La nobiltà et eccellenze delle donne: et i diffetti, e mancamenti de gli huomini (1600) Partie 1

par Lucrezia Marinella

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Titre: La nobiltà et l’eccellenza delle donne, co’ diffetti et mancamenti de gli huomini
Auteur: Marinella, Lucrezia (1571-1653)
Date de publication: 1600
Édition transcrite: (Venice: Giovanni Battista Ciotti, 1600)
Source de l’édition: Google Books
<https://books.google.ca/books/about/La_nobilt%C3%A0_delle_donne.html?id=seRQAAAAcAAJ&redir_esc=y>
Transcription par: Marco Piana, Cassandra Marsillo et Tanya Ludovico, université McGill.
Principes généraux de transcription: n/a.
Statut: Complétée, pas encore corrigée, version 0, 2016.

 

 

Ce travail fait partie du projet L’égalité et la supériorité dans les traités féministes de la Renaissance et de l’époque moderne, un projet financé par le Conseil de recherches en sciences humaines du Canada.

 

LE TEXTE COMMMENCE APRÈS CETTE LIGNE

[Page 1]
LE NOBILTA
ET ECCELLENZE
DELLE DONNE:
ET I DIFFETTI, E MANCAMENTI
DE GLI HUOMINI.
Discorso di Lucretia Marinella
In due parti diuiso.
CON PRIVILEGIO

 

 

 

IN VENETIA

Appresso Giouan Battista Ciotti Senese. MDC
Con licentia de i superiori.
[Page 2]
BLANK
[Page3]
ALL’ECCELLENTISS.
SIGNORE, IL SIGNOR
LUCIO SCARANO,
Medico et Filosofo Nobilissimo.

Se colui uien ripudiato, et tenuto da ogn’uno ingrato, et discortese, che hauendo riceuuto da alcuno qualche segno di honore, non li rende contracambio, ouero almeno con infinite, et innumerabili gratie non si scusa della sua impotenza. Sarò io senza alcun dubbio fin’hora stata per l’ingratitudine degna di riprensione, già che da Vostra Signoria Eccellentissima in una sua Lettione fatta nella Libraria della Serenissima Signoria di Venetia fui con le sue lodi inalzata fino al Cielo nelle cose di Poesia; ma ella da ne ringratiata, ne con altro cortese segno punto fù riconosciuta. Hora desiderando di emendar il già commesso fallo, le dedico questa mia fatica della Nobiltà delle Donne,
[Page 4]
Per sgrauarmi in parte dell’obligo, ch’io tengo con lei: et se il dono è picciolo à rispetto delle lodi grandi da lei à me date; faccia ella, che in qualche parte lo pareggi à loro la singolare amicitia, ch’ella hebbe con l’Eccellentissimo Signor Giouanni mio Padre, et con quella, che hora tiene con l’Eccellentissimo Signor Curtio mio fratello, et insieme accetti il pronto animo della debitrice: et Dia la rendi felice.
Di casa, il dì 9 d’Agosto 1600.
Di V.S.Eccellentissima
Come figliuola
Lucretia Marinella

[Page 5]
TAUOLA DE CAPI
PRINCIPALI
Che nella prima parte si contengono.

 

 

 

Della nobiltà de’ nomi con i quali è adornato il donnesco sesso. Cap. j carte I
Delle cause, delle quali dipendono le donne. C. ij carte 4
Della natura, et essenza del sesso donnesco. Ca. iij carte 5
Delle nobili attioni, et uirtù elle donne, le quali quelle degli huomini di gran lunga trapassano, come con ragioni et essempi si proua. Cap iiij. 11
Delle donne scientiate, et di molte arti ornate. Cap. j. 13
Delle donne temperate, et continenti. Cap. ij. 16
Delle donne forti, et intrepide. Cap iij 20
Delle donne prudenti, et nel consiglio perite. Cap. iiij. 24
Delle donne giuste et leali. Cap v. 26
Delle donne magnifiche, et cortesi. Cap vj. 26
Delle donne nel guerreggiare, et nell’arte militare famose. Cap vij 29
Della sofferenza et tolleranza delle donne. Cap viij. 32
Delle donne del corpo forti, et della delicatezza disprezzatrici. Cap ix. 33
Dell’amor delle donne uerso i Padri, Mariti, Fratelli et Figliuoli. Cap x. 35
Dell’amor delle donne uerso la patria. Cap xj. 37
Risposta alle leggierissime, et uane ragioni addotte da gli huomini
in proprio fauore. Cap. ultimo 41
TAVOLA DE’ CAPI PRINCIPALI CHE NELLA
Seconda parte si contengono

CHE gli huomini senza alcuna proposiione sono piu uitiosi delle donne, si come con ragion, et essempi si proua. Car. 46
De gli huomini auari, et desiderosi de danari. Cap j. Car. 48
De gli huomini inuidiosi. Cap ij. 51
De gli incontinenti, gioè golosi, ubbriachi, et sfrenati. Cap iij. 53

[Page 6]
De gli iracondi, bizzarri, et bestiali. Cap iiij. 56
De superbi, et arroganti. Cap v. 58
De gli otiosi, negligenti, et sonnacchiosi. Cap vj. 56
De gli huomini tiranni, et usurpatori de stati. Cap vij. 60
De gli ambitiosi, et cupidi di gloria. Cap viij. 62
De uanagloriosi, et uantatori. Cap ix. 64
De gli huomini ingiusti, fieri et homicidiali. Cap x. 65
De gli huomini fraudolenti, ingannatori, perfidi, et spergiuri.
Cap xj. 70
De gli ostinati, et pertinaci. Cap xij. 72
De gl’huomini ingrati, et discortesi. Cap xiij. 73
De gl’huomini incostanti, et uolubili. Cap xiiij. 74
De gl’huomini maligni, et che portano odio. Cap xv. 75
De gl’huomini ladri, assassini, corsari, et rapaci. Cap xvj. 75
De gl’huomini uili, paurosi et di poco animo. Cap xvij. 77
De gli bestemmiatori, et sprezzatori di Dio. Cap xviiij. 79
De gl’huomini incantatori, magi, et indouini. Cap xix. 81
De gl’huomini bugiardi, et mendaci. Cap xx 83
De gl’huomini gelosi. Cap xxj. 84
De gl’huomini ornati, politi, bellettati, et biondati. Cap xxij. 86
De gl’huomini heretici, et inuentori di nuoue sette. Cap xxiij. 89
De gl’huomini lagrimosi et teneri al pianto. Cap xxiiij. 89
De gl’huomini giucatori. Cap xxv. 90

 

 

 

Il fine della Tauola

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SONETTO
DEL MOLTO
ILLUSTRE SIGNOR
IL SIG. ORATIO VISDOMINI.
ALLA MOLTO MAGNIFICA SI.
LA SIGNORA LUCRETIA
MARINELLA.

 

 

 

POCO è il mostrar, ch’a noi risplende il
Sole.
Ch’arde il foco, il Ciel gira, e bagnan l’onde.
Che di Febo al venir l’horror s’asconde,
E che Flora habbia in sen rose, e uiole.

Meno è scoprir, che l’eccellenza inuuole,
La donna à l’huom con sue uirtù profonde,
Ch’uopo non è mostrar quel, che diffonde,
Luce per se d’alte bellezze sole.

Sai tu, che saria l’huom priuo di questo,
Di Natura, e del ciel gran merauiglia,
Donna, gran don di dio, luce del mondo?

Una bestia seluaggia, et un molesto,
Peso alla terra, ch’al mal sol s’appiglia.
Forsenato, crudel, uile, et immondo.

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DEL MAGNIFICO
SIGNOR ANTONIO
SABELLI
Alla Medesima.
TU che con uerità scopri, e riueli,
Del crudel sesso maschio i uitii horrendi,
Con dotte prose, e chiare e illustri rendi,
Le nobil donne, e le lor glorie sueli.

 

 

 

E fra’l suo horror, chi in parte copri, e celi,
Lo donnesco splendor fai, ch’arda, e splendi.
Facile impresa, e più fatica prendi,
a far, ch’alquanto il uitio d’huom si celi.

Facile il tutto è à te, che di Colomba
Già cantasti la moste, e’l uoler giusto,
Con dolce stil, che’l mondo egual non ode.

Del Serafico Heroe per te rimbomba,
(Vergine Gloriosa) il nome augusto,
Tal che in rime, et in prose eterna hai lode.

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DELLA
NOBILTA
ET ECCELLENZA
DELLE DONNE
ET DE GRAVISSIMI
Diffetti de gli Huomini.
DISCORSO DI LUCRETIA
MARINELLA.
DIVISO IN DUE
PARTI.
DIVISIONE DI TUTTO
Il Discorso.

 

 

 

