’animo rusticale, e superbo. Tito Liuio uitupera l’alterezza grandissima di Annibale, il quale dopo la uittoria riceuuta di Canne, si alzò in tanto fasto, che uenendo i suoi cittadini, non si degnò ragionar con loro, se non per il mezzo d’interpreti. Et Caligula fra gli altri suoi pessimi uitij, fece uedere la sua alterezza, e superbia, della quale era tanto pieno, ch’io mi merauiglio, come non gli scoppiasse il cuore, non guardaua alcuno con diritto occhio, sprezzaua le altrui uirtù, né le sue amaua; perche in lui non haueuano albergo. Non lascierò Domitiano superbo, quanto imaginar si possa, che senza scoprirla, mai non operaua cosa alcuna.

Et il superbo Senitione  non uolena se non cose grandi, uoleua seruitori grandi, destrieri grandi, e per maggior pazzia essenso egli grande. Come dice Apuleio gli Egini sono per natura superbi.

Timeo Siculo si pensò di superare nell’istoria la Greca il famoso Thucidide, della qual cosa vide Plutarco.

            Oue lasciò Senapo Imperator dell’Ethiopia, che era tanto superbo per la ricchezza, che come dice l’Ariosto:

 

            Diuenne come Lucifer superbo,

            E penso muouer guerra al suo fattore,

            Con la sua gente la uia prese al dritto,

            Al monte, on’esce il gran fiume d’Egitto.

            Inteso hauea, che su quel monre alpestre;

            Ch’oltre le nubi uerso il Ciel si leua,

            Era quel paradiso, che terrestre

            Si dice,oue habitò già Adamo,& Eua.

            Con camelli, elefanti, e con pedestre

            Essercito orgoglioso si mouea

            Con gran desir,se u’habitaua gente

            Di farla à le sue leggi vbbediente.

 

Onde Dio ottimo Massimo per farli in parte deponere la superbia, lo priuò del lume de gli occhi, e li mandò l’arpie alla mensa; ma prima gli hauea fatto uccidere l’essercito dall’Angelo; cosi ueramente meritano questi fastosi, insolenti, e superbi huomini, che uogliono pigliare infino guerra con Dio; ma perche tanta super

 

 

 

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Degli Huomini

 

perbia, ò huomini fratelli? Non u’accorgete uoi, che sete uermi. Come narra Dante, Rodomonte, come dice l’Ariosto, non cedeua punto à Nembrotte, come mostra in questa stanza, canto 14.

 

Rodomonte non già men di Nembrotte

Indomito, superbo, e furibondo,

Che d’ire al Ciel non tarderebbe à notte,

Quando la strada si trouasse al mondo.

 

Et Torquato Tasso mostra Gernando nel suo Goffreddo, essere stato un superbo huomo in quei

uersi, mentre inuidia à gli honori di Rinaldo, dicendo:

 

Mentre in questo suoerbo i lumi gira,

                                                            Et al suo temerario ardir pon mente.

 

Et tanta fù la sua superbia, che Rinaldo spinto da giusto sdegno, l’uccise meritatamente, e Guelfo parlando à Goffredo, scusando Rinaldo dell’homicidio, dice;

 

Dunque à ragione al tumido Gernando

                                                            Fiaccò le corna del superbo orgoglio.

 

Menecrate Medico era tanto superbo, che uoleua esser chiamato Gioue da gli ammalati, ne altro premio lor chiedeua. Essendo un gentilhuomo di Ragusa à Venetia da maritare, di casa Babala e domandogli un suo amico se piglierebbe una Cittadina Venetiana, con dote di dieci mila ducati, li ri spose in colera, ch’egli hauea poco ceruello, e che era poco prattico della nobiltà della sua città; l’amico non li rispose altri: ma soggiunse, pigliaresti una gentildonna Venetiana? egli li rispose; accioche non ui affaticate in propormi nuoui maritaggi, ui dico, che se il Re Filoppo volesse darmi una sua figliuola, io ui penserei à pigliarla. Che ui pare, udiste mai la maggior arrogaza di questa? Ma non uoglio tacere un altro atto simile à questo. era nella stessa città un gentilhuomo il quale si nomaua Nicolò di Primo. Lasciò costui morendo ad una sua figliuola sessanta mila scudi di dote, e perche discerneua il uero dal falso, hauea determinato, che fosse data per moglie ad un gentil

 

 

 

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I Difetti, &i mancamenti

 

tilhuomo Venetiano. Per il qual testamento fu stimato huomo di poco ingegno: percioche stimaua non esserui persona degla di lei nelle altre città Et se con questi nobilissimi Ragigei alcuno ragionasse delle Repubbliche, et domandasse loro, quali sieno più grandi, e nobili, subito dicono, che quella di Ragusa passa ogni altra, et che è uguale alla Romana, La Venetiana dicono, che alquanto se le accsta; ma la Genouese le è molto inferiore.

 

De gli Otiosi, Negligenti, & Sonnacchiosi.

Cap.     VII.

 

Non è dubbio alcuno, [Otio che danni apporti] che colui, il quale desidera di menar uita politica, e ciuile, ò che di fama sia desideroso, e di uiuere secondo la ragione deue fuggire in tutto, e per tutto l’otio, come pestifero ueleno: ueleno à punto, che ammazza l’huomo, ancorche uiuo, come si legge in Seneca, che lo chiama Viui himimnis sepultura; Percioche l’huomo non si essercitando in operationi honorate, né dell’animo, né del corpo si può dir morto al mondo. Rende l’otio senza dubio l’huomo priuo d’ogni uirtù, e lode. Onde il Petrarca disse à ragione.

 

La gola, e’l sonno, e l’otiose piume

                        Hanno del mondo ogni virtù sbandita.

 

Et lo pose in compagnia della gola, e del sonno; percioche queste sono due doti, et eccellenze dell’otio; essendo ogni otioso goloso, e sonnacchioso, e in somma d’ogni incontinenza ricetto; Onde Mercurio Trimegisto, quel grande disse hauendo considerate tutte queste cose, che l’otioso diuiene una bestia imprudentissima, e  d’ogni sceleraggine albergo, con il corpo languente, e debole: Aggiungi, che la fama d’un tale si può dir morta; perchioche chi non si affatica, indarno aspetta di essere per le bocche de gli huomini inalzato fino al Cielo. Et però Oratio considerando questo, lasciò scritte parole tali.

 

 

 

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De gli Huomini.

 

Dij nobis laboribus omnia uendunt,

                                                            Qui foelices aliquando esse uolunti laborare debent,

                                                            Qui studet optatam cursu contingere metam;

                                                            Multa tulit, fecitque puer, fudauit,& alfit.

 

Et chi è colui, che per il mezzo dell’otio si facci immortale? Come ben dice Salustio, e Dante.

 

Che feggendo in piume.

                                                            In fama non fi uien, ne fotto coltre.

 

Certo non si può uedere la maggior infelicità di uno ingegno otioso, ilquale non può sentir quel uerso di Dante:

 

Ratto ratto, che’l tempo non si perda.

 

Ond’io spinta dalle sue parole, uoglio essere breue circa questi otiosi, iquali non uogliono affaticarsi un’ora, se credessero di uiuere eternamente gloriosi. Torquato Tasso volendo mostrare, che l’otio non è la scala da salire à gli honori, fa dire queste parole à Rinaldo da quel saggio uecchio

 

Signor non sotto l’ombra in piaggia molle,

                                                            Trà fonti, e fior, tra Ninfe, e trà Sirene;

                                                            De la virtù riposto è il nostro bene.

                                                            Chi non gela, non suda, e non s’estolle

                                                            Da le uie del piacer la non peruiene.

                                                            Hor uorrai tu, lungi da l’alte cime,

                                                            Giacer quasi trà valli augel sublime?

 

Horsù Voglio venire à gli essempi. In tal uitio famoso il priom sarà Attalo, il quale diede l’imperio ad un altro per non far cosa alcuna, come dice Celio, huomo in uero degno d’ogni lode. ne à lui fù molto dissimile Vacica Seruilio, che tanto li piacque tenere le mani alla cintola, che passò in prouerbio. Come scriue Volate. Vincislao per la sua negligentia fù scacciato dallo Imperio. Plato scri-

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scriue, che Scipio fù sonnolento, e si può ben pensare, che compagnia habbia il sonno, e chi non lo sa, legga questi quatrro uersi dell’Ariosto;

 

In questo albergo il graue sonno giace,

                                                            L’otio da un canto corpolento, e grasso,

                                                            Da l’altro la Pigritia in terra siede,

                                                            Che non può andare, e mal si regge in piede.

 

Tra questa nobile compagnia staua Scipio sicuro, e senza stanchezza veruna, diceua che la guerra uccideua extra tempus, e che il sonno, e la placida quiete conseruaua la uita lunga, e il corspo grasso. Non accade, ch’io parli de Lucani, e il Massiliesi, che haueano più in odio gli essercitij, e l’operationi, che il Diauolo infernale. Ma non uoglio tacere l’otio di Domitiano Imperatore, che lasciando le attioni di consideratione, attendeua con grandi sollicitudine à pigliar mosche, e dopo che erano prese le infilzaua in uno stilletto bene agguzzo. Accade, che uno dimandando un giorno se alcuno era in camera con lo Imperatore, li fù risposto, che non ui era pur una moscha, questo era il pensieri, che si pigliaua del Regno questo sollicito huomo. Mon voglio, che resti dietro Dauid commeno gouernator di Tessalonica, Città Illustre, la qual’essendo assediata dall’essercito Siciliano staua in continuo riposo: i nemici hauendo condotte le machine, e altri istrumenti bellici alle mura, egli era come spettatore. In tutto il tempo di questo assedio non mandò mai soldato alcuno alle mura, ne egli stesso voleua sentir la grauezza delle armature, dicendo che il ferro cinto intorno per una certa sua qualità abbreuiaua la vita. Saliua spesso sopra vna muletta, e andaua sollazzando per la Città con gli stiualetti tra punti d’oro, e la ueste allacciata di dietro, lo negligente gouernatore, che haueua più bisogno della balia, che mai rideua con i suoi amici mentre i nemici percoteuano le mura, e cadeuano in pezzi, e diceua sentite il muggire della vecchiarella, e questa era una gran machina, che percoteua la Città. Cosi in poso tempo fù presa Tessalonica per la inuitta uirtù di questo ualoroso gouernatore, come scriue Niceta Acominato da Chon.

 

 

 

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Degli Huomini.

 

De gli huomini, & usurpato ride gli

Stati     Cap. VII.

 

Io non credo, che fra tutti gli huomini pessimi del mondo sia il piggiore del Tiranno: non essendo egli da legge alcuna governato, [Tiranno che cosa sia.] come si legge nel libro quarto della Plitica al capitolo decimo: anzi si come de gli altri Raggi l’oggetto, e il fine di operare è l’onesto, il giusto, cosi del Tiranno è il proprio l’utile, e il commodo, che li serue, come scriue Aristotile nel quinto della Politica per ragione, e per legge un placet, ciò è la propria uolontà, dicendo. Sit pro lege uoluntas, la quale è sempre pessima: percioche procurano con ogni uiolenza di leuare i potenti, e di uccidere le persone saggie, e prudenti. Miseri coloro, che sotto un Tiranno conuitassero, e praticassero per cagione di scienze, o d’altro.fanno questo, accioche in tutto si estingua l’amicitia de’ popoli; e non mancano huomini scelerati, che uanno spiando quello, che fanno, e dicono i cittadini, cerca il Principe Tiranno di eccitare discordie tra i più potenti, e i plebei con la nobiltà, e allhora gode, percioche tutto il loro hauere à se tirano. Aggiunge, e pone ogni giorno nuoui tributi per succhiare il sangue à’ popoli infelici, e cosi fece Dionisio, che in cinque anni priuò tutti i sudditi del proprio hauere: e per concluderla il tiranno ha questi tre pensieri, come dice Aristot.di render gli animi de’ cittadini timidi, e uili; il secondo in procurar, che l’un non si fidi dell’altro; il terzo, che non possano per la pouertà operare alcuna cosa di momento, ne tentarla Dio buono, che horrido mostro è al mondo il Tiranno? Già che procura tutte queste cose uerso il suo popolo, volendo che la sua uolontà sia legge, e più che legge. la quale quanto ella sia pessima, ogni giorno si uede con miserabili essempi de popoli: poiche tanti innocenti sono da loro della roba, e della uita priuati, e in somma ciò che si sogna il Tiranno, sei tenuto à metterlo il giorno in esecutione: percioche. Tirannus imperatur ciutati non secundum honestum, sed secundum propriam sententiam, come dice speusippo, e però ingiusto, auaro, crudele è sempre il Tiranno, riguardando solo à l’utile, proprio, e non à quello de’ sudditi suoi: M sempre

 

 

 

 

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I Difetti, & i mancamenti

 

sempre brama uccisioni, perche sempre ha sospetto. Capo del Tiranni uoglio, che sia Alessandro, il quale dissendo regnato in Giudea sette anni fece morire conquantacinque mila di quelli già vecchi, solamente per hauerlo ripreso delle sue tiranniche crudeltà. Oltre à ciò dimandò ad un suo amico, come farebbe à riconciliarsi col suo popolo, egli rispose con la morte, e egli fece appiccare per la gola su la piazza di Gerusalemme ottanta huomini maritati, e i figliuoli, e le mogli fece miseramente morire. Da questo si comprende, che il tiranno non opera con giustizia, con legge, ma solo con un placet, Vdite questo, che scriue Plutarco, tutti gli antenati di Antigono, e di Demetrio ammazzauano i figliuoli, i fratelli, e le mogli per timore, che alcuno di loro si impadronisce, uolendo soli regnare. Però i Tiranni sempre auelenano, e uccidono senza ragione alcuna: Il Tiranno. Niceforo oue rimane egli? Non hauerà forsi luogo appresso gli altri par suoi? uoglio che habbia luogo honorato, e luogo degno di un tanto perfido Tiranno, che non facendo questo son certa, che se li farebbe grandissimo torto, e potrebbe sospettare di non essere tenuto cosi fiero Tiranno, come egli era. Sotto l’Imperio di questo pessimo huomo molti piangeuano alle sepolture de morti chiamandoli con lagrimose parole felici, e fortunati, poi che non erano sotto la Tirannide del crudel Niceforo, altri si impiccarono da se stessi per uscir fuori delle ribalde mani. tutto il loro hauere fu tolto da costui, Commandò poi che i poueri fossero scritti nella militia, e che s’armassero poi contra à suoi compatriotti, e fossero tenuti à pagare al fisco diciotto monete insieme con tutto il suo parentado, per tributo publico. Diede ancora questa afflittione à gli habitatori delle case di rispetto, che da gli orfani, de gli spedali serocomij, delle chiese, de monasteri, facendo porre i censi per ciascun fuoco. Comandò anchora, che tutte le cose migliori fossero portare alla corte Imperiale. Fece una altra tirannia, comandando à gouernatori, come se fossero stati ricchissimi, e trouatori de tesori. Oltre à questo ordinò, che tutti coloro, che passauano uenti anni, à quali fossero stati trouati dogli, ouero altri uasi, fossero priuati di tutti i loro denari, costringeua  poi i marinari, che habitauano alla marina à lui pareua. Oltre à questo fece, che i marinari famosi Costamtinopoli

 

 

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poli dessero quattro misure di moneta ad usura, & che pagassero dodici libre d’oro l’anno, Voglio scriuere particolarmente questo atto fra tanti di auaritia di questo crudel Tiranno. Era in piazza un certo Cerolario, che viueua delle sue fatiche, & non haueua bisogno di cose alcuna, il fece chiamare questo diuoratore dell’hauere altrui, & li disse metti la tua mano sopra la mia testa, & giurami quanti denari hai, ricusaua il misero parendoli cose indegna; nondimeno lo costrinse à giurare, & dirli come haueua canto libre d’oro: subito il pessimo Imperatore fece portarsi quell’oro, dicendo che bisogno hai tu di quest’oro? pigliane diece libre, & uattene contento. Oltre à questo sempre mandaua spie, à ueder come si faceua, & uiueua nelle case, & mandaua secretamente alcuni serui maligni per far danno a’ padroni. Dubitaua nel principio di tutte le cose, che lo erano dette, & dapoi affermaua le false accuse. Ma sono tante, & tali le crudeli, & scelerate Tirannie di Niceforo, che io sarei troppo lunga, se io ne uolessi raccontare la minima parte, & offenderei le orecchie altrui; queste scriue Niceta Acominato. Onde à ragione Torquato Tasso chiama i Tiranni purpurei; perche sono aspersi del sangue degli innocenti. Tito Liuio racconta di Hieronimo Tiranno. Costui disprezzaua, e faceuasi beffe d’ogn’uno. Era inuentore di nuoue crudeltà, & tormenti. Onde era nato uno spauento tra popoli, che molti huomini con la morte uolontaria, ò con la fuga schiuauano il pericolo de gli altri tormenti, non si fidaua di alcuno, che questo è proprio sospetto del Tiranno; Ma fuggiua ogn’uno, come faceua Dionisio, il quale per grandssimo sospetto si faceua tosare grandi, si abbracciaua la barba, & i capelli con scorze di noci per non si lasciare approssimare alcuno. Isaccio Commeno anchor egli fù poco amoreuole Tiranno, & oltre le altre cose da lui fatte malamente uoglio scriuere questa. Hauendo hauuto una uittoria contra Brana, che nella gruerra fù ucciso, essendo giunta l’hora del mangiare fece il Tiranno aprir tutte le porte; perche potesse come uincitore esser ueduto da ogn’uno, & essendo già per dar delle mani nelle uiuande, ordinò, che fosse portato la testa di Brana, uiuanda in uero poco conueneuole, & facendosene scherno sgarbatamente, la fece gettare in terra con le labra, e gli occhi chiusi, & le daua de’ piedi, & alcuno altro per piacere al Tiranno le gettaua delle pietre, poi fece appresentare alla moglie la quale staua dolente rinchiusa nel

 

 

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nel palazzo, & domandolle, s’ella conosceua la testa di chi fosse. La ualorosa donna girando gli occhi à quel compassioneuole, & no aspetatto spettacolo, sì rispose, però sono infelicissima, & tacque, ne altro disse, & per la sua tanta uirtù, con la quale sapeua sofferire patientemente le percosse di fortuna, ueniua chiamata honore delle matrone, & ornamento della propria famiglia.