SOLGIONO tutti coloro, che di alcuna materia, ò uer soggetto trattano essere spinti, et mossi da qualche determinato fine: percioche molti sono, che desiderosi, che la uerità di quello, che scriuono, sia da tutti conosciuta, si affaticano, uigilando dies noctesque serenas. Et ogni diligenza usano non solamente nella inuentione della materia, manchora di renderla con polito modo di dire chiara, et aperta ai diligenti lettori. Alcuni altri sprezzando la uerità delle cose, ma solo spronati da uiuacità, et prontezza d’ingegno cercano con ogni studio possibile di far credere al mondo, che il uero sia falso, il bene male, et il brutto sia bello, et amabile, et con ragioni apparenti ben spesso ottengono il tanto da loro desiato fine. Non pochi si ritrouano, che mossi dall’inuidia, che portano alle nobili attioni d’alcuno con la mordace penna cercano d’offuscarle, et anco d’annullarle, lequali nondimeno ben spesso ad onta loro piu sormontano, et al Cielo piu s’inalzano. Et finalmente non mancano scrittori, che stimolati da odio, ò da fero sdegno con copiose menzogne uanno detrahendo l’altrui fama, et honore. Sono i primi per
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Loro sessi degni di lode. I secondi non sono in tutto da essere uituperati, gia che di cosi nobili ingegni ornati sono. Ma ben degni di biasmo reputano tutti gli huomini coloro, che ò da inuidia, ò da particolare odio si muouono. Io in questo mio discorso uoglio seguire i primi, come quella, che è desiderosa, che questa uerità risplenda appresso a ogn’uno, la quale è, che il sesso femminile sia più nobile, et eccellente di quello de gli huomini; et spero cosi manifestarla con ragioni, et esempi, che ogni huomo, ancor che pertinace, sarà sforzato con la propria bocca à confermarla. Si auicinnò alla cognitione di questa uerità Platone quel grande nel Dialogo settimo della Republica, et in molti altri libri; n’ quali mostra, che le donne sono di cosi alto ualore, et ingegno come i maschi. S’auicinò dissi; percio che non penetrò tanto oltre, che conoscesse le donne esser piu de gli huomini eccellenti, et nobili. Odio me, è uer sdegno non moue, et manco inuidia; o anzi da me ne sta lontanissima; percioche io non ho desiderato, ne desidero, ne mai desiderarò, anchor, ch’io uiuessi piu tempo di Nestore, di essere maschio; ma credo ben io, che ò sdegno, ò odio, ò inuidia mouesse Aristotile in diuersi libri a dir male, et à uituperare il sesso Donnesco; si come anco biasmò in molti luoghi il suo maestr Platone. Et similmente io penso, che si sia mosso à scriuere un libro intitolato i Donneschi diffetti Giuseppe Passi Rauennati Academico informe. Se inuidia, ò sdegno lo habbia mosso, io non lo saprei ben dire; ma Dio li perdoni. Diuiderò questo mio discorso in due parti principali: nella prima trattarò le nobiltà, et eccellenze delle donne, la qual sarà diuisa in quinque principali capi; ma il quarto contenerà sotto di se undeci capi particolari. Nella seconda parte spiegarò i Diffetti, et le brutture de gli Huomini, la qual sarà da me diuisa in uinticinque capi, et incominciando dalle Eccellenze delle donne, mostrarò, che quelle trapassano i maschi nella nobiltà de Nomi, delle cause, della propra natura, et delle operazioni. Et finalmente risponderò alle leggierissime ragioni, che tutto giorno sono da i poco prudenti, et poco saggi huomini addotte.
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Della Nobiltà de’ Nomi, con i quali è adornato il Donnesco sesso. Cap. I.
Non è dubbio alcuno, che i proprii nomi, con i quali si chiamano le cose, dimostrano, et fanno manifesta la natura, et essenza di quelle; se però à dotti Filosofi noi uogliamo alcuna fede prestare, i quali constantemente affermano, che i nomi ci guidano nella cognitione della cosa nominata. Onde è di mestieri, anzi è necessario il credere, che non à caso, come alcuni poco scientiati, et nell’arti poco periti credono; ma che con somma prudenza sieno in nomi proprii da gli huomini ritrouati, et poscia con grandissima ragione posti. Ma gli antichi Egittii, et i saui Chaldei non credeuano gia, che da gli huomini fossero ritrouati i nomi, con i quali si chiamano le ragioneuoli creature, ma che dal Cielo dipendessero, il quale non solamente piegasse l’animo di colui, che’l nome imponea, ma che con uno certa uiolenza lo sforzasse à nomar una tal particolar donna, ò huomo con un tal determinato nome: inguisa che non seli potesse in alcun modo un altro porre. Et da lor fatta con lunghissima esperienza una osseruazione, cio’ è tra nomi, et l’operationi delle cose nominate, fabricorno una nuoua arte, ò scienza chiamata Nomandia per mezzo della quale si presumevano di avere una sicura, et certa cognitione della natura, et operatione non solamente de gli huomini in particolare, ma di ciò, che nel mondo si ritrovava: la qual scienza fù presso i Theologi Hebrei molto stimata, et pregiata. Di quanta forza fossero i nomi, et siano lo dimostra Iamblico nel libro intitolato demysterijs Agyptiorum [sic], che afferma, che i nomi scuoprono, et dimostrano non solamente l’essenza, et potenza delle cose nominate; ma anchor di Dio; onde senza alcun dubbio noi affermaremo quella cosa esser piu nobile, et singulare, laquale sarà ornata di piu degno, et honorato nome. Il che lasciò etiandio scritto il ueridico Paolo nelle Epistole à Romani ragionando nel nostro trionfante Signore con queste parole. Egli è tanto migliore de gli Angeli, quanto egli ha conseguito un nome piu eccellente di loro. Ma chi dubiterà giamai che il donnesco sesso non sia ornato di piu degni, et chiari nomi del sesso de maschi? Niuno à giuditio mio, se noi andaremo considerando la forza de’ nomi, con i quali egli si noma. Sono i nomi che rendono degno di honore questo sesso cinque di numero, tratto da diuerse lingue, ciò è Donna, demina, Eua, Isciah, et Mulier, nomi tutti nobili, et pregiati. Et per incominciare dal primo. E cosa nota ad ogn’uno, che questo nomi di Donna deriua da Domina uoce latina, che significa Signora, et Patrona, nome pur d’Impero, e di potenza regia, il quale non solamente appresso di noi è in uso: ma etiandio fù da gli antichi usato. Chiamauano gli
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Spartani, come scriue Plutarco nella uita di Licurgo, le donne con una uoce, che significaua signore. Et epitetto nel suo Enchiridio à cap. 55. lasciò scritte queste parole. Mulieres à tertio decimo anno Dominae uocantur. Et Claudio Cesare conoscendo l’eccellenza delle donne chiamaua la moglie signora. il che fece anco Adriano Imperatore, et fino al tempo di Homero si honoraua questo sesso con si illustr nome. Onde nel libro terzo dell’Odissea parlando della moglie di Nestore nel latino cauato dal greco si legge. Cui Domina uxor lectum strauit. et nel settimo ragionando di Alcuno. Quem suis ipsa manibus Domina construerat. è tanto pieno di nobiltà questo nome di Donna, che non solamente i Duchi, ma i Regi piu grandi se lo usurpano, et attribuiscono. Onde si dice Don Cesare da este Duca di Modena. Don Vincenzo Gonzaga, et Don Filippo d’Austria Re di Spagna. et etiandio li Poeti considerando l’eccellenza di questo nome lo adattarno à Dei, et à qualunque cosa, che significa dominio, et signoria. Onde il Petrar. ragionando d’Amore disse.
Per inganni, e per forza è fatto Donno.
Et Dante.
Ch’ebbe i nemici del suo Donno in mano.
et torquato Tasso parlando del sonno nel canto decimo quarto, d stanza 64.
Quel serpe à poco, à poco, e si fa Donno.
Sopra i sensi di lui possente, e forte.
Et non contenti di hauer fatto questo gran nome mascolino, ne hanno fabricati, e uerbi, et aduerbi tutti denotanti signoria, et dominio. Onde uolendo il Boccaccio nella sue Nouelle dir signorilmente; disse quasi Donnescamente la Reina impose ad Elisa, che seguiss. usò il Petrar. indonnare per signoreggiare dicendo.
Fiamma d’Amore, che’n cor alto s’indonna.
Et Dante.
Per quella riuerentia, che s’indonna.
Da tutte queste chiarissime auttorità de Scrittori addotte si uede apertamente, che questo nome di Donna (inuero come dice il Guarini segretario del gran Duca di Toschana Don del Cielo) denota signoria, et imperio. ma placido dominio a punto corrispondente alla natura della Dominante. che s’ella signoreggiasse à guisa di Tiranno, come fanno li poco cortesi maschi, forse starebbono mutoli l’insolenti dettrattori di questo nobil sesso. Sono alcuni, che credono, che il nome di Donna non si conuenga à tutto il sesso feminile, et n’escludono le uergini: della quale opinone è Giuseppe Passi lasciatosi per auentura troppo trasportare ò dall’inuidia, ò dall’odio, ch’egli porta al sesso feminile, parendoli che un tal nome sia troppo nobile per adattarlo à uttto il sesso: ma io con le auttorità de’ Poeti, et de Prosatori dimostrerò chiaramente, che questo nome di Donna, etiandio
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alle Vergini conviene. diede l’Ariosto il nome di Donna ad Angelica nel primo can. pur Vergine dicendo.
La donna il palafreno à dietro volta.
Et parlando di Bradamante nel secondo canto dice.
La donna amata fù da vn caualiero,
Che d’Africa passò con Re Agramante.
Et altroue ragionando pur di Bradamante.
Cosi l’elmo leuandosi dal uiso
Mostrò la donna aprirsi il paradiso.
Et di Marfisa
Voglio seguir la bellicosa donna,
Laqual chiamò la Vergine Marfisa.
Et il Trissino parlando di Sofia pur Vergine, la chiamò mille volte donna nel lib.3. dell’Italia liberata: & Torquato Tasso mentre ragiona della Vergine Soffronia, la chiama altera donna: & di Clorinda, che guerreggiaua con Tancredi dice nel Canto 13. stan. 53.
La fortissima donna non diè crollo.
et nella stanza 66.
Passa la bella donna, e par che dorma.
Et cosi d’Erminia. & il Caualiero Guarino nel suo Pastor fido introducendo Mirtillo à lamentarsi di Amarilli dice.
La mia donna crudel piu dell’Inferno.
et parlando di Dorinda.
Gia che di donna in lupo si trasformi.
Et in altri infiniti luoghi, fra Prosatori non ui è il Bocca. nelle novelle, nel Laberinto, nella amorosa fiammeta, & in ogni libro? Ma à che mi affatico io in prouar quello, che ad ogn’uno è noto, & palese? ne punto è contraria à questa opinione quella rima del Petrarca oue dice.
La bella giouinetta, c’hora è donna.
Percioche il Petrar. hebbe riguardo à l’età, & non à l’esser Vergine; perche nella età di trenta anni, ò quaranta non si dirà giouinetta, ma donna, &questo si conosce apertamente dalle rime antedenti, oue egli cosi scrive.
Onde s’io ueggio in giovinil figura
Incominciarsi il mondo à vestir d’herba
Parmi uedere in quella etade acerba
la bella giouinetta, c’hora è donna.
Et questo basti quanto al nome di Donna. Il secondo nome dal latino deriuato è femina, il cui significato è cosi alto, & nobile, che pochi nomi à questo si possono agguagliare, ò uogliamo, che cosi si chiami à fetu, ò parto, come vuole Isidoro, ò ver che deriui da fos greco, che significa fuoco; percioche nel primo modo la femina dinota produttione, ò generatione, come lasciò scritto Platone nel Chratillo, che è attione dignissima fra tutte le
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operationi de’ uiuenti, che dipende a punto solamente da’ perfetti uiuenti, come sono le donne: se adunque cosi è, come si uede continuamente, come ardirà alcuno di negare, che il nome di femina non sia singolare, & grande? gia che da lei dipende cosi nobile attione, ch’è il generare. Nel secondo modo significa il fuoco tra tutte le cose forsi di questo mondo inferiore, e la piu utile, e bella. Onde uolendo alcuno dimostrare l’agilità, & la prontezza nell’operare, & la nobiltà d’alcuna cosa l’assomiglia al fuoco; essendo egli il piu attiuo fra gli Elementi, & de’misti la perfettione. anzi che molte persone pensorno, che l’anima istessa fosse calore, ò fuoco. Due cose merauigliose si scoprono nel fuoco, il calore, & lo splendore, mirabili eccellenze, che portano tanta utilità à uiuenti. Chi produce, e feconda piu del calore? che cosa piu bella, & utile si troua al mondo della luce? ò che mirabil nome è questo di femina molto piu nobile di quello di Donna; percioche il primo significa signoria, & domini, & questo secondo causa producente, & fuoco, senza il cui calore non è la uita, & leuata la luce si può dire che languirebbe il mondo, ò almeno la natura. O che doti eccellenti, ò che doti rare di tal nome, & io fra me stupisco, come questo nome di femina non sia piu in uso, che quello di donna. ma questo è accaduto per una verta mala consuetudine di parlare: ancor che il Bocca. usi souente questo nome di femina con aggiunto honorato, dicendo femina nobile, & virtuosa, & l’Ariosto parlando di due donne, lequali erano state cagione della morte de duoi ribaldi figliuoli di Marganore dice.
Due femine à quel termine l’han spinto.
Vsò etiandio la uoce di femina senza tristo aggiunto di Guarini introducendo à parlare il Satiro dicendo.
Maledetta Corisca, e quasi dissi
Quante femine ha il mondo.
E Torquato Tasso nel suo Torrismondo disse, le femine Noruegie. onde si uede che il nome di femina è con buono, & tristo aggiunto si come anco di donna. è il terzo nome Eua uoce antichissima, che dinota uita, dalla quale dipende l’essere di tutte le cose del mondo, & in particolare delle cose animate. anzi che molti uogliono, che il nome di uita solo alle cose animate si conuenga. la qual eccellenza quanto sia nobile, hora non mi estenderò à raccontarlo; dipendendo dalla uita l’essere, & tutte le operationi; & pero con ragione è attribuito questo nome al sesso femminile, si come quello: che dà l’essere, & la uita à maschi. che si puo dir piu? che dar l’essere, & la uita: & però questo nome trapassa gli antecenti, perciche il primodinota signoria, il secondo produttione, &fuoco; ma questo uita, et anima, suprema perfettione di tutte queste cose inferiori. Il quarto nome è Isciah, che significa fuoco, ma molto diverso dal fuoco primiero; perche questo nome dimostra un fuoco celeste, diuino, & incorruttibile, la cui natura è di perfetionare l’anima ne nostri corpi chiusa, di eccitarla, illustrarla, & in somma renderla partecipe di diuina perfettione, allontanandola da ogni bruttezza
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terrena. si vede risplendere questo celeste fuoco nella bellezza del corpo del sesso donnesco, come al suo luogo prouaremo. che si puo dire di questo nome? se non che si come le celesti cose sono piu nobili delle terrene, cosi che questo superi di gran lunga tutti gli altri gia che si rende partecipe di diuina eccellenza. Onde si puo ben chiamare infelice quell’huomo, che si troua hauer priua la casa d’un tal guoco, che lo ecciti, & fuegli à contemplare il Cielo. Il quinto, & ultimo nome è Mulier, uoce latina, che significa molle, & delicato se al corpo il nome applichiamo, ma se all’animo mansueto, & benigno. Onde all’uno, & all’altro modo sempre risulta in lode della donna; percioche le carni morbide, & delicate argomentano, che l’ingegno in quel tale sta piu atto ad intendere, che non farebbe fra carni ruuide, & aspr. Questo insegna Aristotile dicendo Molles carne apti mente. se all’animo, che è piu lodata della mansuetudfine, & clemenza? ma cosi sono unite insieme queste due eccellenze, che importano questo nome Mnlier, che non si può per modo di dire ritrouar l’una senza l’altra, percio che non si vede sotto un molle, & delicato corpo ascosa anima d’horrida fera, ne sotto ruuide, & horride spoglie celarsi un animo benigno, & mansueto. concluderemo adunque da tutte queste cose il nome Mulier non esser molto inferiore à tutti gli altri narrati, ma ancor egli essere di non poco valore, & pregio. sono questi i nomi, con i quali è adornato questo honorato à giuditio mio, si come io ho chiaramente prouato i piu illustri, & singolari nomi, che da bocca humana si potessero esprimere. O che nomi rari, merauigliosi, e degni: gia che dinotano, & significano tutte quelle merauigliose eccellenze che nel mondo si ritrovano, & ritrovar si possono. ceda pur à uoi ogni altro nome, gia che denotate produttione, & generatione; fuoco, & splendor del mondo; anima, & uita; Raggio diuino, & celeste; delicatezza; & clemenza: & finalmente dominio, & signoria. Onde si potrebbe dire ordinando insieme tutti questi nomi, che la donna produca poco cortese maschio, li dia anima, & uita; lo illumini con lo splendor della diuina luce; lo conserui in questa terrena spoglia con il calore, & con la luce; lo renda al contrario delle fiere d’animo affabile, & cortese; & finalmente lo signoreggi con un dolce, & non punto tirannico impero. Dio immortale, che piu chiari nomi adunque si ritrouano al mondo di questi? Che sono tanto nobili, e degni, che con l’istessi à punto io ardisco di dire, che si chiami, & nomi da gli huomini la Divina Prouidenza, essendo detta Vita, producente, fuoco, clemenza, & signore. Et questo uoglio, che basti intorno alla dichiaratione de’ nomi attribuiti al sesso feminile; & alle cagioni me ne passo.
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Delle cause, dalle quali dipendono le Donne
Cap. II.
DVE sono le cagioni, dalle quali la femina dipende, ma non solamente quella; ma etiandio ogni altra cosa, di che questo nosto mondo è adorno. una delle quali è chiamata causa efficiente, ò producente, & l’altra materiale. se della procreante io parlo, non è dubbio alcuni, che sola cagione, & origine producente è Dio; fossero di una medesima perfettione, percioche dipendono da una istessa causa; ma se piu à dentro andaremo considerando, noi uedremo apertamente, che sono state da una istessa causa generate, ò create, ma con diuersa Idea, però furno dall’eterno fabro prodotte; percioche quella medesima cortese mano creò gli angeli, i cieli, l’huomo, & la rozza, & opaca terra. tutte però cose in perfettione differenti, perche nobilissimi sono gli angeli, men nobili che gli huomini, nobili i Cieli, & ingobilissima per cosi dire la terra. & pur dipendono da uno istesso Creatore, le quali sono & meno pregiate, & piu eccellenti, secondo che da esso Creatore sono state formate, ò per parlar piu particolarmente, secondo che da men nobile, ò piu singolare Idea dipendono. Onde Dante uolendo dimostrare la diuersita de gli effetti della somma bontà disse nel suo Paradiso.
La gloria di colui, che’l tutto moue
Per l’uniuerso penetra, e risplende
In una parte piu, e meno altroue
Si scoprono adunque non solamente nelle cose gia dette diuersi gradi di perfettione, ma in tutto quello, che nel mondo si ritroua. come nella diuersita de gli animali, animanti, & misti. tra quali alcuni piu perfetti, & altri meno perfetto sono. tutti però dipendenti da una istessa causa. se adunque così è, come ueramente è; perche non potrà essere la donna piu nobile dell’huomo, auendo ella piu rara, & eccellente Idea del Maschio, come dalla natura sua manifestamente si puo conoscere? della qual nel capo seguente io lungamente trattarò. sono le Idee secondi i Platonici eterni esempi, & imagini delle cose, le quali come in proprio albergo sono nella mente della superna potenza auanti la lor creatione, & pero Leone Hebreo cio considerando chiamò le Idee precognitioni diuine delle cose prodotte; percioche Dio auanti, la creatione delle cose haueua l’imagini nella mente di quello, ch’egli uolea creare. ma io uoglio darui uno esempio, che s’auicini à questa natura dell’Idea, piu però che sia possibile chiaro. Fingiamo adunque, che un Pittore uoglia dipingere la bella Venere, ò che uno Architettore uoglia fabricare un bellissimo palazzio. non è dubbio alcuno, che auanti, che il Pittore incominci à dipingere, & à lineare, haurà
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determinato nella sua mente la spetie della figura, che egli vuol dipingere. & poi incominciarà à porre in luce l’imagine, che nella mente formata hauea, & cosi anco il saggio architettore, quella cosa adunque ò imagine, che hanno nella lor mente, si addimanda Idea, ò essempio della Dea Venere, o del Palaggio, che si ritrova nella mente dell’Artefice inanzi la fabrica, ò la pittura. da questi essempi io credo, che notissimo sia ad ogn’uno, che cosa sia Idea, & anco credo, che farà chiarò ad ogn’uno, che piu nobile sarà l’Idea di un superbo, & ben proportionato Palaggio, che non sarebbe quella di un pouero, & sproportionato tugurio. & cosi di una leggiadrissiima Ninfa, che quella di un rustico, & difforme Satiro. hora applicando l’essempio al proposito mio dico, che piu nobili sono l’Idee, ò imagini, ò essempi delle donne auanti la loro creatione nella diuina mente, che non sono quelli de’maschi; come argomenta la beltà, & bontà loro. pur da ogn’uno conosciuta; percioche non si troua Philosopho, ò Poeta, che non attribuisca quella à loro, & non à maschi. & però affermo, che piu bella, & nobile Idea habbi una donna piu gratiosa, & ornata di beltà, che non ha una men bella, & men uezzosa; percioche anco d’alcuni particolari sono l’Idee, come racconta Marsilio Ficino, & molti sacri Dottori. & manifestamente lo dimostra Luigi Tansillo dottissimo Platonico in una sua canzone dicendo.
Tra piu sante Idee, tra le piu belle
Che in grembo à la diuina, e prima mente
Riberberasse l’eterno lor fatore
Splendea la uostra in Ciel non altramente,
Che in bel seren la Luna tra le stelle.
Dalle quali parole si comprende, ch’etiandio delle donne particolari ui sieno nella mente superna le Idee. cosi lasciò scritto anchora il Petrarca mentre vuol lodar Laura con tai parole.
In qual parte del mondo, in qual Idea
era l’essempio, onde natura tolse
Quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
Mostrar qua giù, quanto la su poeta.
O come egli spiega dottissimamente la natura dell’Idea. & come ch’ella si troui auanti la cosa creata. manifestò similmente il Bocca. nell’amorosa visione con tai parole questo.
Et da cui Idea pigliasse la misura
Et cosi bel disegno, e chiara luce
Sapria’l mal dir vinto da dubbia cura.
Et questo basti intorno alla causa efficiente, ò producente. hora me ne trapasserò alla cagione materiale, della quale è la donna composta. & poco intorno à cio mi affaticherò; percioche essendo la donna fatta dalla costa dell’huomo, & l’huomo di fango, ò loto, sarà certamente piu del
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Maschio eccellente. essendo la costa piu del fango senza comparatione nobile. aggiungiamo, ch’ella fù creata in Paradiso, & l’huomo fuora di quello. che ui pare, non sono le cagioni, dalle quali dipendono le donne piu nobili di quelle de gli huomini? et che questa donnesca natura sia uia piu pregiata, & nobile di quella de’maschi lo dimostra etiandio la sua produttione, percioche essendo la donna dopo l’huomo prodotta è cosa necessaria, che anco piu eccellente di lui ella sia: gia che, come dicono i piu saggi scrittori le soe ultimamente prodotte sono piu nobili delle primiere; parlo di quelle che sotto un medesimo ordine, ò ver spetie si contengono, anzi le prime sono generate per cagion delle ultime, & à quelle indrizzate, & però si potrebbe dire, che l’huomo fosse oltre altri fini dalla diuina Bontà prodotto per generar del corpo suo la donna, ricercando la nobiltà di un tal sesso materia piu degna, che non si ricercò all’huomo nella sua creatione. hor su me ne uoglio passare al terzo ragionamento.