Doue rimane Pietro Candiano superbo, et d’animo tirannico? come scriue Pietro Marcello le cui parole sono. Petrus Candianus ducatum in manifesta tirannide exercebat superbie, & minarum plenus per fas, & nefas omnia in arbitrio agebat, ita ut’ populo formidabilis esset, & tandem fuit truccidatus.

Io potrei addurre molti essempi de gli huomini Tiranni; Ma percioche sotto i crudeli gli ho posti, non mi affaticherò intorno à questo molto; solemente io dirò, che Phidone fù Tiranno de gli Agri, phalaride di Ionia, panetio de Leontini, cispello di Corinto, Pisistrato di tene, Periandro di Ambraccia, Archelao, Gelone, & infiniti altri de Lacedemoni, e de Siracusani, i quali tutto hebbero, & à ragione un tristo fine, come racconta Aristoti.nel libro quinto della Politica. Barnaba, come scriue il Giouio, tiranneggiaua stranamente i sudditti suoi; hauendo sette figliuoli maschi cominciò à pensare, come potesse fare ad aggrandire l’Imperio. & però pensò di priuare di uita Galeazzo figliuolo  di un suo fratello, il quale era stimato un’huomo d’ingegno addormentato, &contra l’ordinario della giouinezza non si pigliaua alcun piacere. Onde accordatosi co figliuoli, cercaua commodità di mettere in essecutione una cosi scelerata, & ingiusta opera. Ma Dio che talhora non vuol, che i suoi deuoti patiscono, che uno di questi si potea dire Galeazzo; essendosi nella età giouinetta dato alla religione, fece, che alcune spie l’auisarono della malignità de’ parenti tosto, che questo intese, finse di uolere andare per sua deuotione à uisitare la Chiesa di Santa Maria Vergine la qual è collocata tra monti: come fu in uia, gli uscì incontra Marbana suo zio, & Galeazzo con un squadrone d’huomini armati lo prese, & entrando nella città diede al popolo la casa del zio, accioche la spogliasse, & in un punto rouinò il principato, & tante sue ricchezze si annullarono: ma ui fù alcuno, che essendo preso ardisse di soccorrerlo. Pochi giorni da poi lo cacciò in prigione, oue finì la sua uita. Et Francesco Manfredi;

 

 

 

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d; quasi merauigliando, che nella sua uecchiezza hauesse tanto desiderio d’Imperio, dice;

 

 

Qual ti mosse furor Barnada allhora,

                                    Ch’eri nel colmo della tua uecchiezza;

                                    Qual d’Imperio amarissima dolcezza

                                    De l’honesto sentier ti trasse fuora?

                        Ciò spiacque al mondo, & à Dio spiacque ancora,

                                    Che l’opre triste in su’l principio spezza;

                                    Però cadesti tu da tanta altezza

                                    In cosi basso stato in poso d’hora.

 

De gli Ambitiosi, & Cupidi di gloria.

Cap.      VIII.

 

 

Benche l’ambitione sia tra le uitiose passioni: non [Abitione che cosa sia.] dimeno quando ella sia alquanto rimessa, & accompagnata da piaceuolezza, & modestia, si rende laudabile: come insegna Arist. nel. 4. dell’Etica al c. 2. ma quanto ella stia nella sua propria natura, non è forsi la piu cruda, & horrida fiera al mondo di lei; percioche essendo ella un’ardentissimo desiderio d’honore, come si legge nel li. 2. dell’Etica, c.2. spesse uolte per uolerlo conseguire induce gli huomini à far mille iniquità, & sceleraggini. Laqual cosa osseruando Cicerone à suoi tempi nel desiderio de’magistrati, & delle dignità, disse nel lib.ii.de gli Offic. Facillime ad res inuistas impellitur ut quisque est altissimo animo, & gloriae, cupido, hind enim iustitiae obliuio, & inimicitiae. Et percioche, come dice Speusippo, l’ambitioso diuien prodigo per ottenere i bramati honori: Spernit enim sumptus honoris gratia: Et mancandoli spesso i denari è spinto à farsi uno iniquo, & scelerato tiranno. Aggiungiamo à tutte queste cose, che per lo più l’ambitioso desidera quelle dignità, che à lui non si conuengono, ò in tempo, ò in luogo poco conueniente. Onde si fa odioso appresso ogni uno: & è riputato imprudente, & sfacciato secondo il costume mio me ne uegno à gli essempi de’ quali il primo sarà Caligula; perche so, che egli ne haurà

 

 

 

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sommo contento, uedendosi tenre il Principato sopra gli ambitiosi, si come quegli, che li parerà d’hauer conseguito quel che desideraua, cioè di superare ciascuno, huomo ma non solo gli huomini, ma li Dei, come racconta Plini. In quel tempo usauano i Romani tenere la statue de’ Dei co’ capi posticci, ouer mobili. perche seruissero à diuersi Dei; egli fece leuar le teste, & metterne altre, che haueuano la sua sembianza. Oltre à ciò fece fabricare un tempio, e consecrarlo al suo nome, & porre in questo una statua con la sua imagine naturale, ordinando à Sacerdoti, che in quello amministrassero; & faceuala ciascin giorno uestire come si uestiua egli, faceua anco, che nel suo tempio si sacrificassero pauoni, fagiani, papagalli, & altri uccelli, come si faceua à i Dei: ma udite questa altra ambitiosa inuentione, che farebbe mouer le risa alla bocca della mestitia. Andaua etiando Caligula alcuna uolta nel tempo di Gioue & fermandosi appresso alla sua statua, fingeua di ragionar seco, hora accostando la sua bocca appresso alla sua statua, fingeua di ragionar seco, hora accostando la sua bocca à l’orecchia di Gioue, hora ponendo, la sua orecchia alla bocca di Gioue, come se fauellassero insieme, alcuna uolta mostraua, che il lono ragionamento l’hauesse infasticido, & lo minacciaua che lo farebbe portare in Grecia: fingeua poi di placarsi, & di esser contento, che rimanesse iui appresso di se. Dio immortale, potreste uoi udir cosa piu ridicula di questa? Alessandro etiando ambiua tanto gli honori, che si sdegnaua esser chiamato figliuolo di Filippo: ma godeua in sentirsi chiamar figliuolo di Gioue: &, come dice Plutarco, fidandosi molto nell’esser figliuolo di Dio, era molto insolente uerso i Barbari: & quando quel Sacerdote nel tempio Di Gioue Hammone uolendolo chiamar figliuolino in lingua Greca, & perche era Barbaro, fallando nell’ultima lettera, lo chiamò figliuolo di Gioue, egli ne prese sommo contento. Oltre à ciò uoleua dominare tutto il mondo, et hauendo inteso, che ci erano più mondi, si chimaua misero, & infelice. da questo si può comprendere, che gli huomini non sono satiabili; perche se anco hauessero tutto il mondo, uorrebbero poi il Cielo, né anchora à loro parrebbe forsi assai. Pausania fu desideroso di gloria in modo tale, che non sapeua, come operare per farsi immortale, et domandò ad Hermode, come egli farebbe epr farsi nominare; egli rispose, che uccidesse un’huomo illustre, & egli udita questa parola corse, & uccise Filippo. O quanto può questo appetito di gloria ne i cuori de gli huomini. Ma che ui pare di colui, che abbruciò

 

 

 

 

 

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il Tempio di Diana Efesia? Né uoglio lasciar fuori Nerone, come quegli che desideraua gli honori, non solo delle cose grandi: ma delle picciole ancora, come nelle cose del cantare uoleua sempre hauere i primi honori, fece leuare tutte le statua della città, facendosi porre la sua sola, accioche si conseruasse la memoria di lui, & mancasse quella di tutti gli altri. Et Lisandro lacedemone spinto dal desiderio di gloria haueua sempre Cherilo poeta, accioche egli celebrasse i suoi fatti, come dice Battista Fulg. Empedocle spinto da gloria, inuidiando un altro, si gettò nel fuoco, per rimanere, ancora egli glorioso. Ma che dirò di Domitiano Imperatore il quale uoleua, che in tutti i testamenti, che si faceuano, essere notato con nome di Dio. Che del superiore Africano. che honoraua molto Ennio Poeta, non già per bontà, che in lui fosse, ma solamente accioche celebrasse i suoi fatti, & quelli d’altrui si estinguessero; Torquato Tasso mostra, che Boemondo hauesse un tal desiderio, dicendo.

E fondar Boemondo al nuouo regno

            Suo d’Antiochia, alti principij mira,

            E legge imporre, & introdur costume.

            Et arte, e culto di verace Nume.

 

Scorgete uoi l’ambitione di costui? Ma ancor udite la uana gloria di nerone; che si uantaua delle sua crudeltà, hauendo fatto morire infiniti huomini illustri, diceua, che nuino delli Imperatori stati innansi lui haueuano conosciuto quanto essi poteuano, eccetto egli. Et dicendo uno cosi per prouerbio commune dapoi, quando che io farò morto uadi il mondo in ruina, tosto ripose il fiero: Piaccia à Dio, che auanti, che io muoia, questo anuenga. Non uoglio, che Hannone Cartaginese resti fuori di questi uanagloriosi, poiche per quanto uedere si può, fu il più cupido, e desideroso di gloria, che forse al mondo fosse. Li uenne in mente un desiderio di sopra auanzar gli altri ne gli honori, & di essere riuerito, & adorato per Dio. sopra questo pensaua giorno, & notte: onde lasciò molti negotij, che importauano, & si affliggeua, perche non trouaua, modo, ò se lo trouaua; era difficile, & spesso si chiamaua huomo di poco ingegno, & di poco cuore. Di poco ingegno: perche non trouaua il modo facile, di poco cuore; perche non ardiua di emttere in opera il difficile, tememndo di palesarsi; occorrendoli in mente l’essempio d’alcuni

 

 

 

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alcuni, che donando denari al sacerdote, si faceuano dall’oracolo chiamar Gioue, & altri figliuoli, & parenti di Bacco. Onde erano poi dalle genti stimati di poco ingegno, & turbati. cercaua adunque di ritrouar uia di essere chiamato Dio, ma non da gli huomini, accioche non cadesse in cuore alle genti, che ò per oro, ò per forza, ò per altra cosa con tal nome lo nominassero. Dopo molti giorni, & mesi ritrouò un nuouo modo senza l’interuenimento di persona con tanta sua allegrezza, & giubilo, che huomo mai gustasse. Il modo era questo, cioè di farsi chiamar Dio da gli uccelli, che andauano uolando per lo suo, et per li altrui paesi: fingendo adunque di dilettarsi d’uccelli, che cantassero fossero atti a parlare se ne fece ritrouar molti, & de migliori, ogni giorno poi chiudendosi in una camera lontano dalle genti, fingendo di dormire, ò di fare altra cosa di consideratione, insegnaua con grandissima patienza à quelli uccelli, che dicessero Hamone è Dio, et molte uolte si occupaua tanto in questo, che lasciaua di mangiare i giorni intieri, per non perdere tempo. ò quanti n’uccideua spinto da l’ira, ò lor sterpaua la lingua parendoli, che ò tardi, ò malamente pronuntiassero il suo nome. Finalmente dopo molte uigilie, & fatiche imparorno con grandissimo suo contento. sicuro di ottenere il fine tanto da lui desiderato. aperse adunque tutto lieto i luoghi, oue erano rinchiusi, accioche usciti che fossero uolando per la città, et per altri luoghi dicessero. Hamone è Dio, ma sprigionati che furno gli auenturati augelli, non cominciorno à parlare, ma uolando in questa parte, & in quella à godere la cara libertà. Se restasse maleconico, & afflitto Hamone non accade, ch’io lo conti (pensatelo uoi) uedendosi priuo di quello, che credeua al sicuro di ottenere. Tutti gli uccelli, che dopo questa cosa li uennero in mano, crudelmente uccideua; pestandoli il Becco, & il capo co sassi, uendicandosi in parte della ingiuria da loro riceuuta.

 

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Delli Vanagloriosi, & Vantatori.

Cap. IX.

 

E La Vanagloria uno immoderato desiderio di manifestar ad ogn’uno le proprie operationi ben spesso falsamente narrate con la propria bocca, ouero scritti. [Vanagloria che cosa.] Ma di palesarle in modo, che per minime, che sieno paino grandi, & lodeuoli. Però sono sempre spiegate con grandissima copia di parole, con certi modi dire esclamatorii, & con gesti di tali, che pare che ui uogliano porre inanti fatti merauigliosi non mai per l’adietro accaduti, anchor che isprezzeuoli ouer, tritrouati. Dissi ritrouati, percioche per lo più sono attribuiti, & falsi, & però Speusippo cosi la descriue. Est obstentatio affectio, quae sibi uendicat ea bona, quae minime adsunt. Biasimò questo diffetto Arist. nel lib. 4. dell’Ethica. non essendo cosa da huomo prudente il lodar se medesimo. sono questi per il più bugiardi, & odiosi alle genti. Onde Cicerone in Ver. dice, Omnis arrogantia odiosa, tum illa ingenii, atque; eloquentiae multo molestissima. Ma non sol partorisce odio, ma disprezzo il uantatore, & però si legge nel lib. I. de gli officii, Deforme Est de se ipso predicare falsa praesertim, & cum irrisione audentium imitari militem gloriosum. Di costoro, iquali con false lodi si inalzano, io credo che si possa dire con Oratio.

 

Parturient montes, & nascetur ridiculus mus.

 

Et che ueramente sieno huomini di poco ualore, credere si può, costoro, che magnificano le cose loro. & accioche si possa uantare di essere stato il primo fra i uantatori Catone maggiore, li si darà il primo luogo, che come dice Plutarco spesso spesso si uantaua, & oltre mille altri uanti, che à se daua, diceua, che il Senato ne i tempi pericolosi della republica riuolgeua gli occhi in lui, come fanno i passaggieri al tempo della borasca uerso il nochiero. & che in alcun conto Catone non era obligato al popolo Romano, ma che il popolo Romano era tenuto a Catone. Et Cicerone uedendo, che l’essercicito delle armi era honoratissimo, egli che armi non maneggiaua,

 

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uolle deprimere la gloria militare, & alzar le lettere suora lei uolendo mostrare, ch’egli acquistaua maggior fama, disse Cedant ò Ciues, cedant arma togae. Et Domitiano quando fù fatto Imperatore si uantò in Senato, come egli hauea dato à suo padre, & à suo fratello l’Imperio, laqual cosa era falsissima; cosi fanno gli huomini, che non curano l’honor de’Padri, come Domitiano, che diceua che à lui haueua dato l’Imp. costoro se stessi inalzando, si uogliono mostrare amici anzi compagni de gli Dei, & si danno ad intendere, che gli altri non ueggano i suoi diffetti. Achille era un gran uantatore, come si legge nelle Metamorphosi d’Ouidio, che mentre chiede à Cigno il suo nome si uanta onde l’Anguillara dice.