Della Natura, & essenza del Donnesco sesso.
Cap. III.
SONO le donne, si come anco gli huomini, composte di due parti, una delle quali è origine, & principio di tutte le piu nobili operationi, & si chiama da tutti anima: l’altre parte è il corpo caduco, & mortale, & ubbediente à li comandamenti di quella, si come quello che da lei dipende. Se noi la prima parte, ciò è l’anima della donna consideriamo, senza dubbio se con Filosofi noi uogliamo parlare, diremo, ch’è tanto nobile l’anima de’maschi, come quella delle donne; percioche l’una, e l’altra sono d’una medesima spetie & per consequenza della medesima sostanza, & natura: laqual cosa conoscendo Moderata fonte, oue ella mostra, che le donne sono tanto nobili, quanto gli huomini dice nel suo Floridoro.
E perche se communne è la natura
se non son le sostanze variate?
Con quel che segue, uolendo ella mostrare, che si contengono sotto una medesima spetie. ma io gia non assentisco à questo opinione. ma dico, che non è inconueniente, che sotto una medesima spetie sieno anime quanto alla lor creatione piu nobili, & eccellenti dell’altre, come lasciò scritto il Maestro delle sentenze nel lib.2. alla distintione 32. la qual cosa essendo, si come è, io direi che l’anime delle donne fossero nella lor produttione uia piu nobili di quelle de gli huomini; si come da gli effetti, & dalla bellezza del corpo si può vedere. che le anime sieno tra lor diverse lo conoscono etiandio i Poeti inspirati dal furor diuino che loro fa riuelare i piu alti, & reconditi secreti della suprema Bontà, & della natura. la qual cosa mostrò Remigio Fiorentino ne’ suoi sonetti con tai parole.
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Tra le belle alme, ch’à far uiue intese
Son di natura le belle opre, e rare
A dar vita à le membra e belle, e care
De la mia donna la piu bella scese.
Che le anime delle donne habbino una eccellenza, che non hanno quelle de gli huomini lo manifesta il Guarino in alcune sue stanze dicendo.
Nelle uostre pure alme vn raggio splende
Di quel sol, che nel Cielo arde i beati,
Onde nasce l’ardor, che da voi scende
Ne così in si bel foco ad arder nati.
Questo è quel, che u’adorna, e quel ch’eccende,
Le fauille d’amor ne’ lumi amati,
E questa è la cagion di quei sospiri
Ch’esala, gl’amorosi alti desiri.
Ma non solamente il Guarino, & Remigio Fiorentino, ma tutti gli altri Poeti sono stati di questa uerità capaci. Come fù Bernardino Tomitano in un suo sonetto, nel quale egli fa manifesto, che dall’eterno Motore sono à noi alcuna uolta concesse creature di anima, & di corpo piu degne, dicendo.
Quel che con infinito alto gouerno,
E conj immensa prouidenza, & arte
Sua mirabil virtute à noi comparte
Santo, saggio, diuin Motore eterno
Vi diede à questa età, perche l’interno
Vostro valor Lucretia in mille carte
Per noi rimbombi, e viua à parte, à parte
Tutto quel, ch’è di uoi chiaro, e superno.
Et anchor à noi lo fece manifesto il Padre angelo Grillo in questi verso.
Ahi chi la piu bella alma
Dalle piu belle membra à partir sforza.
E in un sol lume ogni mio lume ammorza?
Ahi del Ciel, di natura ultima possa
Sarete adunque voi nud’ombra, & ossa.
Possono adunque l’anime del donnesco sesso essere piu nobili, e piu pregiate nella lor creatione di quelle de gl’huomini, nondimeno se noi uorremo ragionare secondo l’opinione piu commune diremo, che tanto sono nobili le anime delle donne, come quelle de gl’huomini. la quale opinione è in tutto falsa, & questo si farà à tutti manifesto, se si considerarà con animo non punto appassionato l’altra parte, ch’è il corpo: percioche dalla eccellenza del corpo si conosce etiandio la nobiltà dell’anima. che il corpo delle donne sia piu nobile, & degno di quello de maschi ce lo dimostra la delicatezza,
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& la propria complessione, ò temperata natura sua, & la belleza: anchor che la bellezza sia una gratia, ò splendore resultante dall’anima, & dal corpo: percioche la beltà senza dubbo è un raggio, & un lume dell’anima, che informa quel corpo, in cui ella si ritroua, si come lasciò scritto il saggio Plotino seguitando però in questo Platone con tali parole. Exemplar pulchritudinis naturali est ratio quaedam in anima pulchrior, à qua profluit pulchritudo. Et Marsilio Ficino nelle sue Epistole cosi dice. Pulchritudo corporis non un vmbra materiae, sed in luce, & gratua formae. Et che la cosa è la forma del corpo, se non l’anima? ma piu chiaramente ci hanno insegnato questa cosa il leggiadrissimi Poeti, che hanno mostrato, che l’anima fuori dal corpo, come fanno i raggi del Sole fuori di un purissimo uetro: & quuando è piu bella la donna, tanto affermano, che l’anima di lei rendi in quel tal corpo gratia, & leggiadria. mostrò questo il Petrarca in mille luoghi & spetialmente parlando de gl’occhi, anzi de’ duoi chiari soli di Madonna Laura dicendo.
Gentil donna, i veggio
Nel volger de’vostri occhi vn dolce lume,
Che mi mostra la via ch’al Ciel conduce
Et Francesco Ranieri in un suo sonetto.
Se da’ begli occhi vostri in cui si mira
Tutto il bel, che può far natura, & arte.
Et in un altro dice.
Alma leggiadra in sottil velo inuolta’,
Che come in vetro chiuso auro splendeui.
Et il Tasso ne’ suoi sonetti cosi manifesta questo.
Alma leggiadra, il cui splendor traluce
Qual sol per nubi dal suo vago velo.
Oue quegli mostra, che l’alma risplende fuori per un leggiadro, e ben composto corpo, à quel modo, che fa il sol dalle nubi uelato. è adunque causa, & origine l’anima della beltà del corpo, si come habbiamo dimostrato. ma non solamente è l’anima cagione, ma se andiamo con l’ingegno piu oltre, uederemo che Dio, le Stelle il Cielo, la natura, amore, & gli Elementi sono di lei principio, & fonte. che dipenda dalla superna luce la bellezza nido delle gratie, & de gl’amori, dimostrano i Platonici affermando, ch’ella è una imagine della bellezza diuina dicendo. Pulchritudo externa est diuinae pulchritudinis imago. Et Dionisio Areopagita lasciò scritte queste parole. Per participationem causae primae ombia pulchra sunt pro suo cuique modo. Ma copiosamente à noi scoprì questo Leone Hebreo nel dialogo terzo dell’amore, affermando che la bellezza corporea è un’ombra, & imagine della bellezza incorporea, che risplende ne’ corpi: percioche se questa da i corpi causata fosse, ogni corpo sarebbe bello, che è cosa falsa. Adunque da
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superiore cagione nasce la beltà, & maestà del corpo. Onde disse Giovanni Guidiccioni.
la bella e pura luce che in voi splende
Quasi imagin di Dio nel sen mi desta.
Onde come buon Platonico domandò la bellezza imagine di Dio, ma più chiaramente dostra Claudio Tolomei, ch’ella sia vna gran parte del la bellezza di Dio con queste parole.
De la beltà, che dio larga possiede
Si viuo raggio in voi donna riluce
Che chi degno di quel vi guarda, uede
Il uero fonte del’eterna luce.
E fa manifesto, come ben disse Dionisio Areopagita che la somma bellezza si scuopre nelle creature, che ne sono degne, come le donne sono. questo ancor conferma Francesco maria Molza dicendo.
Donna nel cui splendor chiaro, e diuino
Di piacere a se stesso Dio propose,
Alhor che gli Emisperi ambi dispose
E quanto hanno d’ornato, e pellegrino.
Fu ancho di questa opinione Celio Magno Segretario della Signoria di Vinegia in vn suo sonetto
Non creò Dio bellezza, accio che spento
Sia’l foco in noi, che per lei desta amore
Et in vna Canzone lodando le bellezza dell’amata donna, ma in particolar de gli occhi dice.
Son gli altri uostri honori
Miracol di natura
Questo par che da Dio proprio dicenda.
Cosi etiandio disse Remigio Fiorentino ne suoi sonetti in questo modo.
Donna l’imagin son di quel sereno,
Di quel bel, di quel vago, e quel diuino,
Che sol s’infonde in noi per sua bontade.
Questo dimostra ancor Bernardo Rota dicendo.
Se dell’occhio del Ciel l’alma gran luce
Quale al rio, tale al buon gioua, e risplende,
Donna gentil, s’in voi sola riluce
Tutto il bel, che in se Dio vede, e possiede.
Et il Guarino nel suo Pastor fido dice.
O donna, ò don le Cielo,
anzi pur di colui
Che’l tuo leggiadro velo
Fe d’ambo creator piu bel di lui.
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In somma non è scritto Platonico, ò Poeta, che non affermi, che da Dio dipendi la beltà, si come mostra il Petrar. nella canzone, che incomincia. Poi che per mio destino, con queste parole.
Poi che Dio, e natura, & amor volse
Locar compitamente ogni uirtute
In quei bei lumi, on’io gioioso viuo.
E adunque primiera, & principal cagione la bellezza diuina della beltà donnesca, doppo la quale ui concorrono le stelle, il Cielo, la natura, amore, e gli Elementi. come ben disse il Petrarca parlando di maddona Laura
Le astelle, il Cielo, e gli Elementi à proua
Tutte lor arti, & ogni estrema cura
Poser nel viuo lume, in cui natura
Si specchia, e’l sol ch’altroue par non troua.
Che’l cielo questa bellezza produca, in mille luoghi lo dimostra: & similmente il Bembo dicendo.
Mostrommi entro à lo spatio d’un bel volto,
E sotto un ragionar cortese umile
Per farmi ogn’altro caro essere à vile
Amor quanto può darne il Ciel raccolto.
Che le stelle di ciò sieno cagione, lasciò scritto il Petrarca in una sua canzone.
Il dì che costei nacque eran le stelle,
Che producon fra noi felici effetti
In luochi altì, & eletti
L’una uer l’altra con amor couerse.
Et il Tansillo in una sua conzone, che incomincia. Amor che alberghi, e uiui entro al mio petto, scopre il medesimo dicendo.
Ma quando mi conduce
La mente à penetrar l’alta uirtude,
Che la bella alma chiude
Parmi allor, che la bocca, e gl’occhi, e’l riso
E i membri in Paradiso
Fatti per man de gl’angeli, e di Dio
Sien la minor cagion dell’ardor mio
Chi potria mai narrar l’alte infinite
Gratie del Ciel, ch’è larga man ui denno
Alma real tutti i migliot pianeti?
Venere la beltà, Mercurio il senno,
E le parole, ch’a l’inferno vdite
Quei c’han pena maggior farien piu lieti.
Che la Natura ui concorra lo dimostra il Petrarca in questo sonetto.
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In qual parte del Cielo in qual Idea
Era l’essempio, onde Natura tolse
Quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
Mostrar qua giù quanto la su potea.
Et finalmente, che Amore sia origine, & principio della bellezza lo manifesta l’istesso autore in questo sonetto dicendo.
Onde tolse amor l’oro, e di qual uena
Per far due treccie bionde; e’n quali spine
Colse le rose, e’n qual piaggia le brine
Tenere, e fresche; e die lor polso, e lena?
Onde le perle, in ch’ei frange, & affrena
Dolci parola honeste, & pellegrine?
Onde tante bellezze, e si diuine
Di quella fronte piu, che’l Cielo serena?
Da quali angeli mosse, e da qual spera
Quel celeste cantar, che mi disface
Si che m’auanza homai da disfar poco?
Di qual sol nacque l’alma luce, altera
Di que’ belli occhi, ond’io ho guerra, e pace,
Che mi cuocono il core in giaccio, e’n foco?
A cagionar adunque questo riccho theforo, & pregio della bellezza si ricercano tutte le parti del mondo piu eccellenti, & nobili, come Dio, Stelle, Natura, Elementi, & Amore, che è un ministro, che piglia da i corpi misti, & da gli altri ogni forte di perfetione, & eccellenza. Onde il Tasso ne’ suoi sonetti conclude, che nella bellezza ui sia tutto il ben del mondo con tai parole.
Bella Signora nel tuo vago volto
Si uede lo splendor del Paradiso
Si che qual’hora il mio pensier u’affiso
Parmi uedere il ben tutto raccolto.
Se le donne adunque sono piu belle de gli huomini, che il piu sono rozzi, & mal composti si uedono, chi negarà giamai, che quelle non sieno piu singolari de’maschi? niuno à giudicio mio. Onde si può dire, che la bellezza nella donna sia un meraviglioso spettacolo, & un miracolo riguardeuole, che mai non sia à pieno honorato, & inchinato da alcuno. ma uoglio che passiamo piu inanazi, & che mostriamo, che gli huomini sono obligati, & sforzati di amar le donne, & che le donne non sono tenute a riamarli, se non per semplice cortesia: & oltre a questo, uoglio, che dimostriamo, che la beltà delle donne sia cagione che gli huomini, che temperati sono, s’inalzino per mezzo di quella alla cognitione, & contemplatione della diuina Essenza. da queste cose tutte saranno pur uinti, & superati gli ostinati Tiranni delle donne, i quali ogni giorno piu insolentemente calpestano le dignità loro: che la piaceuolezza, & leggiadria de delicati
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uolti sforzi, & costringa à lor dispetto ad amar le donne, è cosa chiarissima, & però questo à me sara leggerissima impresa, percioche se il bello è di sua natura amabile ò uer degno di essere amato, come racconta Marsilio Ficino nel conuiuio di Platone con tai parole. Pulchritudo est quidam splendor humanus ad se rapiens animam, & amabilis sua natura. sarà necessitato l’huomo ad amar le cose belle: me che piu belle cose ornano il mondo delle donne? niuna in uero, niuna, come ben dicono tutti questi nostri contrarii, che affermano lampeggiar ne’ lor leggiadri uolti la gratia, e lo splendor del paradiso, & da questa beltà sono sforzati ad amar quelle, ma non gia elle sono tenute ad amar gli huomini: perche il men bello, ò il bruto non è per sua natura degno di essere amato. ma brutti sono tutti gli huomini à comparatione dico delle donne. non sono adunque quelli degni di essere rianimati da loro. se non per la sua cortese, & benigna natura; alle quali tal hora par discortesia à non amar qualche poco l’huomo amante. Cessino adunque le querele, i lamenti, i sospiri, & le esclamationi de gli huomini, che uogliono al dispetto del mondoessere riamati dalle donne chiamandole crudeli, ingrati, & empie: cosa da mouer le risa, delle quali cose si ueggono pieni tutti i libri Poetici. Che la beltà delle donne guidi alla cognitione di Dio, & delle superne intelligenza, & dimostri la uia di andare al Cielo, manifesta il Petrarca dicendo, che nel moto de gli occhi di madonna Laura uedeua un lume, che li mostraua la uia del Cielo, & poi soggiunge.
E per lungo costume
Dentro la doue sol con amor seggio
Quasi visibilmente il cor traluce,
Questa è la uista, ch’a l ben far m’induce
E che mi scorge à glorioso fine:
Questa sola dal uolgo m’allontana
Et piu sotto.
Io penso se la suso
Onde il motore eterno delle stelle
Degnò mostrar del suo lauoro in terra
Son l’altr opre si belle,
Aprasi la prigione, ou’io son chiuso.
Dalle quali parole si comprende che diceva il Petrarca tra se, se questa unica bellezza, ch’io scopro ne sfavillanti, & gratiosi lumi di madonna Laura è tanto degna, & riguardeuole, che deue poi essere quella che è in Cielo? onde ciò considerando, egli desiaua la morte. Et in un suo sonetto ringratia la fortuna, ò Dio, che lo ha fatto deglio di ueder Laura, per mezzo della quale egli s’inuia al sommo bene dicendo.
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Da lei ci nien l’amoroso pensiero
Che mentre il segui al sommo ben t’inuia
Poco prezzando quel, ch’ognun’huom desia
Da lei vien l’animosa leggiadria
Che’al Ciel ti scorge per destro sentiero.
Et in un altro.
Lei ne ringratiò, e’l suo alto consiglio
Che co’l bel viso, co’i soaui sdegni
Fecemi ardendo pensar mia salute.
Et poco dopo dice.
Quel sol, che mi mostraua il camin destro
Di gire al Ciel con gloriosi passi.
Et Dante in una sua ballata, dice, che guardando il uiso à Madonna douenirà beato à guisa d’angelo, che in Dio mira.
Poi che fatiar non posso gli occhi miei
Di guardare à Madonna il suo bel uiso
Mirerol tanto fiso,
Ch’io diuerrò beato lei guardando
A guisa d’angel, che di sua natura
Stando su in altura
Diuien beato sol vedendo Dio:
Cosi essendo humana creatura
Guardando la figura
Di questa donna, che tene il cor mio
Potria beato diuenir qui io.
Et il Caro parlando con amore in una sua canzone dice.
Chi ne guida qua giù, chi n’erge al Cielo
Poi ch’ambi i nostri poli
Atra nebbia c’inuoli
Con queste scorte amor di zelo, in zelo.
D’una in altra chiarezza
Ne conduce à mirar l’eterno sole
Cosi mortal bellezza
Che da lui uiene, à lui par che ci deste:
Cosi lume celeste
Che di la su deriua, qui sì cole
Hor chi s’inalza, e chi d’alto ci scorge
Se’l nostro amato sol lume non porge.
Et in un sonetto dice.
Ben veggio come spira, e come luce
Che con la rimembranza, e col desio
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De suoi begli ochi, e del suo dolce riso
Il mio pensier tanto alto si conduce
Che le s’appressa, e scorge nel bel viso
La chiarezza de gli angeli, e di Dio.
Et Bernardo Tasso fa vna canzone intiera dimostrando, che la bellezza è vna scala da girare al Cielo, & poi soggiunge.
O nobil Dnnna, ò mio lucente sole
Scala da gir al Ciel salda, e sicura,
Sol de la vita mia dolce sostegno:
Per altro non vi di è l’alma natura
Rare virtù, bellezze vniche, e sole
Se non per arricchire il mondo indegno
E mostrarne vn disegno
Della bellezza angelica, e diuina
Et il Molza ne suoi sonetti mostra il simile, & il Guiccioni in vn suo bellissimo sonetto dice l’istesso. ma io ve ne porterò solamente tre rime
E’l fa perche la mente oltre passando
D’una in altra sembianza à Dio s’unisca
Non gia per van desio com’altri crede.
Et qual è quello, cosi rozzo Poeta, che non facci apertissimo, che la beltà è vna via, & vna strada, che ci guida à dritto camino a contemplar la diuina Sapienza? Se però sarà guardata, come bisogna, con dritto occhio lontano da pensiero lasciui; & vani. come lasciò scritto il Petrarca.
Da volar sopra il Ciel gli hauea dat’ali
Per le cose mortali
Che son scala al fattor, chi ben l’estima.
Ma non solamente io la chiamarei scala, ma io credo, chella sia l’aurea catena d’Homera, la quql può sempre alzar le menti in Dio, & ella per niuna cagione può essere tirata in terra; per cio che la bellezza non essendo cosa terrena, ma diuina, & celeste, sempre alza in Dio, da cui deriua; onde sono a nostro proposito questi versi del Petrarca
D’una in l’altra bellezza
M’alzò mirando la cagion primiera.
Che cosi vuol dire, io ascendo di bellezza, in bellezza, cioè di anello in anello, & mi fermo nella cagione primiera. il primo anello di questa nostra dorata catena, che scendendo dal Cielo, rapisce’ dolcemente le anime nostre, sarà la corporal bellezza, la quale mirata, & considerata con la mente per lo mezo de gli occhi esteriori, gode, & in lei mediocremente si diletta. ma poi vinta da somma dolcezza salisce al secondo anello, & mira, & vagheggia con gli occhi interni l’anima, che adorna di celesti eccellenze, informa, il bel corpo. ma non si fermando in questa seconda bellezza, ò anello, auida, & desiderosa di più viua beltà, quasi amorosa fiamma salisce al terzo anello & s’inalza al cielo, & quiui contempla gli angelici spirti
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& a l’ultimo questa mente contemplante si affisa al gran Sole de gli angeli; e come a quello, che sostiene la catena: onde l’anima in lui godendo si fa felice, & beata. per hora non voglio dire altro di questa catena, ma forsi col tempo farò più lungo discorso. io vedo di hauere chiaramente mostrato, che la beltà d’un leggiadro volto, accompagnato da gratiosi sembianti guida ogn’huomo nella cognitione del suo fattore: ò che dono, ò che doti, ò che eccellenze sono queste delle donne; poi che con la lor bellezza ponno alzare le menti degli huomini in Dio. Chi potrà mai a pieno lodarti ricchissimo thesoro del mondo tutto? io confesso, che s’io hauessi tante lingue, quante foglie vestono gli arbori nella ridente primavera, ouero quanta arena è nella sterile e infeconda Libia, io non potrei incominciar a dar principio alle tue lodi; pericoche non solamentte la beltà inalza in Dio le fredde menti, ma rende il più ostinato, e crudo cuore humile, & mansueto. che piu? ò merauiglia, il rozzo orna di piacevoli costumi, il sciocco rende prudente; & saggio, & in somma tutti i Poeti hanno poetato mossi dalla beltà donnesca: onde il Petrarca nella Canzone, che incomincia, Quel antico mio dolce empio Signore, dimostra ch’ella fù cagione di ogni sua virtù dicendo
Salito in qual che fama
Solo per me che’l tuo intelletto alzai
Ou’alzato per se non fora mai
Percioche per lodar le diuine bellezze di madonna Laura compose il suo poema tanto dal mondo stimato. che se ella non l’hauesse con la sua bellezza spinto a tanto honore, sarebbe statim come dice amore nell’istessa Canzone.
C’hor saria forse vn roco
Mormorator de corti, vn huom del vulgo
Et speron Speroni confessa, che i Poeti hanno dalle donne la voce, & l’intelletto dicendo
Ch’io vi veda adunar la bella schiera
Di tutte queste amate Diue
Che danno a poetar cove e’ntelletto
Et l’istesso hanno fatto gli altri poeti, i quali erano tenuti a lodar, & inchinar le Donnesca beltà: & però viuono, anchor che morti. in somma un bel volto ha vinto i più superbi, & orgogliosi Regi del mondo, & i più scientiati, e ornati di lettere, che habbino insegnato le cagioni delle cose. Onde il Tasso disse nel Torrismondo queste parole dimostrando la maestà, & grandezza di questo dono.
Questa bellezza
Proprio ben, propria dote, e proprio dono
E’ dele donne ò figlia, e propria laude
E agguagliamo, anzi vinciam con questa
Ricchi, saggi, facondi, industri, e forti
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E vittorie, e trionfi, e spoglie, e Palme
Le nostre sono, e son piu care, e belle
E maggiori di quelle, onde si vanta
L’huom che di sangue è tinto, e d’ira colmo.
O come egli ha mostrato in queste poche parole le meravigliose operationi della bellezza, che ha domato non solo l’alterezza de gli huomini, ma anco de gli Dei. io vorrei pur alzarti, & lodarti, ma mi mancano le parole, & quanto più spiego l’ali de i miei troppo arditi pensieri, tanto più ve ne restano: onde io dirò col Petrarca.
Tacer non posso, e temo non adopre
Contrario effetto la mia lingua al core,
Che vorria far honore
A la sua donna, che dal Ciel n’ascolta
Come poss’io, se non minsegna amore
Con parole mortali agguagliar l’opre
Diuine.
Et ben posso dire, ch’io scemo sue lodi parlando. onde è meglio ch’io taccia, & ch’io l’inchini, & trà mè stessa stupida la vagheggi, & l’adori come dice il medesimo.
L’adoro, e inchino come cosa tanta.
Concluderemo adunque, che le donne essendo più belle, sieno più nobili de gli huomini per diuerse ragioni: prima perche in vn fiorito, & delicato volto si scorge la potenza del suo fattore, & quanto ha di bello il Paradiso. oltre ciò inalza le menti nella diuina Bontà. è ella per sua natura amabile, & allettatrice d’ogni cuore, ancor che rigido, & aspro. & finalmente è il bello ornato, & pieno di bontà essendo la bellezza vn raggio, & vno splendore della bontà, come dice Marsilio Ficino. Omne enim pulchrum est ponum. & cosi dice Speusippo & Plotino. & cosa chiara appresso d’ognuno, che vna pessima anima non habita in vn gratioso, & leggiadro corpo. & lo confermano etiandio gli scrittori sacri. onde la natura consocendo la perfettione del sesso femenile produce piu copia di donne, che di huomini, come quella che sempre ò per il piu genera in tutte le cose, quello che è megliore, & piu perfetto. & però mi pare, che Aristotile contra ogni ragione, & etiandio contra la propria opinione, laqual è, che la natura operi ò sempre, ò per il più cose piu perfette, uoglia che le donne sieno imperfette in comparatione de maschi: anzi io direi che producendo la natura minor numero di maschi, che di donne, che gli huomini siano men nobili delle donne, non desiderando la natura di generarne grande, & copiosa quantità. & questo basti della singular natura del sesso femenile.
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Delle Nobili attioni, & Virtù delle Donne, le quali quelle de gli huomini di gran lunga superano come con ragioni, & essempi si pruova. Cap. IIII
Poco honore a me risulterà nel prouare con ragioni, & essempi, che’l donnesco sesso sia nelle sue attioni, & operationi piu singulare, & eccellente del maschio. dico, che poco honore acquisterò: pericoche il prouarlo sarà piu facile, che non sarebbe a manifestar, che’l sole è il piu lucido corpo del mondo, ò che la dilettosa primauera sia Madre delle frondi, & de’ fiori. tuttavia per seguirar l’ordine gia da me incominciato, & insieme per dar lume a certi non dirò huomini, ma piu tosto ombre d’huomini; acciocche lascino la pessima ostinatione loro, rauuedendosi del loro errore, porterò in questo capo per ciò prouare inuincibili ragioni, & ne gli altri me ne discenderò agli essempi delle donne dignissime di Poema chiarissimo, & d’Historia. Dico adunque che le operationi di tutta la spetie humana dipendono ò dall’anima, ò dal corpo, ò da tutti dui questi principii vniti insieme. & etiandio afferma, che quanto piu tutte queste cose saranno perfette, tanto piu nobili, & singolari dipenderanno da lor le attioni. credo, che tutte queste suppositioni sieno verissime. non è vero ò huomini? & chi lo potrebbe negare? adunque io sarò vincitrice: percioche le donne hanno piu nobili anime, & piu eccellenti corpi. onde piu nobile è tutto il composto; si come si vede nello splendore della bellezza. che in esse si contengono tutti questi doni, ho prouato chiaramente nel capitolo antecedente. adunque da loro risultaranno piu pregiate attioni che da gli huomini. ma è cosa necessaria, ch’io alquanto mi diffondi intorno alla natura del corpo; percioche dalla sua temperatura dipendono quasi tutti i vitii, & diffetti, lasciandosi la ragione ben spesso, benche patrona, abbagliare, & acciecare da sensi. & perche credete voi, che alcuni sieno instabili, altri mangiatori, & crapuloni, altri viui, & audaci, altri sfrenati, & dati in tutto alla concupiscenza, & a’ piaceri. io credo, si come affermano tutti gli scrittori, che raccontano i costumi delle genti, & come per esperienza si vede, che i paesi, oue nascono, & la temperatura de’ corpi ne sia origina, & cagione: percioche vn corpo temperato, come è quello delle donne, è molto atto alle operationi moderate dell’anima. cosa che non è nella calda temperatura, come dimostraremo al luogo suo. che le donne sieno di tal natura, argomentano le carni morbide, & delicate, & il colore candido col vermiglio misto, & per finirla tutta la compositione del corpo di gentilezza, e virtù è proprio albergo, ma se con queste doti, & merauiglie a loro dalla natura date s’essercitassero nelle scienze, & nell’arte militare, come fanno tutto il giorni i maschi, farebbono a loro incarcar le ciglia, & rimanere stupidi & ammirati. & però l’Ariosto conoscendo questo disse.
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Tanto il lor nome forgeria, che forse
Viril fama a tal grado vnqua non sorse.
Ma non accadea, che vimettesse quel forse; pericoche sicuramente sarebbono vincitrici in ogni honorata, & egreggia attione. mostra però l’istesso autore della prima stanza del canto. 37. che sono siuscite felicissime in quelle opere, alle quali si sono poste. dicendo
Se come in acquistar qualch’altro dono
che senza industria non può dar natura
Affatichacate notte, e di si sono
Con somma diligenza, e lunga cura
Le valorosoe donne, e se con buono
Successo, n’è vscit’opra non oscura.
Et nel Canto 20. si legge
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun’arte, oue hanno posto cura,
E qualunque a l’Historie habbia auuertenza
Ne sente ancor la fama non oscura
Et Moderata Fonte, che in qualche parte conobbe la eccellenza di vn tanto sesso lasciò scritto tali parole
Sempre s’è visto, e vede pur ch’alcuna
Donna u’habbia uoluto il pensier porre
Ne la militia riuscir piu d’una
E’l pregio, e’l grido a molti huomini torre:
E cosi nelle lettere, e in ciascuna
Impresa, che l’huom prattica, e discorre
Le donne si buon frutto han fatto, e fanno
Che gli huomini a inuidiar punto non hanno.
Ma poche sono quelle, che dieno opera a gli studii, overo all’arte milare in questi nostri tempi; percioche gli huomini a guisa d’insolenti tiranni prohibiscono loro questo; temendo di non perdere le signorie, & di diuenir serui delle donne, & però vietano a quelle ben spesso ancho il saper leggere, & scrivere. Onde dice quel buon compagno d’Aristotile: debbono in tutto, e per tutto vbbedire a’ maschi, ne cercar quello, che si facci fuori di casa. Opinione sioccha, & sentenza cruda, & empia di huomo Tiranno, & pauroso. ma voglio che lo scusiamo; percioche essendo egli huomo, era cosa conueniente, che desiderasse la grandezza, & superiorità de gli huomini, & non delle donne. Ma Platone quel grande, huomo in vero giustissimo, & lontano dalla Signoria Sforzata, & violente, voleua, & ordinaua, che le donne si essercitassero nell’arte militare, nel caualcare, nel gioccare alla lotta, & in somma, che andassero a consigliare ne’ bisogni della Repubblica. & che questo sia il vero, cosi si legge nel libro delle leggi al Dialogo.7. Femineum genus eruditioni, & aliorum studiorum societate cum uirili
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uitili [sic] genere habere debet. & nel libro della Republica al settimo Dialogo cosi scrive. Feminae non minus, vt uiri in Repubblica uirtutum ornandae, ut quae praestantes natura sunt principatum gerant equaliter cum uiris. O quante ne sarebbono, che con piu prudenza, essempio di vita, & ingiustitia gouernarebbono gli imperii, & meglio, che non fanno molti, e molti huomini. Ma non solamente fù Platone di questa opinione il saggio; ma molti, & molti altri innanzi di lui, come Licurgo. onde gli dice nel libro delle leggi al Dialogo settomo. Feminis non minus quàm uiris decoram esse equestrem disciplinam, & gymnasticam ex veteribus narrationibus persuasus sum. Delle quali parole si vede, che inanzi la venuta di Platone in molti luoghi le donne si essercitauano dell’arte militare. & poco dopo afferma essere opinione scioccha quella de’ tempi suoi, laquale non permetteva alle donne le medesime cose. che quelli antichi lor imponeuano. & però dice. Stolidissimè omnium nuuc in regionibus nostris censeo fieri, quod non omni robore vno consensu mulieres, ac viri eadem studia tractent. O dio volesse, che a questi nostri tempi fosse lecito alle donne l’esercitarsi nelle armi, & nelle lettere. che si vederebbono cose merauigliose, & non piu vdite nel conseruare i regni, & nell’ampliarli. & chi sarebbe piu pronto di fare scudo con l’intrepido petto in diffesa della Patria delle donne? & con quanta prontezza, & ardore si vederebbono versare il sangue, & la vita insieme in diffesa de maschi. sono adunque, come ho prouato le donne piu nobile nelle operationi, che gli huomini non sono. & se non si adoprano questo , auuiene; perche non si essercitano, essendo ciò a loro da gli huomini vietato spinti da una loro ostinata ingoranza persuadendosi che le donne non sieno buone da imparare quelle cose, che imparano i maschi. io vorrei, che questi tali facessero vna esperienza tale, che essercitassero vn putto, & vna fanciulla d’una medesima, & ambiduoi di buona natura, & ingegno nelle lettere, & nelle armi che vederebbono in quanto minor tempo piu peritamente sarebbe instrutta la fanciulla del fanciullo. & anzi lo uincerebbe di gran lunga, laqual cosa lasciò scritto Moderata Fonte nel suo Floridoro, ma ben è vero, che ella si contentò, che diuenissero eguali dicendo.
Se quando nasce una figliola al Padre,
La ponesse col figlio a un opra eguale
Non saria ne le imprese alte, e leggiadre
Al frate inferior, ne disiguale;
O la ponesse fra l’armate squadre
Seco, ò a imparare qualche arte liberale;
Ma perche in altri affar viene alleuata,
Per l’education poco è stimata.
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Il non essercitarsi adunque è cagione, che non si vedono tutto il giorno i fatti memorabili, & Heroici delle donne: si come anco non si vedono quelli di molti huomini per questa istessa cagione. Horsu voglio discendere a gli essempi de’ quali voglio essere breue per diuerse cagioni. prima percioche ho fuggita la fatica di voler leggere tutte l’Historie, la secondo; perche in dui mesi, che tanti sono a punto come fa fede il ciotti, non ho potuto andare a parte, a parte osseuando i detti de’ famosi Historici. & finalmente percioche gli scrittori essendo huomini invidiosi delle belle opere delle donne, non hanno raccontate le loro egreggie attioni, ma lasciate sotto silenti, laqual cosa manifestò il diuino, & veridico Ariosto nel Canto. 37. in questo modo.
E che per se medesime potuto
Hauessin dar memoria a le lor lode
Non mendicar da gli scrittori aiuto
A i quali astio, & inuidia il cor si rose.
Che’l ben, che ne pon dir spesso è taciuto,
E’l mal quanto ne fan, per tutto s’ode:
Tanto il lor nome sorgeria che forse
Viril fama a tal grado vnqua non sorse.
Non basta a molti di prestarsi l’opra,
E fal l’un l’altro glorioso al mondo
Ch’anco studian di far, che si discopra
Ciò, che le donne hanno fra lor d’immondo:
Non le vorrian lasciar venir discopra
E quanto pon fan per cacciarle al fondo
Dico gli antichi, quasi l’honor debbia
D’esse, il loro oscurar, come il sol nebbia.
Ma non hebbem, e non ha mano, ne lingua
Formando in voce, ò descriuendo in carte,
Quantunque il mal quanto può accresca, e impingua
E minuendo il ben va con ogni arte
Poter però, che non ne resti parte
Ma non gia tal, ch’appresso al segno giunga
Ne ch’anco se li accosti di gran lunga.
E di fedeli, e caste, e saggie, e forti
State ne son. non pur in Grecia, e in Roma,
Ma in ogni parte, oue fra gl’Indi, e gli Orti
De l’Hesperide il Sol spiega la chioma,
De le quai sono i pregi o gli honor morti
Si ch’a pena di mille una si noma
E questo; pervhe hauuto hanno a lor tempi
I scrittori bugiardi, inuidi, & empi.
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Che vi pare fratelli, ma iniqui fratelli, gia che non volete scoprir le opere buone del donnesco sesso tanto degno, & eccellente. & quel che è peggio, andate sempre ritrouando qualche noua inuentione per vituperarlo. Accio che resti conculato, & sepolto: & pur le vostre madri erano donne. & ardite di biasimarle? cosa inhumana. Che a guisa di nouelli Neroni vogliate dar morte alla materna fama: ma in darno vi affaticate: percioche la verità, che risplende in queste mie mal vergate carte le inalzerà a vostro mal grado fino al Cielo. Parlo hora di quelli huomini, che non conoscono la eccellenza delle donne; percioche non mancano, ne sono mancati (ben è vero= in gran quantità, scrittori, che priui d’inuidia hanno celebrato il sesso femenile con ogni lor potere, anzi che hanno riputato quegli huomini essere priui d’ingegno, & di humanità, che hanno offeso le donne, ò con mano, ò con lingua. Come fù Catone il grande, ilquale riputaua coloro, che offendeuano la moglie peggiori di quelli, che hauesser rubbato nel tempio, & offeso li Dei. & riputaua degno di assai maggior lode colui che si portaua da buon marito, che chi era grande in Senato. questo racconta Plutarco nella sua vita. Conosceua adunque egli, che l’huomo deue amar la donna piu della sua vita, & tenerla per la sua nobiltà fra le cose piu care, & honorate, & questo dimostra etiandio Orsato Giustiniano Senator Veneto in vn sonetto, ch’egli compose in lode della sua fidissima, castissima, & meritatamente da lui amata consorte. il quale è questo.
Ben ha di ferro il petto, e’l cor di sasso.
Chi puo’ lontan da fida sposa, e cara
Menar uita giamai tranquilla, e chiara;
O senz’alto dolor pur mouer passo.
Prouolo in me, che mentre hor l’hore passo
Lungi in me, che mentre hor l’hore passo
Lungi da tè mia speme, unica, e rara;
Pace non trouo: e m’è la uita amara;
D’ogni ben rimanendo igniudo, a casso.