 

Non ti sdegnar, che ti sia honore eterno

Che solo il grand’Achille habbia potuto

Donando al corpo tuo perpetuo uerno.

Far l’ombra ignuda tua passare à Pluto.

To sol potrai uantarti entro l’inferno

Ch’al primo scontro mio non sei caduto

Doue farai stupir mille altri forti,

Che son la giù, ch’al primo scontro ho morti.

 

Ma questo uantarsi, ò gloriarsi è tanto uostro proprio ò fratelli cari, che io non posso alzar carta d’un libro, che io non troui qualche uno di costoro, la qual cosa è molto biasimata. Che ui pare di Guidon seluaggio, ilquale essendo domandato da Marfisa il suo nome, cominciò con grandezza di parole à far più grandi l’opere sue di quello, che erano, come dice l’Ariost. nel canto. 20.

 

                                           L’altro comincia, poi che tocca à lui,

Con più proemio à darle si se conto,

Dicendo, io credo, che ciascun di uui

Habbia de la mia stirpe il nome in pronto,

Che non pur Francia, Spagna, e i uicin sui,

Ma l’India, l’Etiopia, e il freddo ponto,

Han chiara cognition ci Chiaramonte,

Onde uscì il cauallie,r chuvccise Almonte.

 

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Et uà seguitando ancora una stanza, e mezza, vantandosi, scoprendo, e magnificando l’opere sue. E di Ferraù, che dice l’Ariosto? che si gloriava di essere di maggior ualor d’Orlando. Le cui parole sono:

 

Il uantator Spagnuol disse già molte

Fiate, e molte ho cosi Orlando astretto,

Che facilmente l’armi gli haurei tolre,

Quante indosso n’hauea, non che l’elmetto,

E s’io no’l feci, occorrono à le volte

Pensier, che prima non s’haueano in petto,

Non hebbi già tal uoglia, hor l’haggio, e spero,

Che mi potrà succeder di leggiero.

 

Et in mille luoghi sopra il Furioso si potran leggere le parole di questi uantatori. & nell’Eneide non si legge spesso d’Enea? che si gloriaua hora delle opere, hora del lignagnio, & come fù approdato a i lidi Tirtii, parlando con sua madre si uantò, dicendo à lei, che richiedeua il suo nome.

 

Sum pius Aeneas raptos ex hoste penates,

Classe ueho mecum fama super ethera notus,

Italiam quaero patriam, & genus ob Ioue fumo.

 

Omero nell’Odissea nel libro nono, mostra che Ulisse era uno di questi uanagloriosetti, mentre risponde al Re Alcinoo, che chiedeua il nome, & l’esser suo. I versi d’Omero traportati in uolgar lingua da Cirolamo Bacelli tali sono:

 

Io sono Vlisse figlio di Laerte,

Che tra tutti i mortali il primo honore

D’essere astuto porto, e d’alto ingegno,

Tal che la gloria mia giunge à le stelle.

Et Ouidio non loda l’opera sua, & per lei non si promette eterna uita? dicendo nel lib. 15.

 

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Iamque opus exegi, quod nec Iouis ira, nec ignes,

Nec poterit ferrum, nec edax abolere uetustas.

Cum uolet, illa dies, quae nil nisi corporis huius

Ius habet: incerti spatium mihi finiat aeui:

Parte tamen meliore mei super alta perennis

Astra ferar, nomen erit indelebile nostrum.

 

Che ui pare, che ancor che fosse nobile, & ingegnoso Poeta: non dimeno priuo di questa uanagloria non era. Et il Petrarca nella seconda parte de i suoi Sonetti si fa gloriare per bocca d’Amore nella canzone che incomincia.

 

Quel antico mio dolce empio signore.

 

Con queste parole:

 

 Si l’hauea sotto l’ali mie condutto,

Ch’à donne, & caualier piacea il suo dire:

Et si alto salire

Il feci, che tra caldi ingegni ferue

Il suo nome, e de’ suoi detti conserue,

Si fanno con diletto in alcun loco.

 

E questo gloriarsi tanto proprio de gli huomini, che io non uoglio più stendermi in raccontarne. Ma Herodiano Principe d’Arcadia non sopporta, che io la lasci à dietro, & onde pur’è forza, ch’io lo accetti nel numero de’ uantatori, il qual uoleua la palma di nobiltà, come dice il Trissino di lui ragionando con tai parole;

 

Il qual di nobiltà uolea la palma,

E dicea, che gli antichi suoi maggior

Nacquero in Grecia, auanti che la Luna.

 

Gran uantatore, & ambitioso fù Agamenone, come mostra Homero nel lib. 2. dell’iliade con tai oarole.

 

 

 

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Se ipse induit speldidum aes,

Glorians quod omnibus prestabat heroibus.

 

De gli homini crudeli ingiusti, & micidiali.

Cap. X.

 

SONO chiamati da ogn’uno gli huomini con questo horribile aggiunto, ò epiteto de fieri, quasi che dalle fiere hauessero trouato questo modo di operare; cosa in vero falsa, come ben lasciò scritto Aristotile nel libro secondo delle grandi morali al capitolo settimo; dicendo; Rursum, vt supra mentionem fecimus de feritatis uitio, non est ipsum in fera spectare, sed in homine, feritatis si quidem nomen adeptum est id uitium ob singularem improbitatem. Sed cur in fera nihil? nempe, quod improbum in fera principium non sit. Est siquidem ratio principium. Quis uerò improbior, flatitiosiorque fuerit, incertumque, Leone, an Dionysius, an Phalaris, an Clearchus, vel horum quispiam in signis cuiusdam immanitatis. Certum autem est malum in his principium illustria facinora coniectasse, at in fera nullum prorsum initium. Non si conuiene adunque a lle fiere la crudeltà; percioche non è in quelle alcuna maluagità, essendo esse priue di ragione, nella quale la maluagità risiede. Et se alle fiere non  conuiene, non è adunque cauato questo epiteto da loro, ancorche noi, l’huomo macchiato di crudeltà, chiamiamo una cruda, & horribil fiera. Non è altro la crudeltà, che uno insatieuole desiderio di offendere altrui. Ma quando alle facultà si stende, più tosto si ha da chiamare una tirannica auaritia, & però gli antichi chiamorono la crudeltà con questo aggiunto: Cruentam, cioè sanginosa. Onde Cicerone dolendosi delle persecutioni disse: Ij, quorum crudelitas nostro sanguine non potest expleri. Et in uero un acerbo, & atroce huomo, ancorche vegga correre i fiumi di sangue, non si sente satio, anzi più s’inaspra, & fino contra la morte incrudelisce, & però Cicerone disse; Is suam insatiabilem crudelitatem exercuit non solum in uiso, sed etiam in mortuo. Ma veniamo à gli essempi, & udire parole

 

 

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veramente degne di un animo crudelissimo, lequali furono dette, come scriue Suetonio, & Cornelio Tacito da Aulo Vitellio. Caualcando questo scelerato Imperatore verso Roma, & passando pel luogo, doue i suoi capitani haueuano hauuta una uittoria contra i soldati di Ottone, trouò i campi pieni d’huomini morti, i quali ancora non erano stati seppelliti, & alcuni sentendo noia dal fettore, che da quei corpi usciua, Vitellio lor rispondeua, dicendo, che non era il più soaue odore di quello del nemico morto, e molto più del cittadino; parole inhumane, & empie. Costui mai non rimaneua di usare grandissime crudeltà, & cercaua di ugguagliare Nerone: egli fece uccidere molti à torto, dandoli false accuse, & il simile faceua à quelli, i quali erano stati suoi carissimi amici: & udite essendo ammalato un suo amico, & egli andandolo à uisitare li porse il ueleno di sua mano nell’acqua fredda, che colui hauea dimandata per bere. una altra uolta questo Clemente Imperatore fece uccidere duo fratelli; perche lo pregauano, che perdonasse la morte al Padre: io non credo, che le furie infernali sieno tanto crudeli; perche à i preghi di Orfeo piangeuano, come dice Ouidio, che pregaua per la moglie con queste parole.

 

Tunc primum lacrimis uictarum carmine fama est,

Eumenidum maduisse genas.

 

Da qnesto si può comprendere, che più pietà si ritroua nell’inferno, che in questi crudeli. Appresso costui uoglio ponere Andronico Comeno, ilquale cercaua giorno, & notte, come potesse ritroua re noue maniere di crudeltà, & credeua di rimaner morto quel giorno, che non hauesse fatto morire qualche dotto, & eccellente huomo, ò almeno fatto cauar gli occhi, ò con una faccia diabolica non l’hauesse spauentato: et era molto simile a un Pedante, che tratto tratto batte i fanciulli co’l flagello. Onde auueniua, che le persone, che erano tutto il suo Imperio, uiueuano meste, & ne dormiuano mai un sonno cheto. Ma spesso si risuegliauano spauentate, pensando che Andronico fosse lor sopra per ucciderli quando era in una casa marito, & moglie faceua morire il maschio, & la mogliere faceua mettere in prigione, & ad alcuna altra cauar gli occhi. Oltre à questo faceua, che patissero fame, sete, & battiture. Allhora i Padri poco apprezzauano i figliuoli, & figliuoli poco i Padri; percio che

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l’iniquo Andronico hora uccideua i Padri, hora i figliuoli. Se erano cinque persone in una casa, le due si nimicauano con le tre. molti fuggiuano à uele,  & à remi lo sdegno di questo crudele, & scelerato, come il fuoco di Sodoma. Costui faceua segar gli huomini per mezzo, & altri abbrucciaua, & faceua altre crudeltà. Questo racconta Nicera Acominato dicendo, che era peggio di un lupo, bestiale, crudo, inessorabile, & fiero. Ma che dirò io di Antonio Conte di Monferato? il quale fece abbrucciare un suo ragazzo inuolto in solfo, perche non l’hauea destato all’hora solita, come dice Battista Ful. ò che impietà,ò che rabbia non dirò di fiera. Timone Ateniese accarezzaua oltre modo un fanciullo, il quale haueua ad essere gouernator de gli Ateniesi; percioche giudicaua, che’egli hauesse ad essere crudele, & aspro. crudelissimo fù Asdrubale inuentor di mille sorti  di tormenti, & di morti, ò che inuentiue scelerate, nimiche à Dio, & à l’humana generatione. Alberto Imperatore mentre si apparecchiaua de andar contra Franresi, fù da suo nepote ucciso, ne hebbe rispetto alla parentella, ne ad alcuna altra cosa. Come narra Batista Ful. Paolo Oroseo questo scriue questo di Filippo nel primo libro delle Historie. Igituo Philippus.ubi exclusum se ab ingressu Greciae perstructis Termopylis uidet; paratum in hostes bellum: uertit in socios: nam ciuitates, quarum paulo ante dux fuerat: sibi gratulates, acse accipietes paretes hostiliter inuadit, crudeliter diripit omnique societatis conscientia penitus abolita congiuges liberos sub corona uedidit: templaque uniuersa subuertit, spogliauitque: nec tamen inquam per annos. xxv. quali iratus dieis victus est. Post hec in Cappadociam transiit: ibique bellum pari perfidia gessit: captos per dolum finitimos reges interfecit.Ma Licaone oue resta? Il quale hauendo fatto pace con gli Albanesi henne da loro per hostaggio un nobilissimo giouine; passato il termine uedendo gli Albanesi, che Licaone non li mandaua il giouine il mandarono à domandar per ambasciatori, sdegnato Licaone inuitò gli ambasciatori à mangiar seco, & uccise il giouine ostaggio, & fattone far uarie uiuande il diede lor à mangiare: Lisata giouine di Arcadia chiamato Gioue si accorse mangiando, che quel conuito era fatto di membra humane; onde gittò furioso la mensa à terra, & adunati molti amici combattè con Licaone, & il uinse. egli fuggì ne boschi: onde fingono i Poeti, che Gioue il cangiasse in lupo per

 

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per mostrare, che gli huomini crudeli sono molto simili à questo animale. essendo ogn’hora sitibondi di sangue. onde di lui parlando dice l’Anguillara.

 

Si fe d’un’huomo un Lupo empio, e rapace

Seruando l’uso de l’antica forma,

Che l’human sangue più che mai li piace,

Se suoi uecchi desir seguendo l’orma.

 

Si legge delle guerre Greche scritte da Senofonte, le quali continuauano l’Historia di Tucidide la sceleratissima crudeltà usata da gli Argiui, Beoti, Ateniesi, & Corinthi. Costoro erano stati corrotti con denari da Agesilao, & erano stati cagione di molte guerre. però alcuni huomini di Corintho, i quali, l’oro del Principe Agesilao non haueua potuto corrompore, desiauano la pace, il qual desiderio peruenuto alle orecchie de gli Argiui, de Beoti, degli Ateniesi, & de Corinthi, temendo, che se non dstruggessero quella pace, che la lor città si riducesse alla deuotione de Lacedemoni, dissegnarono di ammazzarli e benche non fusse costume uccidere alcuno di giorno festiuo; nondimeno elessero una festa solenne à far macello de gli innocenti, & poneno mano alle spade, ne uccissero alle mense, ne i cerchi, & ne theatri, mentre ragionauano con gli amici molto furono estinti innanzi à gli altari, & ne tempi, e fu tale la, crudeltà, & il disprezzo de gli Dei, che

 

furono alcuni huomini, che uendendo si triste operationi, senza hauer riceuuto ferite, cascarono morti.

Io stò in dubbio se io ci debba mettere Nerone, le crudeltà del quale seno tante note, che non ci è alcuno per ignorante, che sia, che non sappia, che Nerone fù crudelissimo. Io uò lasciar tutte le altre, & solamente uo dire, come uccidesse Seneca famoso, et Lucano Poeta. A Seneca, perche era stato suo maestro, volle fare questo piacere, che si eleggesse quale morte più li piaceua; il misero Seneca pensando, che tutte le morti sono pessime, essendo la morte ultimum terribilium, si marriua: pure alla fine disse, che li fosse tagliara una uena, & fosse posto in un bagno. Udite che scelerataggine, gli fece tagliare la uena, & lo fece mettere in un bagno auelenato. Si può sentire meglio: fra queste opere nefandisime si compiaceuq di uedere fuochi, & facendo accenderlo ne gli edificij di Roma, ninno ardiua

 

 

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ardiua di ammorzarlo per paura di Nerone: egli montaua sopra un alata torre, per dilettar la uista di sì horribile, & spauentoso spettacolo, del quale ne prendeua sommo piacere, & cantaua quei uersi di Omero, che conteneuano l’incendio di Troia. E tanto fù il distruggimento, che fece in Roma il fuoco acceso da questo diauolo, che di quattordici grandissime regioni, le quali erano in Roma, solo quattro rimasero libere dallo’ncendio, & furono arse (ah mise rabil veduta) le case, i tempij, le spoglie delle hauute vittorie, & ricchezze infinite: Tutto questo scriue Suetonio, Eusebio, Eutropio. Paolo orosio, Isidoro, & Cornelio Tacito. Ma doue lascio Caligula Imperatore crudelissimo? che fece delle sue crudeltà marauigliare gli scruttori. Condannaua à morte gli huomini à torto, con tormenti non mai più diti; alcuni faceua mettere uiui fra le fiere, che teneua per cagion delle feste, & alcuni altri faceua sbranare à suoi carnefici, & voleua, che fossero presenti i cari padri, & tutti gli altri parenti; poscia inuitaua loro à mangiar seco, & faceuali ragionar di cose liete, & piaceuoli. Tutto lo suo ingegno poneua in pensar, come potesse trouar nuoue maniere di tormenti. Onde era tanta la paura, che molti si uccideuano prima, che fosse data la sentenza si distruggeua; perche tutto il popolo Romano non hauea un solo collo per poterlo tagliare in un sol colpo, & teneua per isfortunati i suoi tempi, & si rammaricaua della loro infelicità; perche non v’erano pestilenza, terremoti, diluuij fame. indendij, & altre simili disauenture. Hor che uipare di costui, il quale haueua animo si pietoso, & amoreuole uerso i suoi Cittadini? Né voglio lasciare Alessandro Fereo, il quale era un mostro di crudeltà nell’età sua. Costui non contento di dare à gli huomini le solite morti, feceua sotterrare gli huomoni uiui, perche diceua, che moriuano troppo presto, altri faceua portare in cuoi di cinghiali, & d’orsi, & poi li faceua sbrabare à i cani da caccia, per darsi piacere. Si può pensare peggio? certo nò: Un girono essendo ragunati insieme gli huomini della città Melibea, & Scotusa, come amici all’huomo scelerato egli mandò i suoi sergenti, & li fece tutti uccidere non guardando à grandi ne à piccoli. Questo afferma Plutarco. Crido, & senza ingegno fù Tiberio Imperatore come se fosse stato un fancuillino; per che egli era stato tolto un frutto del suo giardino, fece cercar colui, che tolto l’hauea, & lo fece uccidere per dispiacere, del pomo tolto ma questo era nulla, per leuissime cagione condannò à morte i più Illustri

 

 

 

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Cittadini Romani, & confiscò loro tutti i beni. Per opera di Roberto Re di Sicilia fu dato ad Henrico, (disegnato Imperator da Papa Clemente) il veleno nella Eucaristia, & nel sangue di Giesu Christo, & cosi finì la sua uita, come scriue Egnatio. Si può sentir peggio? io mi meraviglio, come il cielo non fulminasse questi scelerati. Orcane Re de’ Turchi figliuolo di Celapino diede se medesimo in poter del zio, confidandosi nella sua fede. Il perfido huomo lo spogliò del regno, & della uita. Vettor Pontefice, dopo un’anno, che fù assunto alla supresa autorità del Ponteficato, morì non senza sospitione di Enrico, che mentre sacrificaua, li hauesse porto il ueleno nel calice, come racconta il Volaterano, Marsullo scriue, che Bilioto Astrologo morì per fonghi aspersi di ueleno à simiglianza di Claudio.onde dice.

 

Dum cauet Astrologus perituris sidera nautis,

            Dum boletis sibi non cauet ipse perit.

 

A Diocletiano non giouò il rifiutar l’Imperio, che cosi priuato, li fù dato da i suoi clienti il veleno: & il medesimo fù fatto à Lodouico Balbo, mentre imperaua Crasso suo fratello. O quante sorti di veneni usano questi scelerati: auelenano, con finghi, co’l Sacramento, & in mille altri modi. Come cong li specchi, cone le staffe, coguanti, con gli odori, & finalmente come dice Gilberto anco congli sguardi. Ma che diremo noi di Settimo Seuero, il quale pieno di una rabbiosa crudeltà corse con un furioso cauallo sopra il corpo morto di Albino? O che mostri, usciti fuori delle più tenebrose cauerne, che l’hanni a l’Ircania, Non uoglio già lasciar l’Arciuescouo Rugieri, il quale fece morire di fame il Conte Vgolino, ma uoglio lasciar l’istoria, & mettere i uersi del nostro Dante, il quale fa cosi dire al Conte Ugolino nel canto 55. dell’Inferno.

Che per l’effetto, se’ suoi mal pensieri,

            Fidandomi di lui, io fossi preso,

            E poscia morto dir non è mestiere.

E più sotto dice, per non essere troppo lunga, la qual cosa non mi piace.

Già era io desto, e l’ora s’apprestaua,

               Che’l cibo ne doueua essere addotto

               E pe’l suo sogno ciascun dubitaua,

 

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Et io sento chiauar l’uscio di sotto,

A l’horribile torre, ond’io guardai

Nel uiso à i miei figliuol senza far motto,

Io non piangeua, sì dentro impetrai;

Piangeuano elli, & Anselmuccio mio

Disse. che guardi sì padre, che hai?

Però non lagrimai, ne rispos’io

Tutto quel giorno, ne la notte appresso.

     Infin che l’altro Sol nel mondo uscio:

Come un poco di raggio si fù messo

      Nel doloroso carcere, & io scorsi

      Per quattro uisi il mio aspetto istesso,

Ambe le mani per dolor mi morsi,

   E quei pensando, ch’io’l festi per uoglia

     Di manicar, di subito leuorsi,

E disser, padre, assai ci sia men foglia

     Se tu mangi di noi, tu ne uestisti

     Queste misere carni, e tu le spoglia.

Quietaimi allhor, per non farli più tristi

     Quel dì, e l’altro stemo tutti muti;

     Ahi dura terra; perche non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì uenuti,

     Gaddo mi si gettò disteso à i piedi,

     Dicendo, padre mio, che non m’aiuti?

Quiui morì, e come tu mi uedi

     Viddi io cascar li tre ad uno ad uno,

     Fra il quinto, dì, e’l sesto, ond’io mi diedi

Già cieco à biancolar foura ciascuno,

     E tre dì li chiamai, poi che fur morto,

     Poscia più, che’l dolor potè il digiuno.

 

E più sotto Esclamando Dante, mosso à misericordia di tanta

Impietà dice.

 

O Pisa, uituperio delle genti,

     Che se’l Conte Vgolin hauea tal uoce,

     D’hauer tra dito te delle castella,

     Non douei tu i figliuoli porre à tal croce,

 

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Et il crudelissimo huomo lasciò morire il misero Conte con quattri figliuolini innocenti. Io non uoglio lasciar Baciano, il quale fece uccidere Alessandra sua moglie fidelissima, & castissima; perche era uenuta alla fede di Christo, per le sanie parole del Beato Gregorio. Ne Mezzentio, che fece cridelmente decapitare Faustina sua moglie per la stessa cagione. Attila, che per la sua crudeltà, fu chiamato, flagello di Dio. come scriue Paolo Orosio, fu huomo auidissimo d’Imperio, et sitibondo oltre modo di sangue humano, Aquileia conferro, e fuoco ruinò , disfece, & rubò molte illustri Cittadi, assediò Firenze, né potendola per forza hauere, si uoltò à gli inganni, & con molte false parsuasioni indisse i Cittadini à riceuerlo nella Città, & gli sotto specie di honore fece camera all’altra, faceua lor crudelmente uccidere, e gittare in una gora deriuata Dall’Arno. Inteso il popolo la fieri, & spietata uccisione, & uedendo l’acque della Gora sanguigne, tumultuò; onde Attila mandò i soldati per la terra, et fece che uccidessero tutti grandi, piccioli, huomini, & donne; né alcuno si saluò, se non quelli che fuggirono. E ben mostraua nel feroce, e terribile aspetto la crudeltà & impietà dell’animo scelerato: come dice il Tasso in quei uersi al Canto decimosettimo.

 

Che con gli occhi, di drago, par che guati,

E la faccia di cane, & à vederlo,

Dirai che ringhi, e vdir credi i latrati.

 

Et Phalari, ilquale fu Re di Agrigento, per la sua grandissima crudeltà proponeua premio non di poca stima à chi hauesse trouato nuouo tormento contra gli huomini. Era Perillo in quei tempi famosissimo artefice, & di grande ingegno. costui di sottolissime piastre formò un Toro di bronzo, nelqual uoleua, che entro lui si mettesse, chi hauesse ad essere ucciso, & se li accendesse intorno un fuoco grande; onde quando per souerchio ardore l’huomo gridasse, uscisse una horribil uoce, che paresse muggito di Toro, Per tale opera Phalari li rendè degno premio; percioche uolle, che fosse il primo, che prouasse, se il tormento era conuenientemente grande, & fù cosa giusta, che l’inuentore di tata crudeltà, quella medesima patisse: & benissimo espresse questo Ouidio:

 

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Non est lex equior ulla:quam necis artificem fraude

                   perire sua.

Et Propertio dice di Perillo.

Et genera in tauro soeue Perille tuo.

Silla essere crudo, e spietato non cedeua ad alcuno, & uenendo un giorno à Preneste, & quiui i giudicii priuato, puniua i Cittadini ad uno ad uno; ma quasi, ch’egli non hauesse tempo di ucciderli, l’un dietro all’altro fece ragunarli tutti in piazza, & comandò, che fossero tagliati à pezzi dodici mila huomini. Et solamente donò la uita à colui, che in casa l’alloggiaua: Ma egli contentandosi di morire con gli altri Cittadini, domandò di esser leuato di uita; & egli lo fece uccidere. Oltre questo fece uccidere sei mila nemici nel tempio di Bellona. Furono ammazzati per lieui cagioni assaissimi huomini di gran conto. essendoli domandato da uu certo Metello, quali huomini uoleua lasciar uiui; rispose Silla, che ancora non si era ben risolto, quali uoleua saluare. Subito metello soggiunse, dacci ad intendere almeno, quali deuono essere puniti, senza dimore la crudele bestia proscrisse ottanta, persona senza communicare il suo pensieri con alcun Senatore, & hauendo ciò tutti per male, postoui unogiorno in mezo, ve ne aggiunse altri dugento, & venti. La terza uolta ne aggiunse altri tanti, & ragionando egli in publico sopra di questa cosa, disse, che proscriuea tutti coloro, di cui si ricordaua, & un’altra uolta haurebbe proscritto quelli, che allora non gli ueniuano à mente. Era pena la morte, se alcuno per humanità perdonaua la morta à coloro, che erano proscritti: à colui, che quelli ammazzaua, daua duo talenti, ancorche il seruo hauesse ammazzato il padrone, ò il figliuolo il padre. Ma quel parue ingiustissimo cosa, priuò d’ogni homore & i figliuoli, & i nepoti de i proscritti. Nè solamente in Roma, ma in tutte le città d’Italia si faceuano le proscittioni, tal che nè le habitationi paterne, nè le case delli amici, nè i tempii de i Dei erano sicuri da gli homicidii. I mariti erano ammazzati in seno delle misere mogli, i figliuoli in braccio alle madri. Furono morti molti per ira, molti per inimicitia: ma molti più per denari; perche gli huomini fra tanti uitii, che hanno in se stessi, nell’auaritia quasi auanzauano ogni altro. ma notate questa crudeltà. Vi fu un certo huomo dato all’otio, il quale non si credendo da compassione di quelli infeici, et quiui si mise à leggere le proscrittioni,

 

 

 

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fra i quali trouò se medesimo, & andando un poco innanzi fù morto da persecutori. Se io uolessi scriuere le crudeli attioni di questo pessimo huomo son certa, che mi mancherebbe il tempo, & forsi la carta, & l’inchiostro; ma basti questo poco, appresso al molto, che io tralascio. Dionigi Siracusano Signore di Sicilia, fù crudele, aspro, ingiusto; onde i sudditi suoi uiueuano in miseria grandissima, altro di lui dir non uoglio; perche sono troppo lunghe le crudeltà, & sceleraggini; ma ueniamo ad Azzolino, da Romano, castello di Triuigi; benche Musato Padouano lo finga in una sua Tragedia figliuolo del Diauolo; Costui crudelmente, signoreggiò Padoua, Vicenza, Verona, Brescia, & per la sua rabbiosa uoglia di continua uccisione fece uccidere molti huomini, & alcuni altri mandò in essilio; ma dopo che i Padouani si furono ribellati, rinchiuse nel prato di padoua dodici mila, & più huomini, & tutti li fece ardere, & hauendo preso sospetto d’un suo cancelliere, et hauendo determinato farlo morire, li domandò se sapeua, chi erano rinchiusi nel palancato, rispondendo il misero Cancelliere, che li hauea notati tutti, ho determinato, disse Azzolino, di uolere presentare le anime di costoro al Diauolo per molti beneficii, che io ho riceuuto da lui: però hauea determinato che tu andassi all’Inferno co’l’quaderno insieme con loro, & da sua parte gliele appresentassi, et cosi lo fece ardere con gli altri, Ma questo, che di lui ho scritto, è un giuoco appresso le altre sceleraggini, et le altre crudeltà. L’Ariosto tiene, che costui habbia auanzato tutti i crudeli, dicendo di lui questo.

 

Che pietosi appo lui stati saranno,

            Silla, Mario, Neron, Gaio, & Antonio.

 

Creonte fu crudelissimo infino uerso i corpi morti, come dice Statio nella sua Tebaide, la quale tradotta in volgare lingua da Erasmo Valuasone, cosi dice di lui parlando.

 

Vuole il crudele, ch’à le pruine, e al Sole

       Marciscan le reliquie de la terra,

       Er ch’errin d’ogni stanza escluse, e sole

L’ombre, i cui busti alcun marmo non serra,

Fatta la legge in scritto, & in parole,

A circondar uà l’occupata terra.

 

 

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Et Medoro nel Furioso dell’Ariosto così dice à Zerbino, di lui

 

Et se pur pascer uuoi fere, & augelli,

            Ch’inte il furor sia del Teban Creonte.

 

Et Mario il giouane, figliuolo di Mario il uecchio, come scriue Plutarco, fù oltre à modo crudelissimo, fece tagliare à pezzi i più nobili cittadini di Roma. Teodosio Imperatore fece una horrenda, & nefanda crudeltà in Tessalinica, facendo uccidere sette mila poueri, & innocenti cittadini senza alcun ordine di giustitia, & questo solamente mosso da passione Mezentio fu uno de’ Prencipi crudelissimi di Toscana, biasimato di nuoua, et inusitata crudeltà contra gli huomini, legaua i corpi uiui con quelli de’morti sanguinosi, & uccideua i miseri sudditi con questa maniera di tornenti, oltre ad altre maniere però dice lui ragionando Virgilio nel libro ottauo.

 

Quid memorem infandas cedes, quid facta tiranni

       Effera? dii capiti ipsus, generique referuent.

       Componens manibusque manus, atque pribus ora

       Romenti genus, & faniae, taboque fluentes,

       Complexu in misero longa sic morte necabat.

I quali uersi traslati in uolgare tali sono: dal Caro.

 

A che di lui contarle sceleranze,

A che la ferita, Dio le riserui

Per suo castigo, & de’seguaci suoi,

Questo crudele infino i corpi morti

Mescolaua co i uiui(o di tormento)

Che giunte mani à mani, e bocca à bocca,

In così miserando abbracciamento,

Gli faceua di putredine, e di lezzo,

Viui di lunga morte al fin morire.

 

O quante maniere di tormenti trouano quegli scelerati petti, la morte stessa non è tanto horribile, quanto la fanno parere questi pessimi atroci huomini; però cosi dice il Petrarca nel cap. 2. della Morte.

Silla, Mario, Neron, Gaio, e Mezentio,

 

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Fianchi, stomachi, e febri ardenti fanno

Parer la morte amare più che assentio.

 

  Diomede Re di Tracia (udite crudeltà) pasceua i caualli di corpi humani; però Ouidio nel lib. 9. fa cosi dire di lui ad Ercole, mentre era diuorato dal ueleno di quella camicia infettata dal sangue dell’Idra.

 

Quid?cum tracis equos humano sanguine pingues,

            Plenaque corpiribus laceris presepia vidi?

            Visaque deieci?dominum, ipsosque peremi?

 

Che uulgarizzati da Fabio Maretti tali sono.

 

Vid’io pur d’human sangue i corsieri grassi

            In Tracia, e pieni i lor presepi spesso

            Di corpi in pessi, e sei di uita casti,

            Ciò uisto quelli, & il padrone istesso.

 

Ma doue lascio Busiride crudelissimo Re de gli Egittii, il quale sacrificaua tutti i forestieri à Gioue, che finalmente fu ucciso da Ercole, il quale dice nel lib. 9. Di Ouidio:

Ergo ego faedantem peregrino templa cruore,

            Busirim domui?