Et in un altro sonetto, mostrò, come ella è un tranquillo porto nelle sue fortune dicendo.
Benigno il Cielo a tuoi preghi risponda
Cara moglie: e in fauor ti sien li Dei.
Poi che nelle fortune ogn’hor mi fei
Tranquillo porto, e dolce aura feconda.
Si che questi tali hanno conosciuto le doti Illustri, & chiare delle donne., Ma bastino questi duoi per hora; percioche, s’io volesi raccontare tutti quelli, ch’hanno lodate quelle (& a ragione), lunghissimo tempo io consumarei. & non descenderei a gli essempi, i quali saranno da me diuisi in vndeci capi più, che sarà possibile, breui.
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Delle donne scientiate, & di molte arti ornate.
Cap. Primo.
Credono alcuni poco pratici dell’Historie, che non vi sieno state, & siano donne nelle scienze perite, et dotte. & questo appresso loro pare impossibile, ne si possono ciò dare ad intendere, anchor che lo vedano & odono tutto il giorno; persuadendosi che Giue habbia dato l’ingegno, & l’intelletto a maschi solamente, lasciandone le donne ancorche della medesima spetie priue. Ma se quelle hanno la medesima anima ragioneuola, che ha l’huomo, che di sopra ho mostrato chiaramente, & anco piu nobile; perche ancho piu perfettamente non possono imparare le medesime arti, & scieze le quali imparano gli huomini? anzi quelle poche, che alle dottrine attendono, diuengono tanto delle scienze ornate, che gli huomini le inuidiano, & le odiano come sogliono odiare i minori i maggiori; & per non perdere il tempo intorno a quello, che ne’ capi precedenti ho prouato, me ne discenderò a molti essempi, & la prima sarà Amficlea, laquale, Porfirio nella vita di Plotino, molto celebra. & dice, ch’ella essendo stata discepola di Plotino, fece nella filosofia merauigliosa riuscita. scrive ancho Decearcho, che due potentissime donne abbandonorno le ricchezze per poter meglio seguire la dottrina del dotto Platone. Nicaula Regina d’Egitto era dottissima, & per imparare vn dubbio d’alcune cose difficili, & oscure andò a ritrovare il Re Salomone, tanto in lei fù acceso il desio dell’intendere le cose secrete. Batista dignissima moglia del Duca d’Vrbino fù eccellentisima nel comporre orationi, & Epistole, & andò a Roma, & orò nella presenza di Papa Pio Secondo, non senza stupore, & e meraviglia d’ogn’uno, & costei col suo gran giudicio resse con somma lode lo stato molti anni. Ma che diremo di Aspasia, che fu tanto dotta ne gli studii filosofici, che fù degna maestra di quel gran Pericle, che parlando folgoraua, & tuonaua? Che di Assiotea, laqual discepola di esso Platone, e fece grandissimo profitto ne gli studii della filosofia. Ond’ella è posta fra le donne Illustri, & segnalate. Doue rime Cleubolina? che fù figliola di vno de’ sette sapienti della Grecia, che è sommamente lodata da Suida, da athenco, & da alcuni altri grandi Autori per le opere belle, ch’ella lasciò scritte. Doue Barsane? che fù moglie di Alessandro Macedone, che compose in lode di Nettuno bellissimi Hinni. Doue Cornelia moglie dell’Africano, & madre
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de Gracchi? che lascioò scritte Epistole piene di somma dottrina. Onde Quintiliano dice. Nam Gracchorum eloquentiae (inquit) multum contulisse accepimus Corneliam matrem, cuius doctissimus sermo in posteros quoque est epistolis traditus. Leontia giouinetta Greca fù molto chiara nelle filososfiche discipline, & non dubitò con sua gran laude di scriuere contra Theoophrasto filosofo lodatissimo. Dottissima fù Dafne figliuola di Tirescial, laqual compose molti libri di poesia, delli cui versi si seruì Homero nel suo dotto Poema, come afferma Diodoro Siculo. Damone figliola di Pitagora fece cosi gran frutto nella filosofia, che il suo proprio Padre le deidcò alcuni suoi commentarii, & doppo la morte di lui successe per publico lettore nella schuola. Dottissima etiandio fù Demofila nella poesia, laquale compose alcuni Poemi amorosi, & alcuni altri in lode della casta Diana. Ne merita silentio Femonoea, che fù tanto illusre, & famosa nelle lettere, che meritò che Eusebio Cesariense, Lucano, Statio Plinio, Strabone, 6 altri facessero di lei mentione ne’ libri loro; & antistene dice, che ella lasciò scritto quel gran detto, come di lui inuentrice, Nosce te ipsum: Zenobia Reina de Palmereni, come scriue Pollio trebellio fù dottissima in tutte le lingue, scrisse l’Epitome, & ridusse in compendio l’Historie delle cose Alessandrine. Hidelgao d’Alemagna non scrisse molto dottamente quattro libri delle cose naturali? Elena Flaua Augusta figliola di Celio Re di Bretagna non scrisse vn libro della diuina prouidentia? & vn altro della immportalità dell’anima, & molti altri libri ch’io per breuità tralasciò? Vna nobile Bresciana detta Laura scrisse molte eleganti epistole a Frate Geronimo savonarola. Ne voglio che rimanga a dietro Aganice, che Plutarco celebra monto nel libro delli precetti connubiali: perche haueua singular cognitione nella scienza d’Astronomia. Ma doue rimane Delbora? che hebbe tanta cognitione delle sacre lettere? Doue Caterina consorte di Enrico Ottauo Re d’Inghilterra? laqual compose vn libro di Meditationi sopra i Salmi. Doye Anita? che lasciò scritto nobilissimi poemi come scrive Tutiano nel libro contra le genti. Doue Aretafila? che fù moglie di Nicostrato Tiranno di Cirene, per cagione della sua eloquenza. Doue Brigida Santa? che lasciò scritto vn libro delle sue reuelationi. Doue Santa Caterina da Siena le cui lettere & dialogi dimostrano di quanto sapere fosse dotata, oltre che orò appresso Gregorio vndecimo, & Vrbano sesto sommi Pontefici facondissimamente. Doue Erinna Teia? la quel hebbe tanta dolcezza, & maestà ne’ suo versi, che di età di tredici anni fù pari al grande Homero, come scriue Plinio, Stobeo, & Eusebio. oda molto Santo Geronimo nelle sue Epistole Eustochio, & Fabiola per cognitione delle sacre lettere. Theana fù eccellentissima ne’ versi Lirici, & una altra Theana di Metaponto, ouero
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Cresa scrisse il commentario della uirtù della filosofia, & molti preclari Poemi. Hipatia Alessandrina, la moglie d’Isidoro filosofo fece alcuni commentarii d’Astronomia. Heptachia figliuola di Teone gran Geometra diuenne tanto grande e gli studii di filosofia, che successe à Pltoino, & nella istessa scola, & catedra lesse. & come scriue Suidia su dotta nella scienza d’Astronomia, & fece professione in pubblico di molte altre scientie, & haueua grandissima quantità di scolari alle sue lettioni. Lambe non fu inuentrice del uerso nominato Iambico? Diotima fù nelle filosofiche discipline tanto eprita, che Socrate non si arrossì a chiamarla maestra, & andua alle sue dotte lettioni come dice Platone nel Simp. Laura Veronese figliuola di Nicolò compose cose mirabili, fece uersi saphici, scrisse Epistole, & orationi in lingua Greca, & Latina; oue rimane la gloria della poesia cioè Sapho, Lesbia; laquale fiorì à i tempi di Alceo, & di Stesichore Poeti. costei scrisse xi. libri lirirci, oltre quel d’Epigramici, elegie & i Iambi. & fu inuentrice del uerso Saphico; prendendo il nome di lei & tanto dolcemente & si copiosamente cantò, che i Cieli ne presero stupore. Onde si può dire in gloria sua quei bellissim uersi delle Meditationi intitolate de Christi cruciatibus di Fabio Pulini Lettor Publico della Signoria di Venetia.
Copia Nestorei, cui cedat gloria mellis
Cedat, & ipse pater linus, concedat, & Orpheus
Et qui Thebanas cantanto condidid arces.
Parua loquor, caeli hunc, & sidera saepe loquentem
Obstupuere, suum mira dulcedine captus
Sol tenuit cursum, tenuerunt Flamina uenti,
Nec uaga precipites agitarunt flumina cursus.
Saepius immotis uolucris supe aere pennis.
Substitit,
Che diremo noi del grande ingegno, & della profonda memoria della Damigella Triultia? miracolo di natura, laqual recitmolte uolte orationi fatta da lei alla presenza di Pontefici in lingua Latina. imparò lettere Greche, & quando sentiua recitare vna oratione da alcuno, benche una sola uolta, la sappeva tutta a mente a parola, per parola. & leggendo una uolata, ò due un libro lo sappeua recitar tutto. Margherita sorella del Re di Francia moglie del Re di Nauarra fù dottissima nelle sacre lettere. Marta Proba Regina de’ Brittani in tutte l’arti liberali fù peritissima. Pinthi compose vn libro della temperanza delle donne. Polla argentaria moglie di Lucano fù eccellentissima nel comporre versi, & finì con somma elegantia i versi incominciati dal marito. Temistoclea insegnò molte cose ingegnosissime a Pitagora, suo fratello, come scrive Aristoxeno. Theselide donna Argiua
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fù molto dotta nella Poesia. Cassandra fedele etiandio dottissima era, disputò publicamente in Padoa, & scrisse uno elegante libro nell’ordine delle scienze. Et faceua bellissimi uersi Lirici. degno di gran merauiglia fu il profondo sapere di Lucretia da Este Duchessa d’Vrbino nella Filosofia, & nella Poesia. La qual cosa si può vedere in un sonetto, che à lei fece Giulio Camillo.
Ben uoi, uoi sola con l’eccelsa mente
Alle cagion passando in ogni cosa,
Leuate alla natura i suoi secreti.
E stando Apollo e le sue muse intente
Al vostro fotto, stil, già gloriosa
Auanzate i Filosofi, e i Poeti.
Solipatra fù indovina, & adorna di molte scienze, onde credeuano le gente, che qualche Dio le fosse stato maestro. Anastagia discepola di Chrisostomo, scrisse molte Epistole degne di laude. Passilla nel comporre epigrammi pochi auanzorno, come testificano molti scrittori, che di lei honoratamente parlorno. Praxilla fù Poetessa di Scitione, la quale ne suoi uersi fa, che sia interogato Adonide nell’inferno quel,à che hauea lasxiato al mondo di bello, & di degno, egli rispose il sole, i cucumeri, & i pomi. Disse il sole, non perche li paresse bello, ma perche col suo dolce calore maturiua i pomi, & i cucumeri. Corinna Thebana fù una altra Corinna, laquale al tempo di Ouidio fù gran Poetessa. Non uoglio, che addietro rimagna Cornificia, la qual scrisse elegantissimi epigrammi, & altre belle opere. Ne Giouanna d’Anglia uoglio, che sotto silentio rimagna, che tanto dotta era nelle Sacre lettere, che non u’era in Roma alcuno homo, che l’agguagliasse. Ne rimanerà à dietro Lastrenia Mantinea, & Ariothea Phlisia, le quali uestite da huomo seguiuano Platone, & andauano ad udirlo come scriue Plutarco. Piena di Filosoficha dottrina era Thargelia, come l’istesso Autore nella uita di Pericle. Veronica da Gambara era dottissima nella Poesia, come si può uedere anchora ne’ suoi scritti, & ciò mostra l’Ariosto in questi uersi dicendo.
Veronica da Gambara è con loro
Si grata a phebo, e al Santo Aonio choro
Et Vittoria Colonna fù dottissima, & compose molti sonetti bellissimi. Però dice l’Ariosto di lei.
Questa una ha non pure se fatta immortale
Col dolce stil di che’l miglior non odo,
Ma puo qualunque di cui parli, ò scriua
Trar del sepolcro, e far ch’eterno viua.
Le Sibille furno donne dottissimi, & piene di spirto profetico, le quali
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fecero i libri, che si chiamauano Sibillini, ch’erano tenuti in sommo pregio, & riuerenza. La prima nacque in Persia, & è detta Persica, di lei ne racconta quel Nicanore, che scrisse l’historie di Alessandro Magno. La seconda fù di Libia, & è detta Libica da Euripide celebrata. La terza in Delfo, & è detta Delfica. La quarta fù da Cuma d’Italia, & è detta Cumana. La quinta fù Eritrea, che predisse la ruina di Troia, & Apollodoro di Eritre si vanta ch’ella fosse della sua Patria. La sesta fù da Samo, & perciò è detta Samia, & vogliono, che costei al tempo di romulo dosse. La settima Amaltea. L’ottaua fù l’Ellespondia, laqual nacque su quel di Troia al tempo di ciro. Di lei racconta eraclito Pontico. La nona fù di Frigia. La decima Tiburtina. Cosi chiamata per essere nata a Tiburo. et come dice Lattantio tutte queste donne profetarono molte cose. Ma spetialmente della incarnatione del Verbo eterno: ma lasciamo queste dotte Sibille, & raccontiamo di Isota Nouarella Veronese, laquale di filosofiche dottrine era adorna, faceua vita filosofica contentandosi di poco. Scrisse a Nicolao Pontefice, & a Pio. Sempre si conseruò vergine. Cassandra figliuola di Priamo fù illustre per dottrina & per il vaticinio molto chiara. Non voglio, che rimanga sotto silentio Claudia consorte di Statio Papinio, che per le sue molte scienze diede merauiglia all’età sua. Ne Istrinia Regina de’ Scithu, la qual era nella lingua Greca peritissima, & insegnà a Sile suo figliolo, come scriue Herodoto. Ne Elisabeta Abbatessa di Alemagna, laqual scrisse molte belle, & eleganti oration alle sorelle de’ suoi conuenti, & altre opere degne di laude. Ne Dama figliuola di Pitagora nella filosofia dotta. Ne Mirte Autedonia, laquale fù maestra di Pindaro Poeta chiarissumo. Ne Rossuita Monaca di Sassonia, che molti libri lasciò in prosa, & in verso. Hidria fù donna di tanto alto sapere, che non bastò l’animo ad ercole à far resistenza, & contradire alle sue dotte, & subite risposte. Onde il diuin Platone in vn suo Dialogo la celebra altamente. Hilda Erenica lasciò scritto molte pie Meditationi, & scrisse vn libro contra Agilberto Parisino Vescouo de Sassonii. Hildegarde Vergine che fu della Città di Magontia, molti libri compose. Onde Santo Bernardo, che ne’ suoi tempo viuea le scrisse molte Epistole. Caterina Vergine figliuola di Costo Re di Alessandria disputò con dottissimi filosofi, che la persuadeuano alla Idolatria. & ella con viuacissime ragioni lor tirò alla fede di Christo essendo perita nelle filosofiche scienze allequali attese & come dice Marco Filippi detto il Funesto nella vita di lei volendo mostrare quello ch’essendo pargoletta imparasse, lasciando da parte la tela, & l’ago.