 

Ne giusto è che rimanga fuori, di questa pessima compagnia, Domitiano, ilquale, come racconta il Tarcagnota, fece morire una gran quantità di Senatori, & molte altre persone di alto stato con molte pene. & ne fece anchor’magiare à cani. ma lasciamo costui, ancor che sia soggetto tale, che molta materia dia ragionarne. et ritrouiamo Bassiano Imperatore, il quale non cede à nuino altro ne uitii, & nelle crudeltà. Celebrauansi in Roma i giuochi Circendi, & alcuni Romani haueuano motteggiato un Carrattiero molto caro à Bassiauo, il quale sdegnoso, & furibondo fece uenire l’essercito armato, che tagliò à pezzi, il popoli, spettatore de giuochi, in guisa, tale, che in Roma, non fù mai ueduto il più spauenteuol macello. Questo iniquo Imperatore spesso minacciaua il Senato, & il popolo, dicendo che un giorno si sarebbe fatto

 

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fatto conoscere per un nuono Silla, ilquale sommamente, per le sue crudeltà lodaua, essendo questo bestiale huomo in Alessandria, gli Alessandrini il prouerbiauano; perche haueua pigliata la matrigna per moglie, & hauea ucciso Geta suo fratello; egli intendendo questo ardendo di nuouo sdegno, & crudele più che mai fosse, finse di uolere fare una bella Phalange in honore di Alessandro. Onde fece la più bella, & scelta gente, raccore insieme fuori della Città, & poi cingendola col suo essercito la fece (o miserabil ueduta) crudelmente uccidere. Scriue Spartiziano, ch’egli commise à suoi soldati, che ciascuno di loro uccidesse il suo hoste nella citta: ma non uoglio, piu stendermi in narrare le crudeltà di questo sanguinoso lestrigione. essendosi Macrino, che chiamandomi ad alta uoce mi prega, ch’io nol lasci nella penna, ricordandomi che non rimane dietro ad alcuno nell’essere crudele, & sanguinolente. Costui fù simile à Mezentio nelle sue crudeltà, per leggierissime cagioni fece mettere in croce molti suoi soldati, & di fame moriuano. Fece morire due soldati nel seguente modo. fece aprire duoi Torri, et ui fece chuidere dentro i soldati con la testa fuori; accioche si potessero ragionare, & lor faceua dar bere latte con sele di bue. Onde uissero miseramente alcuni giorni. Ma doue rimane Quinto Flaminio? Tito Liuio dice di lui tali parole. Essendo stato introdotto un nobile Gallo nel padiglioni di Quinto flaminio, & hauendo cominciato à ragionare per uia d’interpetri, Quindi domandò ad un fanciullo, che sfacciato era, accennò  di si. egli prese una spada, & lo ferì su la testa, & poi lo passò da un fianco all’altro. considerate per uostra fè, che huomo iniquo, & empio egli era ad uccidere uno inocente à torto, ilquale dimandaua sicura stanza per se. Dice Valerio Antiate, che essendo questo acerbo, & atroce huomo in Piacenza fece uenire una famosa meretrice à se hauendo fatto apprestare un gran conuito, quasi uollesse honorarla, gloriandosi con essa lei de’ suoi fatti egregi, & più delle sue crudeltà. & le raccontaua come aspramente hauesse fatto esaminare i rei, & quanti ne teneua in prigione per farli decapitare, & tormentare. & ella disse, che non haueua ueduto in sua uita uccidere alcuno con la manaia, la qual cosa molto desideraua: subit Quinto fece trarre di prigione un condannato, & lo fece decapitare in sua presenza, Onde Tito

 

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Tito Liuio chiama questo atto atroce, & crudele; perche la mensa in cui era il uino, il quale in honore de gli Dei, si gustaua fu da una humana uittima macchiata. Dio buono, si può sentir peggio? certo nò. Crudelissimi sono i Francesi, come racconta il Giouio, & molti altri Historici. & udite quello, che racconta Girolamo Riscelli di cotali huomini essendo egli con esso loro nella presa di Brescia. Io, dice, in qualunque casa mi fermaua per mangiare, ò per bere altro non uedeua ne di giorno, ne di notte, che infelici gentilhuomini spogliati nudi, legati battuti, & appesi co i piedi sopra il sopra, alcuni con sbadagli in bocca, ò puntellata la lingua con un legno, ò con un pezzo di coltello sopra la lingua, & sopra il palato, & con altre nuoue guise di tormenti: onde m’era uenuta la uita à noia, & desideraua morire. alle donne non mancauano, mille maniere di tormenti acerbissimi: onde non era ad alcuna persona perdonato, ne à uecchio, ne à giouine, ne à donna, ne à fancuillo, ne à luoghi sacri: pero potete conoscere la crudeltà loro molro maggiore di quella de barbari: ma lasciamo costoro. Scriue Plutarco, che Filippo teneua una finta amicitia col Re Arato: ma poi scoprendo la sua natura lo fece auelenare da Taurione Capitano, & morto Arato operò con alcune beuande in modo, che leuò l’intelletto al figliuolo d’Arato. Onde essendo in misero impazzato faceua cose horribile. Ma udite questa crudeltà, & horribile sacrificio, che cosi lo chiama Plutarco, gli ambasciatori di Tarquinio haueano tirati à far uno tradimento molto giouinetti, il tradimento era di tal fatta, che ammazzassero tutti i Consoli, & togliessero di notte tempo il Re Tarquinio nella Città. tutti i giouani dosposti à far l’uccisione de Consoli, facerono uno horribil giuramento in questo modo. Scanarono un’huomo, toccarono le sue uiscere, & gustarono del suo sangue. & poi stauano aspettando il tempo opportuno di uccidere tutti i Consoli:ma la cosa non andò fatta à i pouerelli; perche eglino furno traditi, & da’ Consoli morti. Ne sia bene che rimanga à dietro Federico Imperatore, il quale scaramuzziando co’ Romani, quanti faceua prigione, tanti faceua patire la testa in croce, ò con un ferro affocato faceua loro fare una croce nella nella fronte. Doue resta Arisio crudilissimo? il quale hauendo prigione Balduino, come una fiera arrabbiata gli fece tagliare le gambe, & le braccia. & poi gittarlo dall’alta cima di un monte in una profondissima ualle, come scriue l’Acominato. dice il medesimo Autore, che non cedeua

 

 

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punto à costui Giustiniano Imperatore, il quale fece molti con in humana crudeltà morire, facendone molti legare ne sacchi, & gettare in mare, ad alcuni cauar gli occhi, molti decapitare; & fece molte altre opere di pietà, & di amore simili à queste. Paolo Giouio racconta la natura amoreuole di Cesare Borgia, detto il Ualentino, con tai parole. Gli Orsini furono quasi tutti crudelmente morti da lui. i Signori Gaetani, iquali possedeuano la terra di Sermonetta in campagna di Roma Iacopo, Nicolo, & Bernardino furono in diuersi modi morti da lui, à cui ne restarono tutte le rocche, & le terr. i Signori di Camerino Giulio, Cesare, Venantio, Anniballe & Pirro furono spogliati del principato, & strangolati. oltre à questo fece dar molte ferite ad uu giouine di casa Aragona, Principe di Bisello, & figliuolo d’Alfonso, & quello ch’è peggio, et che mi uergogno à dire, era marito di sua sorella Lucretia, ma uenendo, che per quelle ferite non era morto, lo fece nella camera, & nel letto stesso della sorella ammazzare: auelenò molti Cardinali, laquale cosa egli et suo Padre Alessandro spesso faceua, uccide Cerbellione nobile Cittadino; solo perche costodiua l’honore di una donna di casa Borgia. & tante altre ne fece di questa natura, che si può à ragione con Aristotile dire Homo malus milies plura mala faciet, quam mala bestia. Crudelissimo fu Marco Antonio, il quale, dopo che haueua fatto uccidere Cicerone per satiar la sua rabbiosa crudeltà, fece porre sopra la mensa la testa, et la mano di lui. Di Temistocle non dico altro, fu di si galante natura, che suo padre lo priuò dell’heredità, & sua madre per non si uedere un figliuolo tale s’impiccò. Hor passiamo à dire quanto Cambise fosse.

Cambise domandò un giorno ad un suo fauorito, & caro amico chiamato Presaspe, in che riputatione fosse appresso i Persiani, esso rispose, che in suprema riputatione era, & che saria stato in maggiore, se non hauesse tallhora mostrato di bere con troppo auidità il uino: si sdegnò Cambise, ma dissimulando, disse, che li uoleua far uedere, che doppo che beuuto haueua, era sano di mente; percioche uoleua con una saetta colpire à punto nel cuore del suo figliuolo, & subito fece menarsi il fanciullo, & disse, se io non lo ferirò giustamente nel cuore, io sarò con ragiooe riputato ebro. Detto che queste parolhenne, si fece portare molto da bere, & beuue copiosamente: trasse poi, come in un berzaglio, al fanciullo nel petto, essendo presente il padre del misero fanciullo, & poi lo fece aprire, & mostrare

 

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come egli giustamente nel cuore percosso l’haueua. Ogni uno può pensare quanto fosse il dolore, che il misero padre sentì ueggendo il caro, & innocente figliuolo senza cagione essere ucciso: nondimeno mostraua lieta, & serena faccia, stringendo le lagrime, & i sospiri nel tormentato petto. Pochi giorni dopo questa atroce crudeltà, fece sotterrare uiui col capo in giù molto nobili Persiani: oltre  à questo fece scorticare un giudice, & della sua pelle, uolle che si coprisse il seggio, oue hauea giudicato, & nell’istesso seggio fece sedere il figliuolo del giudice morto. In questo capo non  credo che faccia bisogno di far comparatione tra le donne crudeli, & gli huomini: percioche di numero, & di qualità i maschi passano & eccedono senza comparatione le donne, le quali di natura sono uniuersalmente mansuete, & pietose, come tutti gli huomini confessano.

 

 

  1. 204

 

De gli huomini Fraudolenti, Traditori, Perfidi, & Spergiuri.   Cap. XI.

 

ANCORCHE alcuni facciano non poca differenza tra fraudolente, ingannatore, & perfido, nondimeno io ho posti tutti questi nomi sotto un medesimo capo, come nomi, che non uariano la natura della cosa, ma più, ò meno dimostrano, ouero nelle circonstanze sono tra loro diuersi, credo però, che il nome ingannatore sia communissimo ad ogni sorte d’insidia fatta in qualunque modo. La fraude è fatta con l’adulatione, & fintione, o di bontà, o di amicitia: il perfido allo inganno, aggiunge la fede simulata, & finta; lo spergiuro ui aggiunge I giuramenti falsi, et i testimonii de gli Dei da lui inuocati, atti tutti uitiosi, & maluagi; percioche peggio non si può dire, che con un piaceuole uolto, & sotto une finta, & simulata pietà, ingannare altrui, ouer sotto la fede data, che dourebbe essere inuiolabile, ouero con giuramenti chiamandi li Dei per testimonio farti credere il falso di quello, che ti uien detto. O quanto è meglio essere sforzato à dare il tuo, che darlo con inganno, & fraude; onde Cicerone ciò conoscendo, disse. Aut ui, aut fraude fit ingiutia, fraus quasi uulpeculæ, uis Leonis uidetur, utrum

 

  1. 205

 

que altisimum ad homine, sed fraud odio digna maior. O quanti sono stati uccisi sotto une simulata, & fraudolente pace & quanti sotto pretesto di amicitia, ò di una finta bontà sono priui, ò delle facultà, ò dell’honore, ò della uita; descrisse l’Ariosto la fraude nel Canto 14.dicendo.

 

[Hauea][1] piaceuol uiso, habito honesto,

Vn humil uolger d’occhi, un andar graue

Vn parlar si benigno, e si modesto,

Che parea Gabriel, che dicesse Aue:

Era brutta, e deforme in tutto il resto,

Ma nascondea queste fattezze praue,

Con lungo habito, e largo, e sotto quello

Attossicato hauea sempre il coltello.

 

Et Dante in questo modo hauendola ueduta nello Inferno.

 

Et quella sozza imagine di froda

Se’n uenne, & arriuò la testa, e’l busto;

Ma’n su la riua non trasse la coda.

La Faccia sua era faccia d’huom giusto,

Tanto benigna hauea di fuor la pelle;

Et d’un serpente l’uno, e l’altro fusto.

Due branche hauea pilose, infin l’aselle,

Lo dosso il petto, & ambedue le coste

Dipinte hauea di nodi, e di rotelle.

Con più color sommesse, e sopra poste,

Non ferma’in drappo Tartari, ne Turchi

Ne fur tai tele per Aragne imposte.

 

Ma basti fin quì di hauer narrato quello, che tiene in se, & fuori di se la fraude, et ueniamo à gli essempi, il primo sarà Tolomeo. il quale tradì Pompeo, che hauea fatti grandissimi beneficii al padre di lui: il traditore senza hauer riguardo alle gratie riceuute, lo fece uccidere à tradimento in questo modo. Essendo Pompeo uinto in Pharsalia da Cesare, ne sapendo tra gli amici regni oue ricorrere douesse, confidatosi ne’ beneficii fatti al padre

 

  1. 206

 

di Tolomeo, si in drizzò uerso Egitto, & subito li mandò un suo messo à fargli intendere, come era uenuto à ritrouarlo: egli come questo intese si consilgiò co suoi consiglieri, uno de’quali era Achilla Egittio, l’altro Teodoro da Chio, & tutti insieme conchiusero d’ammazzar sotto uelame d’amicitia Pompeo. Andarono adunque molti à ritrouarlo, un de’quali fu Settimio, l’altro Achilla, & Saluio; Settimio, tosto che lo uide con lusinghe lo chiamò Imperatore. Achilla lo inuitò à montare su la scasa, & egli ui montò: ma come fu uicino al lido Settimio lo feri mortalmente, dopo costui lo ferì Saluio, & Achilla: & così il misero Pompeo Magno finì la uita per l’inganno del traditore Tolomeo; onde il Petrarca dice. Il traditor di Egitto, parlando di lui. Ma che ui pare di Bruto? ilquale era instituito secondo herede da Cesare nel suo testamento, incui hauea gran fiducia; & essendo uenuto il giorno di andare in Senato Giulio Cesare non ui uoleua andare, parte spinto dalle parole de gli indouini, parte del sogno di Calfurnia sua moglie, come Plutarco racconta; ma il traditore bruto sapendo quelo, che uoleua fare, lo persuase ad andarui, & pigliandolo per mano lo menò fuori di casa, & in Senato; come fu posto à sedere, parte de’compagni di Bruto si fermarono dietro il seggio di lui, & parte li stauano all’incontro, Tullio diede il segno di cominciare, ferillo Cassio, che fu il primo, dopo lui Bruto li diede une ferita nella gola, dopò Bruto Cassio, & gli altri congiurati, cosi à tradimento uccisero il buon Giulio Cesare. O che fiere scelerate, già che uccideuano, chi lor portaua amore. ma che diremo noi del tradimento fatto da Lorenzo de’Medici al Duca Alessandro de’Medici? che tanto si confidaua in lui, & li portaua tanto amore, che se fosse accaduto, che egli fosse andato fuoru di Firenze in suo luogo non haurebbe lasciato altri, che Lorenzo; & Lorenzo per acquistar si questa fede appresso del Duca, che li pareua, non curaua di uenire in odio à gli amici, à parenti, & per fino alla madre stessa: non curaua di essere tenuto portatore di nouelle, ingannatore de gli amici, & un uero, e continuo spione del Duca contra tutto il mondo; & tutto questo faceua per tradirlo; & spesso diceua al Duca, che quanto l’haueua seco, facesse conto di non l’hauere inquanto al uenire alle mani per difenderlo; perche la nature non li hauea dato cuore da armi, & che cercaua ben di farsi immortale; ma per uia delle compositioni: & che haueua composto una bella Comedia; ma che

 

  1. 207

 

componea la più bella Tragedia, che forse sia stata ueduta da gli scrittori già molti anni, & cosi andaua il traditore facendosi amicissimo al Duca. A i quattro di Gennaro andò Lorenzo à leuare il Duca, & menollo à casa sua, laquale era molto uicina à quella del Duca, & egli entrato in una camera si pose sopra un letto; Lorenzo si partì, & andò nella stanza di sotto, & trouò uno sgherro chiamato Scoronconcolo, & lo menò alla camera, oue l’incauto Duca giaceua, & intrato andò al letto, & li disse; Signor, dormite uoi? & subito li tirò una stoccata nella schiena; il misero si gettò fuorì del letto gridando. Ah Lorenzo, io non aspettaua questo da te, & il traditore rispondendo, disse; Anzi troppo l’hauete aspettato; perche staua molto à uenire, & in poco tempo, con l’aiuto di Scoronconcolo uccise colui, che lo amaua, come se medesimo. & chi sara colui, che si fidi di huomo, poiche tutti sono tanto ingannatori, perfidi, & simulati amici? Onde ben dice il Tasso, che non è fede in huomo, e dice il uero ueniamo ad un’altro essempio di un’altro traditore; essendo andato Camillo per assediar la Citta di Falerio, la quale Cittade era molto munita di tutte le cose necessarie alla guerra Camillo considerando la città essere forte, & fornita di tutte le cose li parue difficile da perdere. Però non la faceua battere: ma faceua ogni giorno essercitare i soldati. accioche stando in otio non di uentassero timidi, & uili: dentro i Falerii stimauano poco l’assedio, & pochi faceuano le guardie alle mura, & tutti andauano disarmati per la città. Et come esser suole usanza de Greci, teneuano un maestro salariato dal commune, uolendo che i figliuoli si alleuassero, et s’ammaestrassero nelle buone scienze, il maestro di scuola pensò di fare un tradimento a’Falerii col mezzo de lor fanciulli, & cosi cominciolli à menare à spasso intorno alle mura, & tal uolta fuori, et quando li haueua essercitati, li rimenaua dentro: Finalmente hauendoli tutti con esso lui, li menò alle guardie de’Romani, et si uolle presentar con essi à Camillo, et facendolesi innanti melancolico, & pieno di grauità, disse, come erà il maestro di quei fanciulli, & che per lo mezzo loro hauea disegnato per acquistarsi la gratia di lui, di darli la citta di Falerio nelle mani. Parue à Camillo quell’atto molto uituperoso, & fece stracciare tutti i panni, che haueua intorno al traditore, & legarli le mani di dietro, & dare in mano a’fanciulli alcune sferze, accioche battendo il traditor lor maestro, il conducesserono nella citta. che ui pare? questo fu egli un

 

  1. 208

 

tratto da un uero traditore, ò nò? mi souuiene ancora di Sinon Greco, ilquale mostrando di fuggire da’Greci, da quali haueua riceute [sic] molte ingiurie, come egli fingeua diede ad intendere a Troiani con finte parole, che i Greci haueuano edificato quel cauallo, & con sacratolo à Minerua, & l’haueano fatto tanto alto, accioche i Troiani lo guastassero, & non lo potessero mettere intier in Troia. perche i Fati uoleuano, che se lo guastauano, Troia hauesse à cadere ma se fosse intiero condotto dento la terra i Greci hauessero ad essere uinti da Troiani. Era traditore, & spergiuro, perche giuraua, et chiamaua in terstimonio li Die, come dice Virgilio nel libro secondo dell’Eneida in questo modo.