Ma le scienze, che tanto alto vanno
E portan seco i sensi agri, e terrestri,
Che poi rinchiusi nel corporeo uelo
Sappiamo come stia la terra, e’l Cielo.
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Constantia moglie di Alessandro Sforza è celebrata fra le chiarissime donne, & essendo fanciulletta diede opera a buoni studii come alla filosofia, & Poesia. Costei è fatta chiara, & celebre da Politiano. Minerua figliuola di Gioue per niuna altra causa è posta fra il numero de Dei, se non per le buone arti, delle quali ella è stata inuentrice. Onde per la sua Dottrina fù chiamata Dea della sapientia, scientia, prudenza, studio, maturità, senno, legge, & d’ogni virtù, onde Athene madre de studii ha preso il nome da lei; perche Athene significa Minerua. Le noue Muse non sono elle altro che noue giouinette, come dice Diodoro Siculo in ogni sorte di discliplina eccellentissime, & specialmente nell’arte del cantare. Clio fù delle Satire inuentrice. euterpe trouò le tibie. Lalia è Dea delle commedie. Melpomene mise in vso le Tragedie. Polinnia è sopra i gesti bellici, & trouò la Thetorica. Inuentrice fù della Geometria erato. Tersicore è la Dea de Poemi. Calliope fù ritrouatrice delle lettere, & tutte queste giouinette furno dottissime nelle cose da loro inuentate. scriue Clemente alessandrino, che fù una Artemisia tanto dotta nella dialettica, che dialettica si nominaua. Et Amalasunta Regina, fu molto erudita nelle lettere Greche. Celebrano Clemente, & Didimo ambedui Alessandrini Anassandra; perche hebbe mirabile cognitione dell’arte della pittura. Di molte altre potrei dire, che mi Laura Terracina dottissima nell’arte della Poesia, & di geneura Veronese, laquale fu chiarissima nelle Epistole: & di Manto fgliola di Tiresia, & di molte altre,c he per breuità tralascio. Ma da queste poche, che ho scritte, poche a comparatione delle molte ch’io lascio, ciascun potrà conoscere, quanto profitto habbino fatto le donne ne gli studii, & in tutto quello in che si hanno essercitate.
Delle Donne Temperate, & continenti.
Capit. II.
Sono chiamati quegli huomini continenti, & temperati, che si oppongono con la ragione a’ diletti, & a’ piaceri, & a’ piaceri de’ sensi, & in particolare si come habbiamo, da Aristotile, sel senso del gusto, & del tatto: & quali sieno i continenti ce lo insegna nell’Ethica al cap. 14. dicendo. Temperatus est, qui absentia voluptatem non dolet, & presentibus se abstinet: ma se per auuentura egli desidera tali piaceri, vsa vna certa mediocrità & si serue di tempo, e di modo, & di tutte le circostanze conuenienti. Et però lasciò scritto Aristotile nel medesimo luogo queste parole. Cupit mediocriter ea, & sicur decet, & ea tantummodo
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iucunda quae uel ad sanitatem, uel ad bonam habitudinem faciunt: recta enim ration sic praescribit. Et però diffinendo la temperantia disse, ch’ella è vna mediocrità intorno a’ piaceri del gusto, & del tatto. Diffinitione anche di Speusippo, ilquale dice. Temperantia est moderatio animi circa naturales concupiscentias. Ouero come dice Claudiano. Temperies, vt casta petas. Et Cicerone nel quarto delle Tuscolane. Temperantia sedat omnes appetitiones, & efficit, vt recte haec rationi pareant. Et però fù da lui chiamata moderatrice di tutti gli empiti della concupiscenza: & anchor che sia ad ogn’uno cosa notissima, che le donne sono continenti, & temperate; perche non si vede, è legge, che si vbbriachino, & stieno nelle Tauerne tutto il giorno, come fanno gli vitiosi maschi, ne meno che sfrenatamente si dieno ad altri piaceri, anzi in tutte le cose sono moderate, & piu tosto parchissime. Nondimento voglio porre dinanzi a gli occhi de’ lettori non pochi essempi, & il primo sarà quelle di Zenobia Reina de Palmereni, laquale dopo la morte del suo marito Odenato resse connmolta laude l’Imperio de l’Oriente: nelle guerre mostrò valore di nobilissimo Capitano, & di prode guerriero. Era ornata di una gran bellezza, era giouine, & pudicissima, & mai non piegò l’animo a lasciuie , & a vanità, & quello che le diede gran lode fu la costanza, & fermezza di animo. Fece molte guerre, & a l’ultimo con Aureliano, & per quanto alla virtù humana s’appartiene vincitrice, era Zenobia, & quelli di Aureliano andauano in fuga: Ma intanto che fuggiuano, lor apparue vn Dio, & lor diede animo. Onde essendo essi poi ritornati in battaglia, furno vincitori, & cosi non per il proprio valore vinsero la fortissima donna, ma per l’aiuto di quel Nume, che loro apparue. Mentre ella regnò, pochissimi haueuano ardire di prendere l’armi contra lei, & però il Petrarca dice di lei ragionando.
Zenobia del suo honore assai piu scarsa
Bella era nell’età fiorita, e fresca
Quanto in piu giouentute, e’n bellezza
Tanto par c’honestà sua laude accresca.
Nel cor femmineo fù tanta fermezza,
Che col bel viso, e con l’armata coma
Fece temer chi per natura sprezza:
Io parlo de l’Imperio alto di Roma. & cet.
Non voglio, che il silentio inuoli la memoria di Soffronia nobilissima matrona Romana, laquale mentre, che Massentio era Imperator da lui fù molto sollicitata volendo godere di lei, & talmente era astretta, che s’ella di suo volere non consentiua a Massentio chiaramente vedeua, che le sarebbe stato fatto violenza. Costei raccontò al marito tutta la cosa, & perche consentiua il marito a questa dishonestà ò per paura, ò per viltà d’animo, ella conoscendo la volontà del marito, si adornò di gioie, et d’oro, & accompagnata
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da una fante entrò nella camera dello Imperatore; dove poi che con lungha oratione si scusò uerso Dio; perche ella inanzi il giorno ordinato da lui usciua di questa uita, prese un coltello e si uccise per non macchiare di alcuna macchia il corpo, ò l’animo suo pudico. E che diremo noi di Lucretia Romana chiarissimo essempio di honestà? la quale essendo uiolata da Sesto Tarquinio figliuolo del Re, & non potendo sopportar tanta infamia conuocò Spurio Lucretio Padre suo: & il marito: il padre menò seco Publio Valeria, & il marito Lucio Iunio Bruto, à cui Lucretia narrò tutto il fatto; & benche da i suoi fosse consolata, dimostrandole, che doue non hauea consentita la uolontà, non poteua essere peccato; nientedimeno col coltello, il quale per questo hauea occultato sotto la ueste si amazzò, dicendo che non uoleua che da lei alcuna Romana prendesse cattiuo essempio, & cosi finì la uita, la piu casta donna, che fosse al mondo, & però dice il Petrarca nel trionfo della castità.
Ma d’alquante dirò, che’n su la cima
Son di vera honestate, in frà le quali
Lucretia da man destra era la prima.
Monima Milesia fù tanto amica dell’honestà, che mai si uolse pieghare à voleri di Mitridate Re de gl’Armeni per gran copia d’oro, che li fosse offerto da lui. Essendo stata gettata à terra Thebe, il crudel Nicanore fù preso d’amore di una uergine Thebana, credendosi ch’ella douesse gloriarsi di un tale amante, & hauer di gratia à farli piacere; nondimeno poi che lungo tempo ebbe con preghi, & con minaggie tentato; & non hauendo operato nulla; dubitando la Vergine che non le fosse fatto oltraggio, si uccise per conseruarsi intatta. non merita silentio la castissima Penelope moglie d’Ulisse, da Homero nell’Odissea per tale hauuta, & come egli ne dice era molto da Proci molestata, perche tutti à gara la uoleuano per moglie, essa rifiutando ogn’un di loro uiueua casta, & pudica aspettando il suo marito Ulisse: & però Homero sempre quando la noma le dà questa aggiunto ò di casta, ò di prudente, ò di saggia, come la saggia Penelope; cotei l’aspettò uenti anni, non sapendo oue fosse, & però il Petrarcala pone nel triompho della castità dicendo.
L’altra Penelope queste gli strali
Et la pharetra, e l’arco hanno spezzato
A quel proteruo, e spennacchiate l’ali.
Et l’Ariosto considerando di quanto conto sia l’honestà dice.
Sol perche casta visse
Penelope non fù minor d’Ulisse.
Grande fù la pudicitia di quelle cinquanta Vergini Spartane; perche; perche essendo elle per cagion d’alcune feste uenute alla Città de Messiniile tentorno d’amore, & le pudiche donzelle per fuggire la lor uiolenza, & preponendo l’honestà alla uita si amazzorno da lor medesime. Ma che diremo
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noi della Regina Didone, alla quale essendo stato ucciso dal fratello Pigmalione Sicheo suo carissimo marito? & uiuendo in continua doglia con grand’odio uerso il fratello, quando ella si avide, ch’egli cercaua anco di far morir lei, fingendo che le fosse cessato il dolore, & l’odio che hauea uerso il fratello, secretamente si mise in punto per douer fuggire, & per far la fuga più sicura, finse di uolere andare dal fratello, ma prima hauea fatto à molti principali huomini intendere il suo disegno, & furno molti quelli, che fuggirno con lei: percicoche odiauano il Tiranno, & doppo molto nauigare Didone giunse in Africa, doue edificò Cartagine, & con molta piaceuolezza attrasse à conuersar seco i paesani, & riempì in breue la Città di popolo: tante genti da ogni parte ui concorreuano, che gran piacere ne sentiua la regina co’ suoi. Onde Iarba Re di Mauritania, che uedeua cosi bene le cose de Tirii andare innanzi, & hauea gia hauuto nuiua della molta bellezza di Didone, fece uenire in Mauritania dieci de’ principali di Cartagine; &impose loro, che oprassero di sorte con la lor regina, che fosse sua moglie, altrimenti minacciaua loro una cruda guerra. costoro, che sapeuano quanto fosse lungi da questo pensiero Didone, erano dolenti, ma quando giunsero in Cartagine fecero intendere à lei come Iarba la uoleua, & chiedeua per moglie, altrimenti una crudele guerra aspettasse; quando ella udì questo, ne senti un graue affanno, & cominciò lagrimando à chiamare il suo caro Sicheo; & poi uolgendosi a i suoi disse, che andarebbe doue il suo destino, & quello della sua Città la chiama, tolto quattro mesi di tempo fece alzare una pora nell’ultima parte della città, come uolse placare l’anima di Sicheo prima, che andasse al nuouo sposo: quiui ella fece ammazzare molte vittime, & montata sopra la pira con una spada ignuda in mano, disse di uolere andare a trouare il marito, come promesso hauea, & cosi in presenza di tutto il popolo ammazzò se stessa, & fù mentre durò Cartagine adorata per Dea, & questa ueramente è stato un chiarissimo specchio di honestà, & di fedeltà: benche Vergilio finga, che si uccidesse per amore di Enea, la qual cosa è falsa; & il petrarca biasma una tal opinione dicendo.
Taccia il vulgo ignorante, i dicò Dido
Cui studio d’honestade à morte spinse,
Non quel d’Enea, com’è publico grido.
Ma doue rimane Verginia figliuola di Verginio Romano, ma plebeo? costui haueua promessa la figliuola à Itilio Lucillo; essendo egli in campo insieme con gli altri Romani: Claudio il quale era uno de’ dieci, che ministrauano quasi mezzo il dominio di Roma, tentò piu uolte con lusinghe & con doni di guidare Verginia à fare quanto à lui piaceua, le quali cose furno uane; perche ella non acconsentiua à suoi uoleri, essendo saggia, & casta, quanto imaginar si possi. hauendo ueduto il buon Appio Claudio che non potea fare cosa alcuna, si accordò con un suo liberto huomo audacissimo, che douesse rapire la fanciulla, mentre andaua per la uia, come fuggitiua
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serua, & cosi presa, la menasse al tribunale, ch’egli la giudicasse. Et fece il liberto quanto Appio Clandio li hauea comandato, & un giorno ritrouando Verginia la pigliò, & ella diffendendosi, & diffendendola le donne che erano seco, in questo mezo ui corse il popolo, & fra gli altri il marito; intesa adunque la difensione fù annuntiata al Giudice, il quale disse di uolere dar la sentenza il giorno dietro; intanto Verginio intesa la nouella, subito venne à Roma; ma non venne cosi presto, che prima Claudio non hauesse dato la sentenza, che Virginia fosse serua di quel liberto. laqual cosa sentendo il Padre della fanciulla, pregò Claudio, che lo lasciasse parlare alla figliuola, & alla nutrice in presenza del popolo. acconsentì il perverso Giudice alla domanda, & egli tirata da parte Verginia, disse. figliuola mia per questa sola uia che m’è concessa ti ritorno nella tua libertà, & preso un coltello alla presenza del Giudice le diede nel petto, il quale essa intrepida, & generosa offriua alla percossa volontariamente: & conosciuta la iniquità di Claudio fù preso, e messo in prigione, oue morì miseramente. Mi souiene di Orithia figliuola di Erichtheo Re di Atene, che fù una di quelle Amazoni, questa fù somamente lodata per sua castità; perche sempre si serbò uergine. Le figliuole di Aristotimo Tiranno di Edile piu tosto che essere uiolate, s’impiccorno; essempio ueramente di una uera honestà. Ma Iudit oue rimane, castissima, e bellissima donna? la qual tronchò il capo ad Oloferne Capitano di Nabucodonosor con il suo ualore, & però di lei dice il Petrarca nell’trionfo della castità.

Iudit Hebrea la saggia, casta, e forte
Mi souiene etiandio d’Isabella che si fece tagliar la testa hauendosi bagnata col succho di herbe, & questo fù uerissimo in Brasilla da Durazzo per conseruar la sua honestà; & l’Ariosto tolse l’essempio, ma in cortesia si potea imaginar la piu bella inuentione per conseruarsi castà contra il sfrenato Rodomonte di quella, che trouo questo essempio di castità dandoli ad intendere, che quel liquor d’herbe, bagnandosi tre uolte, indurasse cosi fortemente il corpo, che l’assicuraua dal fuoco, & dal ferro, & hauendo cotte le herbe bagnossi il candido collo, & il seno, & al feroce, & incauto Rodomonte porse il collo come dice l’Ariosto nel can. 29. accioche lo troncasse dal busto, con tai parole.

Bagnossi, come disse, e lietà porse
All’incauto pagano il collo igniudo,
Incauto, e uinto anco dal uino forse
Incontro à cui non ual elmo, ne scudo
Quel’huom bestial le prestò fede, e scorse
Sì con la mano, & si col ferro crudo,
Che del bel capo già d’amore albergo
Fe troncho rimanere il petto, e’l tergo.
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Quel fe tre salti e funne udita chiara
Voce, ch’uscendo nominò Zerbino,
Per cui seguire ella trouò si rara
Via da fuggir di man del Saracino.
Alma c’hauesti piu la fede cara,
E’l nome quasi ignioto, e peregrino
Al nostro tempo, e della castitade
Che la tua uita, e la tua uerde etade.
Cosa ueramente degna di eterna memoria. Sulpitia, come dice Tito Liuio fù castissima: era Patricia figliola di Sulpitio, & moglie di Quinto Flauio Flacco. eressè il tempio alla Dea Venere; accioche riuolgesse gli animi lasciui alle honestà, & virtù, & la chiamorno Verticordia, come dice Plinio; costei non fù di men famoso grido di castità che fosse Lucretia; & però dice il Petrarca.
Cosi giungemo alla Città soprana
Nel tempio pria; che dedicò Sulpitia
Per spegner della mente fiamma insana
Et che diremo noi della pudicissima Principessa di Tarento, laquale era stata promessa à Corsamonte, et essendo presa da Goti; Corsamonte per liberarla fù per inganno di Burgenzo ucciso, & ella, benche la pregasse Bellisario, non uolse piu marito, ma si fece chiudere in una picciola cameretta appreso la tomba di Corsamonte per conseruar la sua uerginità, come il Trissino nel libro 23. la fa rispondere à Bellisario, che le uoleua ritrouare un altro sposo di età conforme à quella di Corsamonte in questo modo.
Deh lasciate Signor, ch’io mi rinchiuda
In uno scuro, e lucido sacello,
Oscuro al mondo, e lucido alla vita.
Oue la mia verginità si serui
Intatta, e purghi quei pensieri inulti
Ch’eran già nel mio cor d’hauer marito.
Diana fù tanta casta, che fu chiamata Dea della castità, & fuggendo gl’huomini, si essercitaua nelle caccie. Sempre era in compagnia di Vergini Ninfe, & essendo un giorno in un chiarissimo fiume, ò fonte con le altre Ninfe, souragiunse Ateone & mirò Diana, & ella tingendosi di honesto colore, come dice Ouidio nel terzo libro, delle Metamorphosi con questi versi.
Qui color infectis aduersi solis ab ictu
Nubibus esse solet, aut purpureae Aurorae
Is fuit in vultu visae sine veste Dianae
Lo spruzzò conl’acqua, & lo fece diventare un ceruo. Aretusa Ninpha figlia di Nereo, & di Doride compagna di Diana un giorno per rinfrescarsi, si bagnò nel fiume Alpheo, il quale corre per l’Arcadia, subito
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Alfeo Dio di quel fiume fù preso d’amore, & la uolse prendere, essa ch’era uergine casta lo fuggì, & corse tanto, che per il molto sudore, si liquefece, & trasformosi in un fonte. Come la fa dire Ouidio nel libro quinto.
Occupat obsessos sudor mihi frigidus artus:
Ceruleaeque cadunt toto de corpore guttae,
Quaque pedem moui, manat locus: eque capillis
Ros cadit: & citius, quam nunc tibi fata renarro,
In latices mutor.
I quali uersi tradotti in uolgar lingua da Fabio Maretti tali sono.
Un gelido sudore in ogni parte
Mie membra assediate intorno oppresse
E par, che’l corpo mio tutto si stille
E’n terra caggian le cerulee stile:
E doue mossi il piè’l sito ho bagnato
E / rugiada cadea dal crine sciolto
E ratto piu, ch’io non ti narro il fatto
In acque tutta mi disfaccio, e uolto.
A questo mi souiene della Ninfa Siringa famosa fra le Amadriadi laquale per amore della tanto da lei amata honestà, & uerginità sprezzò i Satiri, & quanti Dei, che habitauano nelle selue. Pan Dio un giorno la uide, & la desiderò hauer per moglie: ella sprezzandolo fuggì, & pregò le caste sorelle, che la cangiasser in qualche nuoua forma per fuggire il Dio, & mutossi in canne Palustri, come dice Ouidio nel lib.I.
Panaque, cum prensam sibi iam Siringa putaret:
Corpore pro Nymphae calamos tenuisse pallustres.
Daphne imitatrice di Diana sempre uisse casta, & godeua delle caccie, & domandò al padre gratia di conseruar perpetua uerginità, come dice Ouidio.
Da mihi perpetua genitor carissime dixit,
Virginitate frui: dedit hoc pater ante Dianae.
Et Appollo essendosi inamorato di lei, la seguì, & fuggiua ella, laqual doppo molto correre giunse al fiume Peneo, & lo pregò a torle quella bellezza, & si trasformò in un Lauro, che sempre si mantiene uerde come dice il medesimo.
Vix prece finita torpor grauis occupat artus,
Mollia cinguntur tenui precordia libro
In frondem crines, in ramos brachia crescunt
Pes modo tam velox pigris radicibus heret
Ora cacumen habent, remanet nitor unus in illa.
Ma che diremo noi delle donzelle Lacedemonie? delle Spartane? delle Milesie, & delle Thebane? Che apprezzorno piu il fregio della santa pudicittà, che i regni, & la propria uita. che delle Tedesche? le quali disfor-
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mando le faccie, & molte annegandosi conseuorno le loro persone caste, & senza machia. Ma doue rimene Hersilia, & le altre Sabine? Questa essendo stata con le altre compagne rubata da’ Romani uisse castissima sicome tutte le altre con i lor mariti, fedelissime, come scriuono tutti i scrittori delle Romane Historie; però il Petrarca le pone nel trionpho della castità dicendo.
Poi vidi Ersilia con le sue Sabine
Schiera, che del suo nome empie ogni libro
Non uoglio, che rimagna à dietro Claudia Vergine Vestale, della quale molto dubitauano, ch’ella non fosse, come era casta; per che andaua ornata; ma udite, come si scoprì la sua incorrotta castità. Essendo menata di Frigia à Roma la gran Madre Terra, come fù la naue nella foce del Tebro, oue era andata quasi tutta Roma ad incontrarla si fermò, ne fù possibile mouerla di quel luogo, ben che molti si sforzassero tirarla su per il fiume: all’hora Claudia prostrata su la riua del fiume, e stendendo le mani giunte uerso la Dea, tu sai disse alma Dea, che io son tenuta poco pudica dalla mia Città Roma, se cosi è ti prego mostrane segno, che condannata da te, che sai l’intimo del cor mio, mi confesserò degna della morte; ma se altramente sono, tu che casta sei, & pura, dando à questo popolo fede de l’integrità mia segui la mia pudica mano, & ciò detto diede di piglio ad una picciola fune, e tirò la naue à suo piacere, mostrando la Dea di seguirla uolontieri, con gran merauiglia di chi la uide: segno certissimo della sua pudicitia. Ma non cede à questa quell’altra Vergine uestale, quale, mentre nel tempio i giudici disputauano di lei, essendo stata accusata falsamente, se ne uenne al tempio con un Criuello pieno di acqua del Tebro senza caderne fuori pur una picciola goccia, & cosi cauò dalle menti de’ Giudici ogni sospetto, & però dice il Petrarca nel trionfo della castita di lei queste parole.
Fra l’altre la Vestal uergine pia
Che baldanzosamente corse al Tibro
Et per purgarsi d’ogni colpa ria.
Portò dal fiume al tempio acqua col cribro.
O quanto cara fù la verginità a Mica Eliense, che essendo uenuta nelle mani di Lucio soldato d’Aristone, non uolle mai né per proferte, né per minaccie fare il suo piacere; benche il Padre proprio la pregasse molto, che compiacer li douesse; ella ferma nella sua casta uolontà ingenocchiata à i suoi piedi lo pregaua à non le lasciar far quello oltraggio, ma il giouine sfrenato la battè crudelmente nelle braccia paterne; & poi li tronchò il capo. Laura come dice il Petrarca era donna castissima, & oltre che in tutto il suo libro la celebra per tale, la pone nel Trionfo della castità dicendo.
Passò qui cose gloriose, e magne
Ch’io vidi, & dir non oso à la mia donna
Vengo, & à l’altre sue minor compagne
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Ell’hauea in dosso il dì candida gonna,
Lo scudo in man, che mal uide Medusa
D’un bel Diaspro era iui vna Colonna
Alla qual d’una in mezo Lethe infusa
Catena di Diamanti, e di Topatio
Che al mondo fra le donne hoggi non s’usa.
Legare il vidi, & farne questo stratio
Che bastò bene à mille altre uendette,
Et io per me ne fui conteuto [contento], e satio.
Et la fa uestita di biancho per mostrare la sua pura honestà. era etiandio Fiordiligi casta, & fedele moglie di Brandimarte, la quale, dopò [sic!] che le fu ucciso Brandimarte, fece farsi una cella nel sepolcro di lui, & sempre uisse pudicamente, come dice l’Ariosto nel canto 43. in questo modo.
E uedendo le lagrime indefesse,
Et ostinati uscir sempre i sospriri;
Ne per far sempre dire offici, e messe
Mai satisfar potendo à i suoi desiri;
Di non partirsi quindi in cor si messe
Fin che dal corpo l’anima non spiri,
E nel sepolcro fe far vna cella
E ui si chiuse, fe sua vita in quella.
Et benche fosse pregata da Orlando, mai fù possibile leuarla di quel luogo. Ma doue rimane Rosmonda creduta figliuola del Re de Gothi? La regina de’quali la pregaua à ornarsi, accioche il Re Germondo di Suetia la pigliasse per moglie, mostrandole quanta gran cosa sia l’esser regina di genti magnanime: & ella disprezzando le grandezze di questa uita, & solamente amando la castità, cosi le risponde come dice il Tasso nel suo Torrismondo.
Madro io no’l vò negar, ne l’alta mente
Questo pensiero è gia risposto, e fisso
Di viuer vita solitaria, e sciolta
In casta libertade, e’l caro pregio
Di mia virginità serbarmi integro
Piu stimo, che acquistar corone, e scettri.
Non uoglio, che Enone Ninfa casta, & pudica resti fuori di questa honorata compagnia. Essendo ella stata tolta per moglie da Paride figliuolo di Priamo, & poi lasciata da lui, sempre uisse pudica. Verginia figliuola di aulo patricio moglie di Lucio Volumnio Console huomo Plebeio eresse un tempio alla pudicitia, il qual tempio era fatto delle case, oue essa habitaua, & inuitando le matrone le confortaua, che la medesima gara, che fra gli huomini è della uirtù, fosse fra le matrone di castità, & pudicitia; & questa Verginia fù honesta quanto imaginar si possi, come dice Tito Livio.