 

Sustulit exutas uinclis ad sydera palmas

Vos æterni ignes, & non uiolabile uestrum

Testor numen (ait) uos are ensesque nefandi

Quos fugi, uitteque Deum quas hostia gessi,

 

Et altroue parlando di lui à Didone dice;

 

Accipe nunc Danaum insidias, & crimine ab uno

Disce omnes

 

Volendo mostrare, che tutti i Greci sono fraudolenti, & ingannatori. Gano di Maganza oue rimane egli? ilquale fu traditor di Carlo, & de’suoi Paladini, fu tanto in questo mestier ualente che l’Ariosto il chiama padre de’tradimenti, dicendo.

 

Tutto seguì, ciò che hauea ordito Gano,

Ch’era d’insidie, e tradimenti il padre.

 

Infedelissimo fù Bireno, che haueua riceuti tanti beni da Olimpia, & in guiderdone la lasciò su il nudo scoglio, come dice l’Ariosto, che uolendo narrare la sua infedeltà, dice quasi merauigliandosi.

 

Io uò dire, e far di merauiglia

Strinher le labra, & inarcar le ciglia.

 

  1. 209

 

Di mille tradimenti, che racconta il Giouio, racconterò solamente quello, che fecero i capitani de’Suizzeri al Duca di Milano, & è questo. Tumultuauano li Suizzeri fingendo una uera occasione, che il dì destinato al pagamento non si numerauano i denari: il Duca di Milano corse al tumulto, con parole benignissime, che induceuano non poca compassione; poi donò à loro tutti li suoi argentii; ma i Capitani infedeli, temendo di non mettere in essecutione il tradimento disegnato, operarono, che l’essercito Francese si accostasse à Nouarra, per torre al Duca, & à gli altri, la uia di fuggirsi verso Milano: onde hauendo fatto il Duca, vscire le squadre, i Capitani Suizzeri diceuano, che senza licenza de i lor Signori, non uoleuano uenire alle mani co parenti, & mescolandosi con l’essercito nemico, come se fosse stato un solo essercito, finsero di uolere andare alle lor case; il Duca non potè, nè con preghi, nè con lagrime, nè con infinite promesse, piegare, la loro perfidia. Si raccomandò, à loro, che almeno lo menassero in luogo sicuro: ma perche erano d’accordo co i Capitani Francesi di partirsi, & non menarlo seco, negarono di concerderli la dimanda: ma consentirono, che mescolato fra loro in habito di fante uenisse, laqual cosa fu accettata da lui per vltima necessità: ma questo non fù sufficiente, alla sua salute: perche caminando per mezzo, l’essercito Francese, fù insegnato da i Suizzeri, à coloro, che haueuano la cura, di prenderlo; cosi fù subitamente tenuto prigione. Spettacolo sì miserabile, che commosse le lagrime infino à i nemici. Questo, non fù egli vn gran tradimento? Cleomene, hauendo affidati g*i Argiui li assaltò di notte, & parte ne ammazzò, & parte fece prigioni. Calicute uccise sotto colore di amicitia, Dione Siracusano. Annibale il uecchio, chiamato figliuolo di Asdrubale, inuitato da Cornelia, Asira, sotto pegno, di pace, fù ucciso. Francesco, & Lodouico Gonzaga, amazzorno il fratello Ugolino, inuitandolo sotto buona fede, & ammareuolezza, à disnar con loro. Cesare ancor egli fu traditore, perche in tempo di tregue guerregiò co i Germani, & fece tagliare à pezzi trecento mila persone. Et Alessandro Magno tradì una terra, con la quale hauea fatto una conventione, percioche subito che l’hebbe nelle mani tagliò à pezzi quasi tutti gli habitatori. Onde si può ben dire co’l Tasso.

 

  1. 210

 

O Cielo, o Dei, perche soffrir questi empi.

 

Che ui pare della fraude di Hemanuele contra Venetiani? ilquale sotto pretesto d’amicitia, e di pace, occupò molti luoghi, e prese molte naui, che sotto buona fede, se ne stauano sicure, come dice Pietro Marcello. Ille autem ut callido ingenio à dolo non discedebat.

 

Et Sedechia, Medico Ebreo, pessimo traditore, diede il ueleno à Carlo Caluo Imperator de Galli, ancorche da lui non hauesse riceuuto altro che cortesia, & cosi se ne morì il misero Imperatore, per lo’nganno del perfido huomo. Racconta Tito Liuio nel lib.2. della quinta Deca il tradimento, che uoleua far Perseo Re di Macedonia, ad alcuni Romani. era un huomo nominato Rammio di Brandusio, ilquale allogiaua gli ambasciatori Romani, i Capitani, & altre persone di alto affare. Questo sapendo Perseo prese, amicitia, & famigliarità con Rammio, & facendoli gran doni, et promesse, li disse, che alloggiando gli ambasciatori, & i commissarii Romani nel suo albergo, & egli desiderando la morte di tutti loro procurasse di dare loro il ueleno; & sapendo egli essere molta difficultà, & pericolo in hauerlo, soggiunse. io sò certo ch’è cosa, molto malageuole potere hauere ueleno senza saputa di molti: però io ne daro lor di una quantità, il quale non si conosce à segno alcuno; che sia ueleno. Rammio dubitando se negasse di non farne prima l’esperienza, li promise di fare quanto gli comandaua. & partendo dal Re andò à retrouare Gaio Ualerio, Legato, & narrogli il tutto, & partendo con Valerio uenne à Roma, & introdotto nel Senato, riuelò à tutti i Senatori il tradimento, che uoleua fare Perseo; onde fù dichiarato nimico del popolo, Romano. Scriue lo stesso autore un’altro tradimento, di questo galant’huomo. Odiando Perseo, il Re Eumene, & sapendo che era andato uerso Delo per far sacrificio ad Appolline, il traditore pensò di ucciderlo mentre passaua i monti, i quali dauano à pena uia ad una persona sola, tanto stretto era il passaggio. però si nascose Perseo, con molti altri huomini da bene dietro una certa altezza di un monte, & quando giunse Eumene, co’suoi subito pigliarono sassi grandissimi, & gettandoli percosse il Re, & uno capo dell’Etolia nomato Pantaleone, & gettorono tanti sassi, che il Re era uicino à lasciarui la uita, se molti suoi amici sprezzando gli auersi nimici

 

  1. 211

non l’hauessero portato in luogo sicuro, Enea doue resta, non uogliamo forsi noi ch’egli habbia luogo fra traditori? uogliamo certamente; poiche nel tradire, fù si ualente huomo, ilquale senza alcuno amore uerso il Re Priamo, o uerso la Patria l’uno, & l’altra inganno ancorche Virgilio lo chiami il pietoso Enea, & lo facci oltre à mondo amatore di Troia, laquale cosa è tutta falsità & inuentione del poeta, senza laquale non poteua essere perfetto poeta, & è cosi proprio del Poeta, la falsità, come la uerità è del l’historico, & però udite quello che dice Aristot. nella Poetica. Historicus res gestas exponit, Poeta ut geripotuerent. Ma poi che è proprio dell’Historico il dire la uerità. diremo quello, che racconta di lui il Tarcagnota, nelle storie del mondo. Enea uoleua, che Priamo facesse pace, co’Greci, ma il Re, & Anfimaco uoleuano ò che si uincesse, ò che si perdesse la uita, & conoscendo che Enea, Antenore, & Polidamante desiderauano la pace, & temendo di alcuno inganno, diede il carico al figliuolo Anfimaco, di farli morire. Questo essendo uenuto alle orecchie di Enea, & de gli altri due compagni si consigliarono insieme di tradire Priamo, & la Patria: Onde mandarono ad Agamenone Polidamante à prometterli, la Città. accettarono i Greci la cortese proferta promettendo à congiurati & a loro partegiani quella sicurtà, che sapeuano chiedere. furono giurati i patti dall’una, & dall’altra parte solennemente. & essendo data una notte ad Enea, & ad Antenore in gouerno la guardia di una porta, anzi della città, apersero à Greci quella, nella quale era scolpita la effigie, di un cauallo. entrati nella terra diede Pirro per salute de traditori Enea, & Antenore une guardia armata, & poi misse il tutto à ferro, et à fuoco, uccidendo il uecchio Priamo. questa fù la uera pietà, et la fedeltà di Enea uerso la Patria, il Re, & i Dei penati. Scriue Plutarco, che dopo che hebbe Calippo, commesso molte ingiustitie, & Sceleraggini fù ucciso, rimasero in oscura prigione, la Sorella, & la moglie, di Dione, che hauea à tradimento, fatto uccidere. La Moglie del detto Dione, haueua in prigione partorito un bambino: Onde fece con molta humanità, et amoreuolezza lor cauò di prigione, & lor raccolse & caramente le aiutò: da questo tradimento potrete conoscere gli altri de gli huomini, iquali benche mostrino nello aspetto una carità, & misericordia dell’altrui miserie, che par uerace, è falsa

 

  1. 212

 

& simulata, & coprono sotto un dolce uolto, & sotto melate parole le traditrici, & infide uoglie, le quali stanno affisse ne lor maluagi petti. Finse Icete di nolerle mandare nel Peloponneso: aetcioche me nassero uita più felice, & più sicura, ordinò, che fosse apparecchiata una Naue, & commise à i suoi, iquali si haueuano à partire con le Donne, che quando fossero à mezzo il uiaggio le uccidessero insieme con l’innocente bambino, & poi gettassero, i corpi in mare. cosi fù fatto, benche alcuni dicano, che non furono uccise, ma uiue affogate nel mare. Ma che dirò io di Ammone Medico Hebreo, ilquale diede una medicina auelenata, à Baiazete? Che di Maldonato, di Maccio? & di. Con saluo Rio? & d’altri Capitani? i quali uoleuano ammazzare, con tradimento Francesco Maria, come scriue Paulo Giouio. Narra Plutarco il gran tradimento, che Calippo à Dione fece fingendo di essere suo amico affettionatissimo, al fine assediandolo in casa l’ammazzò, come una bestia: ma io per fuggire la lunghezza, non racconto la cosa come fece nelle circonstanze. Si legge in Tito Liuio, che Tarquinio portaua odio mortalissimo à Turno, & desiderando ucciderlo, & non lo potendo fare scopertamente pensò di falsamente incolparlo. corruppe con denari un seruo di Turno, accioche lasciasse portare à nascondere nello alloggiamento del padrone una gran quantita di spade, la qual cosa fù fatta in tempo di notte. Tarquinio la mattina innanzi giorno tutto trauagliato fece ragunare tutti i capi principali de Latini, dicendo che li era stato riuelato, come Turno machinaua la morte à se, & a’ principali del popolo per usurpare la Signoria de Latini, & si haueua fatto portare nell’alloggiamento molte spade, & se non lo credete, noi lo potremo vedere, cio detto pregaua, ogn’uno, che andasse alle stanze di Turno. andarono con gli animi disposti à credere. nondimeno non si ritrouando le spade non li haurebbono dato fede, giunti alla casa di Turno, & essendo dal sonno desto non si potè difendere, essi pigliarono i serui, & gettarono l’armi fuori dalle finestre; accioche ciascuno potesse uedere, come Turno haueua preparate l’armi per ammazzare i principali de Latini cosi credendo i Latini, che Turno à loro hauesse uoluto dare la morte, però fù preso, & gettato al capo dell’acqua ferentina, & postoli adosso un graticcio caricandolo di sassi lo sommersero, & cosi innocente finì per la iniquità di Tarquinio la uita. Fù

 

  1. 213

 

etiandio un gran traditore Donato Raffignano Castellano Milanese, il quale essendo stato corotto dalle promesse del Triultio, lasciò passare i nemici per la fortezza, nella terra: Onde furono tagliato à pezzi tutti i Soldati, fu fatto prigione Ottauiano fratello naturale *t! Sanseuerino, & cosi tradì per doni la propria Patria, onde ben disse Filippo Macedone, conoscendo la immoderata auaritia de gli houmini, che non ci era fortezza, ne castello cosi forte, che facilmente non si potesse espugnare accostandoli, in uece di Batteria & istrumenti bellici, un Asino solo carico d’oro. o come bene conosceua la natura de gli huomini. Ne fia che rimagna sommerso nel fiume d’Obliuione Tomaso Schiauo da Liuorno, nel quale mentre Mahometto batteua Negroponte, erano tutte le speranze de Cittadini, & di alcuni pochi Gentilhuomini Venetiani risposte. Costui haueua una buona, & forte compagnia di fanti Italiani, de quali la notte molti fuggiuano, & andauano nel campo de Turchi & esso Tomaso, fu trouato di notte tempo, alle mura à ragionare co nimini, & Lucca da Cortulia suo Nipote, calossi dalle mura, & andò allo’mperatore de’Turchi, con letterre del Zio, sapendo questo i Cittadini cominciarono à dire, che la lor patria sarebbe da Tomaso tradita, come egli questo intese mise tutta la sua squadre in arme, & anchor esso armato con molta furia andò in piazza uccidendo qualunque incontraua. Ma il Balio Paulo Erizzo huomo di somma prudenza & di grande mansuetudine, & bontà con bel modo placò l’ira della fiera bestia, & prendendolo per la mano l’inuittò seco à disinare: ma come fù giunto in pallazzo uscirono alcuni Cittadini, come haueuano ordine di alcune camere, & con molte pugnalate uccisero il pessimo traditore, questo racconta Marco Guazzo nel Compendio delle guerre de Signori Venitiani co’Turchi, & racconta etiandio che morto Tomaso fù dato l’honore del suo luogo ad uno Fiorino di Nardone, il quale era pieno di infideltà, & di uoglie traditrici, le quali stauano celate sotto un falso manto di bontà. costui dopo pochi giorni saltò giù dalle mura, & andò à ritrouare il gran Turco, & le disse, che ponesse l’artelaria grossa contra la terra alla Porta del Burchio, cosi  detta, la qual parte era uecchia, & caduta, che senza fatica piglierebbe la Città. cosi fece il Turco, & prese Negroponte, & furno uccisi crudelmente tutti i miseri Cittadini, iquali non haueuano potuto guardarsi da gli huomini traditori;

 

  1. 214

 

perche se uno fù infedele, & empio. l’altro fù peggo. Pessimo traditore fù Mitridate: percioche hauendo messo ordine con Datame di ritrouarsi in certo luogo da lui assegnato per ragionare. Prima in una fossa ascose il ferro, & poi andò al luogo, oue Datame era uenuto, molto insieme di uarie cose ragionorno, alla fine Datame prese licenza da Mitridate, & si parti. Mitridate essendo giunto al buco in cui haueua nascosto il ferro, fingendo di essersi scordato alcune cose importanti, lo fece richi amare, egli subito uenne, & esso gli disse, che haueua trouato un buonissimo luoco da potere accampare gli esserciti, & à lui lo mostrò col dito, Datame guardando fù dal buon Mitridate ucciso con diuerse ferite. questo racconta Emilio Probo nella uita di Datame.

 

De gli Ostinati, & Pertinaci.

Cap. XII.

 

NON è l’ostinatione altro, che una ferma perseueranza nella medesima opinione, ancorche falsa, & irragioneuole, & però dice Cicerone nel 4. Acad. Plerique errare malunt, eamque sententiam, quam adamauerunt pugnacissimè defendere, quam sine pertinacia, quod constantissimè dicatur, exquirere. Segno sicuramente di mente poco sana; percioche, che cosa si può pensare più stolta, che hauere le cose incerte per certe, le false per uere, & le non conosciute per conosciute, & notissime? & questi sono à punto i lodeuoli effetti dell’ostinatione. Ma che dirò io di Giustiniano Imperatore? al quale essendo tolto l’Imperio, & da poi essendoli detto, che facilmente lo ricupererebbe, montò in naue, & essendo scorso sopra Necropola, hebbe una tempesta maritima, fiera, & pericolosa, onde Maiace, famigliare di Giustiniano, disse. Ecco signore, che noi siamo vicini alla morte, fa qualche uoto à Dio, per la salute tua, & questo, sia il tuo uoto, che se tu ricuperi l’Imperio, non farai, uendetta, di alcun tuo nimico. Rispose allhora Giustiniano con gran furore. Se io perdono ad alcuno di loro, che Dio, mi faccia hora, hora ffogare. Tanto era astinato nel uoler far uendetta, che ancor che fosse stato sicuro di sommergersi,

 

  1. 215

 

più tosto uoleua con la sua ostinata opinione annegarsi, che saluarsi, & perdonare ad uno solo de suoi nemici.

 

De gli hnomini [sic] ingrati, & discortesi.

Cap. XIII.

 

EL’ingratitudine una obliuione, ò dimenticanza spesso simulata di non render gratie, ò altra cosa per lo beneficio riceuuto, & però Aristo. nel lib. 9. dell’Ethica al cap. 9. lasciò scritto, che è cosa propria dell’ingrato il riceuere il beneficio, ma non già il renderlo.[2] Ingratus est, qui suscipere appetit, & non bene facere. Cosa inhumana, fiera, & cruda: come ben disse Cicerone pro Planco. O quanti ne sono, che hanno riceuuti non solamente aiuti con le facultà altrui: ma con la uita, & con li honori, & uenendo occasione non uogliono rendere alcun fauore à chi loro ha beneficiati. & spesso negano di hauer riceuuto alcun beneficio, fingono di non hauerlo hauuto, ò se lo scordano. Però Plauto parlando de’suoi Cittadini, disse.

 

Ita sunt isti nostri Ciues,

Si quid benefacias, Læuior pluma gratia est,

Si quid peccatum est, plumbeas iras gerunt.

 

Parlando pur de gli huomini, & non delle donne. come apertamente si uede, come lor proprio uitio, il quale è pur cagione di infiniti mali, come dice il Trissino nella sua Italia liberata.

 

E l’empia ingratitudine, ch’è sola

Causa, e radice d’infiniti mali.

 

Et questa sentenza si confermerà con gli essempi. Ingratissimi furono gli Ateniesi, come scrue il Sabelico, i quali diedero à l’inocente Socrate il ueleno. Ingratissimi furono i Siracusani uerso Dione, ilquale liberò lor la patria, & essi in premio di questo beneficio

 

  1. 216

 

lo bandirono, come scriue lo stesso Autore, & dopo lo chiamarono, & lo fecero morire. questa non fu ella una grandissima ingratitudine? I Thebani non furono ingrati uerso Epaminonda, et Pelopida? gli Ateniesi non furno sconoscenti verso Solone? che à loro diede le leggi, & fu cagione egli solo, che la patria restasse libera dalla Tirannide di Pisistrato, & dopo lo bandirono, come dice Ualerio Massimo. Gli Ateniesi, scriue il medesimo Autore, messero in carcere Milciade uincitor de’Persi, & non uollero, che dopo morte fosse sepellito, se prima non haueuano in prigione Cimone suo figliuolo. Ma che diremo di Temistocle? che fu tanto afflitto da gli stessi Ateniesi? I Romani non furono ingratissimi à cacciare Camillo in essilio? che haueua fatto tanto, e tanto bene per loro, come racconta il medesimo. Caligula era di cosi peruersa natura, che odiaua à morte chi li uoleua bene. Ma che dirò io de’Spartani? iquali lapidarono molte uolte Licurgo. il quale haueua loro dato tante leggi, & hebbe tanto amore uerso la patria, & essi alla per fine gli cauarno gli occhi, & lo cacciorno della Città. O che sconoscenti, ò che ingrati; Mi souuiene di Scipione Africano, che liberò si può dir Roma, uinse Cartagine: ma al’ultimo gl’ingrati Romani lo bandirono; ond’egli spinto da giusto sdegno fu sforzato à dire: Ingrata patria non habebis ossa mea. Ingrato fù Giustiniano Imperatore uerso Bellisario, che era stato così giudicioso capitano, lo priuò d’ogni suo hauere. Ingratissimo, & sconoscente quanto imaginar si può, fu Filippo di Arabia contra Giordano, che era stato uerso lui si amoreuole Imperatore, & udite. Essendo morto à Gordiano Misetio Prefetto, & Capitano suo, elesse Filippo in luogo di Misetio, ilquale era pouero & di stirpe dishonorata, & uile: Tosto che l’ingrato si uide asseso à tanto grado; subito cominciò à pensare, come potesse rubar l’Imperio à Gordiano. Fece prima nascere nell’essercito mancamento di uettouaglia, & non lasciaua correre le paghe nel suo tempo à soldati, i quali si sdegnauano, & egli diceua, che tutto procedeua da poca cura, & prouedimento dello Imperatore, & tanto fece, che eguale à Giordano nell’Imperio diuenne; come si gli uide uguale, cominciò à disprezzarlo apertamente, & ordinaua og[3] cosa, come se stato fosse solo Imperatore: il misero Gordiano uedendo che non potea cosa alcuna nell’Imperio, pregò Filippo, che almeno loo hauesse in luogo di Cesare, il che non ottenendo, chiese di essere

 

  1. 217

 

suo Prefetto, ne questo impetrò, all’ultimo pregò di potere essere uno de suoi Capitani, questo li concesse. Ma come pensò, che Gordiano era amato, lo fece uccidere miseramente. ò che ingrato, non meritaua egli, che il Cielo lo fulminasse, ò che la terra uiuo nelle sue interne parti l’accogliesse? Ma che diremo noi della ingratitudine di Teseo? al quale la cortese Arianna insegnò il modo di uscire fuori dell’intricate strade del cieco Laberinto, & egli in premio di tanta cortesia l’abbandonò, & lasciò sola su il diserto lido, come dice Ouidio nel lib. ottauo parlando dell’ingrato Teseo.

 

Vtque ope uirginea nullus iterata priorum,

Ianua difficilis filo est inuenta relicto:

Protinus Aegydes rapta Minoide Diam.

Vela dedit: comitemque suam credelis in illo

Littore destitnuit.

 

I quali uersi fatti uolgari dal Maretti tali sono.

 

Ma poi, che per uerginea aita data

Trouò la porta, e la difficil uia

Mai da nissun fino à quel dì trouata,

Lasciando il filo, subito s’inuia

Theseo, e rapita à Min la filgia amata,

Diè le uele uer l’Isola di Dia,

Doue il crudel nel lido à la campagna

Abbandonò la fida sua compagna.

 

Ingrato fù Enea uerso la cortese Didone, che tanto amoreuolmente l’hauea riceuuto nelle proprie case, & egli la lasciò sconsolata, & aflitta non curando ne le lagrime sue, ne i suoi preghi, & scordatosi affatto della miseria, nella quale era quanto Didone l’accolse, come egli stesso disse alla presenza sua.

 

O sola infandos Troiæ miserata labores,

Quæ nos relliquias Danaùm, terræq;, marisq;

Vrbe, domo socias grates, persoluere dignas

Non opis est nostræ Dido. nec quicquid ubiq; est

Gentis Dardaniæ, magnumquæ sparsa per orbem.

 

  1. 218

 

Et uno badito, un uagabondo non pur si astenne di mostrare la sua ingrata natura alla cortese Elisa, laquale rimprouerandogli la sua ingratitudine disse.

 

Nec tibi diua parens, generis nec Dardanus auctor

Perfide, sed duris genuit te cautibus horrens.

Caucasus; Hircanæq; admorunt ubera tigres.

 

De gli huomini incostanti, & uolubili.

Cap. XIIII.

 

Inconstanza, Segno di poca mente.[4]

 

SEgno certissimo è l’incostanza di una mente poco saggia, & auueduta; percioche s’ella conoscesse la uerità del soggetto, intorno al quale ella s’impiega, senza dubbio non andrebbe ella uagando intorno à diuerse cose, non diter minandosi di appigliarsi ad alcuna di loro, & se pure ad alcuna si accosta, per lo piu alla peggiore dà di piglio; essendo ella sorella carissima dell’ignoranza; & però con grandissima prudenza disse Cicerone, che niuna cosa è più degna di biasmo dell’incostanza, mobilità, & leggierezza di animo, che ancho leggierezza chiamò, nome denotante una spetie di pazzia. Incostante, & oltre à modo uolubile fù Caligula Imperatore, alquale hora piaceua la compagnia, hora la fuggiua, come ueleno. Faceua alle uolte le cose con tanta prestezza, che pareua il più accorto huomo del mondo. Altre uolte con tanta lentezza, & trascuraggine, che mostraua di essere tutto il contratio. à molti, i quali haueano commessi grandissimi misfatti, non daua castigo alcuno. Et molti altri faceua amazzare senza colpa alcuna. Hoggi lodaua una cosa, domane chi ne diceua bene uoleua tagliare à pezzi, & finalmente era tanta l’incostanza, & il mutamento di costui, che non sapeuano i sudditi, ne che fare, ne che dire, & era il medesimo ne’ uestimenti, & in tutti gli altri fatti suoi. Sergio Galba fù anchor egli instabile, & senza fermezza. Faceua tutte le sue cose una contraria all’altra, hora si mostraua aspro, hora mansueto, & piaceuole, hora condannaua le genti senza cagione alla

 

  1. 219

 

morte. Hora quei che la meritauano, lasciaua assolti. Questo uitio in ogni persona è brutto, & biasmeuole: ma in un Principe non si può imaginar preggio. Et Amone fu incostantissimo percioche hora era preso d’amore, hora da odio, come dice il Petrarca di lui parlando.

 

Vedi quel che in un tempo ama, e difama.

 

Et Aladino Tiranno, per l’imagine tolta come Torquato Tasso, era tanto pieno di rabbia che niente più mostra in questi uersi contra i Christiani.

 

Tutto in lor d’odio infellonissi; ed arse

D’ira, e di rabbia immoderata, e immensa.

Ogni rispetto oblia: uuol uendicarse

(Segua che puote) esfogar l’alma accensa.

Morrà (dicea) non andra l’ira à uuoto

Ne la strage commune il ladro ignoto.

 

Vdite, che instabilità, & incostanza solamente per quella honesta bellezza di Soffronia, che à pena si può dire, che ueduta hauesse.

 

A l’honesta baldanza, à l’improuiso

Folgorar di bellezze altere, e sante;

Quasi confuso il Re, quasi conquiso:

Frenò lo sdegno, e placò il fier sembiante.

S’egli era d’alma, ò se costei di uiso

Seuera manco diueniane amante;

 

Rodomonte era instabile, & uolubile come foglia: perche hauea fisso nella mente di odiar tutte le donne, & à pena uede Isabella, che subito si muta di proponimento, come dice l’Ariosto di lui nel Canto. 28.

 

Tosto, che il Saracin uide la bella

Donna apparir, mise il pensiero à fondo,

C’hauea di biasmar sempre, e d’odiar quella

 

  1. 220

 

Schiera gentil, che pur adorna il mondo:

E ben li par dignissima Isabella

In cui locar debbia il suo amor secondo,

E spegner totalmente il primo in modo,

Che da l’asse si trahe chiodo con chiodo.

 

Onde considerando l’Ariosto la maschile in costanza esclamo dicendo.

O de gli huomini inferma, e in stabil mente,

Come sian presti à uariar disegno:

Tutti i pensier mutiamo facilmente,

Più quei, che nascon d’amoroso sdegno,

Io uiddi dianzi il Saracin sì ardente

Contra le donne, e passat tanto il segno,

Che non che spegner l’odio, ma pensai,

Che non douesse intepedirlo mai.

 

Et de Greci molti sono instabili, vdite quello, che ne dice Iamblico nel lib. de misteriis. Græci namque natura rerum nouarum studiosi suntac precipites usquæquaq; feruntur instar nauis saburra carentis nullam habbentes stabilitatem, neque conseruant, quod ab alijs aceperunt, sed & citò dimitut, & omnia propter instabilitatem, nouæq; inuentionis elocutionem transformare solent. Et che diremo noi di quei buoni campioni, che à pena haueuano ueduto Armida, che si lasciauano raggirar à i lor uani appetiti: onde dice il Tasso, che.

 

Goffreddo spesso hor di uergogna, hor d’ira

Al uaneggiar de Caualier s’accende.

 

Ma che si dirà di Uincilao già uecchio instabile come mostra il medesimo Poeta.

 

Vincilao, che graue, e saggio inante

Canuto pargoleggia. e uecchio amante.

 

Io non credo che fosse punto dissimile da quelle Girandole, da

 

  1. 221

 

ogni poco uente si mouono. Inconstante fù Barbone, di cui scriue Paolo Giouio, questo sempre era sospeso tra diuerse speranza l’animo suo era precipitoso, & da nissuna ragione confirmato, ne stabile in nessuna cosa. Si legge nella uita, di Cicerone, descritta da Plutarco questo di Metello, mostrando la instabilità di Lucio, Metello fù huomo di molta leggierezza, & incostanza. egli abbandonò il magistrato del suo tribunale, & andò à trouar Pompeo in Soria, poi si tolse da lui, & ritornò à Roma, più leggiero, et uolubile, che mai fosse.

 

De gli huomini maligni, & che ageuolmente

odiano altrui. Cap. XV.

 

Odio, che cosa sia.[5]

 

AFFERMANO tutti gli ottimi scrittori l’Odio essere una inuecchiata, et raffredata ira, la quale difficilmente si può cancellare: ma dicono che solamente la morte di far questo è un ottimo, & eccellente rimedio, & però si dice odio, tenace, lungo, & mortale; & è più biasimeuole dell’ira; percioche ella è un subito, & repentino moto dell’anima irragioneuole. Ma l’odio è un cattiuo effetto & passione della ragione; quelli tengono il primo luogo fra questi tali, che non lasciano l’odio ne per preghiere, ne per utile, ne per lunghezza di tempo si mitigano, la quali tre cose sogliono mitigare, & annullare questa passione, come lasciò scritto Cicerone dicendo. Odium uel precibus mitigari potest, uel utilitate deponi, uel uetustate sedari. Ma lasciamo di ragionare della natura di questo pessimo uitio, & ueniamo à gli essempi. Annibale portaua cosi graue odio à Romani, che giurò di esser loro sempre crudel nemico. grande fù l’odio, che hauea Cambise Re di Persia contro il fratello, & spinto da questa passione lo fece uccidere. Ma grandissimo fù quello, che hebbero i Genouesi contra Pisani; percioche hauendo i Genouesi pigliate due Galee di Pisani, impiccarono i Padroni, & uenderono tutti gli altri per una cipolla l’uno, come dice Battista Ful. Al tempo di Scipione Africano essendo morto il padre a duo fratelli, fra loro si odiauano tanto, che

 

  1. 222

 

non si poteuano uedere, & si indussero à combattere insieme, & il più pertinace fù ucciso. Et Catalina uedendo che bisognaua prolungar le nozze di Aurelia un giorno solo per cagion di un suo figliuolo, li prese tanto odio, che lo fece auelenare. questo narra Battista Ful. mi souiene di Amilcare, il quale essendo uenuto in Roma; percioche il popolo Romano inuitato l’hauea, & uedendo quattro figliuoli, disse questi fanciulli sarebbono buoni per alcuni miei Leoncini. Vi pare, che l’odio in costui fosse grandissimo?

 

De gli huomini ladri, assassini, corsali, & rapaci.

Cap. XVI.

 

Furto che cosa sia.[6]

 

E IL ladrocinio un possesso della roba altrui senza il consentimento del proprio padrone nascosamente inuolata. Ma quando con uiolenza si toglie, aspettando gli huomini alle strade assasinamento si chiama. Et ultimamente se per mare alcuno se ne sta rubbando, Corsale do ogn’uno uien chiamato: il furto quanto sia da ogn;uno biasmato, & uituperato non accade, che io lo racconti: percioche è cosa inhumana il uolere possedere l’altrui senza alcuna fatica, & quel che è peggio, con la morte di colui, à cui è stato rubato. Ne Licurgo quel gran ligislatore instituì il furto à giouinetti; perche godessero l’altrui hauere. Ma bene accioche si essercitassero & si facessero uigilanti, agguzzando l’igegno nel rubare, & nel conseruar la cosa rubata. Onde non solamente si faceua accorto il ladro; ma anchora colui, à cui era la roba inuolata; & cosi pochi furti si faceuano, & tanto più che era tanto la pena grande posta da Licurgo, & la uergogna di essere scoperto, che più tosto i ladri uoleuano morire, che essere conosciuti per tali, come intrauenne ad un fanciullo, che rubò un Uolpacino. Ma passati gli anni quattordici non poteuano più in modo alcuno rubare. fù inuentore del furto, secondo che scriue Cicerone nel lib. de natura Deorum, il qual beffaua ogni giorno li Dei, dicendo che lo lasciauano pur uiuo, anchor che rubasse ogni giorno. fù etiandio

 

  1. 223

 

grande Caio Uerre. non minor di lui Flacco Censore, come narra Tito Liuio, ilquale tolse un tetto di marmo à Giunone Licinia, per coprir la sua casa. fù etiandio ladro Arsace Re de Persi, il quale nella giouentù apertamente rubaua, & finalmente fu fatto Re de ladri. Ladro fù Dionisio di cose sacre, & similmente Nerone. Che diremo noi de gli Argiui che nasceuano ladri? onde nacque un prouerbio. Argiui fures. Che di Ghino di Tacco, ilquale rubò con un suo Zio un Castello alla republica Sanese detto Radicofani in maremma, costui essercitaua molto il ladrocinio, come dice il Bocca. di lui ragionando in questo modo. Ghino di Tacco per la sua fierezza, & per le sue rubarie huomo assai famoso era, essendo cacciato da Sanesi, & dimorando in Radicofani à ciascuno che per le circostanti uie passaua, rubar faceua à suoi masnadieri. Et pochi sono, iquali non sappino quanto gran ladro, & rubator famoso fù Cacco, figliuolo di Vulcano, costui fù il primo ladrone d’Italia, habitaua sotto il colle Auentino di Roma. Ma Ercole dopo lunghe prede fatte (perche anchor egli douea essere cosi ualente ladro quanto ogni altro) uenne di Spagna in Italia, & seco guidaua le uacche tolte al Re Girione, & prese alloggiamento poco lontano da Cacco. Ma Cacco, che era sempre auido di nuoua preda gl’inuolò quattro uacche, & tirolle per la coda nell’antro suo: accioche per lo segno delle pedate non si potesse imaginar oue fossero. Ercole dolente della perdita, cercolle & ricercolle, & mai non potè ritrouare inditio, ò segno dalle pedate, & finalmente si partiua hauendo perduta la speranza di ritrouarle; allhora sentì il muggito, & subito si accorse, oue erano, & leuando il sasso, che copriua la spelonca di Cacco, saltouui dentro, & l’uccise, onde Virgilio nell’Eneide cosi dice di lui.

 

Cacus auentine scelus atq; infamia siluæ

 

Et Dante lo uide nello inferno. Onde dice nel can. 25.

Lo mio maestro disse quegli è Caco

     Che sotto il sasso di colle Auentino

     Di sangue fece molte uolte laco

Onde cessar le sue opre biece

     Sotto la mazza d’Ercole, che forse

     Gli ne die cento, e non sentì le diece.

 

  1. 224

 

Uanni Fucci, come dice l’istesso Dante era ladro, & ladro di cose sacre, come egli se stesso dice nel canto. 24.

 

Vita bestial mi piacque, e non humana

            Si come à Mul, ch’io fui: son vanni Fucci

            Bestia, e Pistoia mi fu degna tana.

 

E piu sotto dice parlando pur di se medesimo il ladrone.

 

Io non posso negar quel, che tu chiedi

            In giù son messo tanto; perche fui

            Ladro à la Sagrestia de belli arredi,

 

Et gran ladro, & capo de ladri assassini era colui, che teneua Isabella nella Spelonca, come dice l’Ariosto, ilquale con i compagni fù da Orlando ucciso, le cui parole sono.

 

Ne la spelonca una gran mensa siede

            Grossa duo palmi, e spatiosa in quadro

            Che sopra un mal polito, e grosso piede

            Cape con tutta, la famiglia il ladro

 

Questa mensa gettò Orlando fra loro, & parte ne stroppiò, parte ne uccise affatto; di quelli che restorno uiui, udite quel che Orlando ne fece.

 

Poi li strascina fuor dela spelonca

            Doue facea grand’ombra un uecchio sorbo:

            Orlando con la spada i rami tronca;

            Et quelli attacca per uiuanda al Corbo

 

Anco Brunello era un cosi bello ladroncelli, quanto alcun altro che al mondo fosse, come dice l’istesso Ariosto che parlando di Erontino, che rubò al Re Circasso dice:

 

Inanzi Albracca gliela hauea Brunello

            Tolto di sotto quel medesmo giorno

            Ch’ad Angelica anchor tolse l’anello

 

  1. 225

 

Al Conte Orlando Belissarda e’l corno

            E la spada à Marfisa &c.

 

E però meritamente.

Il manegoldo in luogo occulto, & ermo

            Pasto di Corui, e d’auoltoi lasciollo.

 

Vfente con tutto lo suo stuolo era ladro. Però di lui, e de suoi compagni dice Uirgilio.

 

Armati terram exercent, semperq, recentes

            Conuectare iuuat predas, e uiuere capto

 

Lequali parole recate in lingua uolgare da Annibal Caro, risuonano cosi.

Arar con l’armi indosso, e tutti insieme

            Viuer di cacciagioni, & di rapine

 

Io non so per qual cagione ci sieno tanti di questi huomini da bene, i quali non uogliono far niuno essercitio: ma uogliono uiuere della roba altrui, ne mai si castigano anchor che dinanzi à gli occhi si uedano impiccare alcuno, perche un’altro ladro in quel medesimo tempo inuola i denari à chiunque è lui uicino. Ma che diremo noi di quei buoni compagni di Vlisse, i quali stimando, che nell’oltre chiuso, che Eolo hauea dato ad Vlisse, fosse argento, sciolsero l’oltre, e ne uscirono i uenti, i quali lor diedero quel, che meritaua la loro auidità. Ancho il Sannazaro mostra, che Lacinio era un ualente ladrone in quei uersi, che fa dire à Serano.

 

Tacer uorei, ma il gran dolor m’inanima

            Ch’io tel pur dica: sai tu quel Lacinio

            ‘Ohime ch’a nominarlo il cor si esanima

            Quel che la notte ueglia, e’l gallicinio

            Gliè il primo sonno, e tutti Cacco il chiamano

            Però che uiue sol di latronio

 

E piu sotto fa dire ad Opico, uolendo mostrare che quasi tutti gli huomini sono ladri, questi uersi.

 

  1. 226

 

O quanti intorno à queste selue numeri

            Pastori in uista buon, che tutti furano

            Rastri, zappe, sampogne, aratri, e uomeri

 

Et Torquato Tasso udite quello, che dice di Albiazar.

 

Le terze guida Albiazar, ch’è fiero

            Homicida, Ladron, non Caualiero,

 

Et come afferma Plutarco ladri erano i soldati di Bruto, che se quel giorno, che attaccò la battaglia con Marc’Antonio, non erano occupati ne’latrocinii degli alloggiamenti, haueua una felicissima uittoria. Ma tanta è ne gli huomini l’auidità de l’hauere altrui, che non lascia mai finire una opera bene, & non gioua, che ogni giorno si uegga nelle piazze principali qualche uno di questi uccelli grifagni, che habbi incautamente dato del capo ne lacci, ne che sieno posti per nerui à mouere le ali alle galee, percio che non curano honore, & non si ricordano di quello aureo detto di quel Poeta:

L’honore è dì più pregio, che la uita.

 

Et di questa sorte ue ne sono molti; onde ogni giorno si odono latrocinii, à chi uien rubato il mobil di casa, à chi le mercatantie à chi una cosa, à chi un’altra, fino à Calandrino quei buoni compagni inuolarono il porco; horsù lasciamo costoro; ancorche se io uolessi, ne farei un libro intiero; perche sono fuor di modo in quantità i ladri, & si può dire.

 

O quanti Cacchi al mondo hoggi si trouano.

 

Un gran ladrone fù Altobello, di cui frà Leandro Alberti Bolognese dice tali parole. Altobello per potere seguire le sue crudeltà cominciò con molti altri huomini scelerati à rubare, & ad uccidere i uiandanti, in modo tale, che non poteua passare persona alcuna per quei contorni, che non sentisse ò nella uita, ò nella roba, ò nell’una, et nell’altra le sue pessime operationi: ma de suoi assassinamenti, & ruberie alla fine ne hebbe quel che meritò. Ceculo

 

  1. 227

 

figliuolo di Uolcano oue rimane? forsi ch’egli non è quanto ogni altro degno di questo luogo. dice l’istesso autore che sopra citato habbiamo. Che hauendo ragunato una gran quantità d’huomeni maluagi consumaua la sua uita in ladronecci, & assassinamenti costui hauendo rubato assai edificò Preneste fra monti; accionche fosse luogo atto à rubare: & habitò in questo luoco contiuando. Però essercitando sempre le sue honorate attioni. Nata Trogo che cinquanta figliuoli di Lucani si ribellarno à Padri, & diuenuti inuolatori dello hauere altrui, saccheggiauano tutti i luochi uicini: onde non fù alcuna parte, che dalle lor ruberie, & assassinamenti intatta rimanesse. misero in ispauento i popoli uicini, in guisa che furono costretti à domandar socorso à Dionisi Tiranno di Sicilia, il quale contra tanti ladroni mandò settecento soldati, i quali fur uccisi con inganno da que’galent’huomini senza potere impugnare spada. allegri della fraude, che haueuano fatto, ritornarono à rubare, & assassinare, & à mostrarsi formidabili à i popoli uicini, costoro fabricarono Brutia, ouero Calabria. Bruti chiamauano i Lucani i serui fuggitiui ladroni & ribelli. dice il detto Fra Leandro che il uocabolo assassino è deriuato da alcuni popoli, che si dimandauano Assassini, i quali dierono principio ad uccidere, & à spogliar gli huomini nelle strade: però coloro, che togliono per uiolenza l’altrui hauere & ammazzano si domandano assassini; benche non sieno de quei popoli & cosi gli assassini, come i Brutii uoleuano uiuere delle sostanze altrui senza fatica, ne curauano ò temeuano Dio, ò giustitia, ò honore. Certo che fu un famoso ladrone Alessio Comneno per quello, che può uedersi nella uita di lui descritta dall’Acominato. Costui mandò Costantino Francopolo con sei galee nel mare Eusino, sotto apparenza di uolere sapere di una naue, laquale nauigando da Phaside à Costantinopoli s’era spezzata: ma il uero era questo, domandaua accioche rubbasse tutte le merci, che erano sopra le naui, che pigliauano terra in Amiso. Costantino Franconpolo per dare pienamente effetto allo comandamento dell’imperatore non lasciaua partir naue alcuna, che affatto di tutte le mercantie spogliata non fosse. & ne spogliaua molte di quelle che andauano à Costantinopoli uendendo molti mercatanti, & molti gittandone in mare, & alcuni lasciaua fuggire, ma nudi quei pochi, che fuggiti erano, andorno allo Imperatore Alessio piangendo, & lamentandosi;

 

  1. 228

 

ma egli con uolto pieno di minaccie li scacciò dalla sua presenza: essendo egli il uero ladro, & assassino. sono questi ladri come dice quel buon scrittore inter rapinas quotidia nas inopes. Sempre sono auidi di noua preda. Ma che siamo noi forsi tanto riuolti à raccontare, le ruberie d’Alessio, che non si ricorderemo di ciò che dice il Caporali, uolendo mostrare, che [perfetti?] inuolatori sono molto i Siciliani, nel uiaggio, ch’egli fa nell andare in Parnaso.

 

Gaieta, e Baia costeggiando uarco,

                 E di Pozzuol le calde, e fetide acque,

                 Per fin, che in grembo à le Sirene sbarco,

            Dico la, doue il furbo uiuer nacque.

                Che con tanta creanza, e gentilezza

                 D’un mio tabarro molto si comacque.

            Gente à rubar fin da la cuna auezza,

                 Che mentre su le forche un se n’appicca.

                 Vn altro rubba al Boia la cauezza.

 

Mostra Senofonte nelle guerre Greche, che continuano l’Historia di Tucidide, che Alessandro, poi che fù creato Zago, ouer principe, fù molto fastidioso à i Tessali, insoportabile à i Thebani, & Ateniesi. diuenne corsale ingiustissimo, & ladrone per terra, & per mare. Diomede essendo accusato ad Alessandro per corsale mostrò con queste parole che il Re Macedonio era più gran ladro di lui. Se io che uado rabbando con un sol nauiglio sono accusato Pirata & tu che fai il medesimo con grande armata sei chiamato Imperatore se fosti solo & senza quella gran compagnia saresti chiamato ladro. & ancor io se i popoli mi seruissero, sarei chiamato Imperatore, dunque non siamo differenti ma la iniquità della mia fortuna, & la necessità delle cose mi fanno Pirata te il Fasto intolerabile, & la grande auaritia rendono ammacchiato del medesimo uitio; ma se la mia fortuna si mostrasse per l’auenire uerso me piu benigna, io diuenterei migliore: ma tu quanto più fortunato sei tanto peggiore diuenti. Lucano nomina Sesto Pompeo, per Corsale, dicendo.

 

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Sextus erat magno proles digna parente,

            Qui mox scylleis exul grassatus in undis;

            Polluit equoreos Siculus Pirata triumphos:

 

Cleomenide scorse il mare uintidue anni, al tempo di Tolomeo. [Clipancia?] al tempo di Ciro fù famoso ladro maritimo. Milia al tempo di Dioniosio Siracusano, che essendo condotto alla morte, confessò, che haueua fatto morire più di cinquanta mila huomini, à’quali haueua anco tolto la roba. Cleomene al tempo di Alessandro Magno fu gran corsale, & Alcanore al tempo di Giulio Cesare non cedeua à nessun corsale nell’essere un ualente ladrone, & cosi molti altri, che per breuità tralascio; ma forza è, che di nuouo io mi ritragga à riua; percioche ci è un ladro terrestre, che non uuol ch’io ponga fine à questo capitolo senza il suo nome, & questo è Giouanni Lago, ilquale era capitano della guardia del palazzo dell’Imperatore di Costantinopoli, nominato Alessio Comneno. Costui era il più bel ladrone di quanti sieno mai stati, & deliberò di mettere insieme molti denari per se, & per li suoi con quello ufficio onde nel tempo di notte sprigionaua tutti i più eccellenti ladri, che fossero in prigione, & li mandaua à rubare per le case, & tutto il furto, che faceuano, lo facea portare à casa sua, & à loro porgeua una mercede, come à lui piaceua, nel uederlo ne suo vfficio, pareua il più liberale, & giusto ministro, che al mondo fosse; onde questo manto di lealtà celaua un’animo ladrone, & scelerato; ma udite quello, che dice l’Anguillara nelle Metamorfosi d’Ouidio parlando di qnesti [sic] ladri, che sono lupi sotto sembianza di pecore.

 

Và il ricco peregrino al suo viaggio,

                 Ecco un ladro il saluta, il bacia, e ride,

                 E fingendo amistà, patria, e linguaggio,

                 L’inuita seco à cena, e poi l’uccide,

                 Il cittadin più cortese, che saggio

                 Alberga con amor persone infide,

                 Che scannan poi per rubarlo nel letto

                 Quel che con tanto amor lor diè ricetto.

            Vede il genero graue hauere il seno

                 De la moglier, che sarà tosto madre

 

 

[1] In the text, the curve of the “u” is erased

[2] Written in the margins: Ingratitudine, che cosa sia.

[3] The word is cut off, but I’m assuming it’s “ogni”

[4] In the margins

[5] In the margins

[6] In the margins